Ospiti di riguardo

Operazione commerciale chirurgica per intrattenere il pubblico con una storia avvincente. Mentre il film scorre gli alieni siamo noi, pubblico in sala, spettatori non partecipi.

Adesso è chiaro, ci prova gusto a capovolgere gli stereotipi. Anche dopo Twilight & Co., la Regina Mida dei best seller non ha rinunciato a rivoltare la frittata in padella, con agile polso da chef. Il movimento di popolo al seguito – per 26 settimane al primo posto nella classifica vendite del New York Times, nel 2008 – la rende immune da critiche, semplicemente ineccepibile. Inoltre stuzzica l’appetito di qualsiasi squalo lesto ad azzannare un trancio di profitto. Per primi i tycoon.
Il dubbio sulla sua inclinazione a mischiare le carte in tavola s’era insinuato di fronte agli ingarbugli tra un vampiro stecchito che è tutto un palpito di cuore, una squinzia pertinace e un aitante lupo mannaro leale. Forse Stephenie Meyer avrà attraversato l’infanzia consumando i VHS dell’allegra suora canterina che diventa la madre dei sette von Trapp o quello dei paffutelli Gremlins assassini, subendo il trauma di osservare lo sfaldamento di un cliché dopo l’altro, eppure il suo percorso sembra ormai segnato. Con il nuovo lavoro abbandona l’horror e si tuffa nella fantascienza. La trasposizione al cinema di questo The Host è antitetico anche sulla carta: Andrew Niccol, sceneggiatore di The Truman Show, nonché regista di Gattaca firma la sceneggiatura e la regia, ma le atmosfere algide, il perentorio cinismo verso le masse di umanità che sono un marchio del neozelandese, stridono con la prosopopea leziosa della Meyer e il film deraglia in una commistione di generi. Lo spunto narrativo potrebbe anche funzionare: gli alieni giunti sulla Terra non sono feroci invasori, ma Anime immortali che attraversano i millenni in un viaggio intergalattico. Nel nostro pianeta stanno bene – almeno loro! – perciò occupano con violenza mai aggressiva i corpi mortali, come parassiti che penetrano l’epidermide e demoliscono, sostituendola, l’anima. Per qualche incerta ragione, questi esseri si preoccupano di appianare ogni eccesso per instaurare una remissiva dittatura del pacifismo, della genuina bontà, ma il solito manipolo guastafeste di ribelli alla macchia si oppone con qualsiasi arma, compresa la filosofia green-new age. Quando Melanie, giovane attivista ribelle caduta nelle mani degli alieni, subisce il trattamento di possessione, incredibilmente la sua anima non viene azzerata e coesiste insieme a quella del Wanderer (Viandante), in virtù dell’amore che prova nei confronti del fratellino Jamie, del fidanzato Jared e dello zio Jeb (Melanie ha chiaramente un debole per le allitterazioni). Il senso di affetto e di appartenenza la tiene in vita e la spinge a imporre il proprio dominio su un corpo che non le appartiene più per andare a cercarli. A scavare a fondo, il Wander è una giovane e pura donzella (scopriamo infatti che le Anime sono maschili e femminili), alter-ego di Melanie al quale daranno il nome di Wanda. La sua pacatezza, la neutralità devono ben presto delinearsi rispetto all’irruenza di Melanie e definire una personalità (flebile quanto la necessità diegetica del copione), sempre più nitida in proporzione alla preferenza mostrata nei confronti di un altro giovane, Ian. Il gioco è presto detto, una donna, due anime e due amori. I colori pastello dei rocciosi paesaggi desertici e i coinvolgenti inseguimenti autostradali sono la parte più divertente di un film che, programmato sull’amore, non lo sfiora nemmeno. Le relazioni rappresentate sono artefatte e impacciate, i baci che dovrebbero essere appassionati, sono in realtà pudichi, acerbi, sarebbe stato più ragionevole inserire una liberatoria tripletta erotica, piuttosto che vedere gli attori ammiccare nel vuoto come testimonial ebeti sui cartelloni pubblicitari dei profumi. La lotta per il dominio di sé e quindi la libertà di scegliere chi essere, che cosa diventare o, banalmente, la reincarnazione, sono tematiche sprecate in questo mondo fittizio e funzionale senza l’ombra di un dio, conchiuso nella torre d’avorio di un amore da lucchetto alla mercé di personaggi scipiti che non si salvano nemmeno per la capacità degli attori, scarsi. Nemmeno il talento eccellente di Saoirse Ronan è in grado di contrastare un tale brodo. Il montaggio è televisivo e prevedibile, eppure la confezione mostra uno sforzo notevole di budget e di lavoro sugli effetti visivi. L’estetica del film vale di per sé la visione, ma alla base resta una storia fiacca, svaporata, ennesimo esempio della crisi creativa che il cinema vive attualmente. Ci mancano Cocoon, E.T. e Ritorno al Futuro.

Voto: 4 1/2
Titolo: The Host
Regia: Andrew Niccol
Soggetto: Stephenie Meyer
Sceneggiatura: Andrew Niccol
Attori: Saoirse Ronan, Jake Abel, Max Irons, Frances Fisher, Chandler Canterbury e con Diane Kruger, William Hurt
Fotografia: Roberto Shaefer
Scenografia: Andy Nicholson
Costumi: Erin Benach
Musiche: Antonio Pinto
Music Supervisor: Sue Jacobs
Coreografie: Mandy Moore
Montaggio: Thomas J. Nordberg
Produttore: Nick Wechsler, Paula Mae Schwartz, Steve Schwartz, Stephenie Meyer
Produttori esecutivi: Ray Angelic, Claudia Bluemhuber, Marc Butan, Uwe Feuersenger, Bill Johnson, John Brooks Klingenbeck, Jim Seibel
Produzione: Nick Wechsler, Chockstone Pictures, Ficklefish
Distribuzione: Eagle Pictures
Paese: USA 2013
Genere: Romantico, fantascienza
Durata: 125’
Uscita in sala: giovedì 28 marzo 2013

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