Un film da vedere, anche all’estero, per tentare di comprendere che in Italia non siamo vermi, se mai ci governano con millepiedi e millemani sporche.

Sublime catalogo dell’orrore
di Alfredo Agostini

Piazza Fontana rappresenta lo spartiacque nella storia politica italiana tra l’illusione di una democrazia possibile, un paese nel quale potersi specchiare, e l’assurdità della carne e del sangue di corpi innocenti squarciati da una bomba. Era ora che qualcuno tentasse di fare luce, di restituire un resoconto su quella tragedia che a distanza di quasi cinquant’anni ancora fa male, di offrire la chiave di una spiegazione ai famigliari delle vittime chiuse in una teca di silenziosa ombra cui non la classe dirigente, né le forze dell’ordine coinvolte e nemmeno la stampa ha mai dato conforto nell’unico modo che possa generare sollievo, con la verità, anzi piuttosto l’hanno polverizzata in tante verità meschine, incartate in colossali bugie. Marco Tullio Giordana era l’unico cineasta in grado di affrontare questa ferita ancora aperta, attuale, salata.

Con un garbo e una maestria alla quale siamo spiacevolmente disabituati dalle commedie che gonfiano i nostri botteghini, tende una mano e stringe quella di altri uomini e donne, quelle immacolate di Giuseppe e Licia Pinelli, Luigi e Gemma Calabresi, Marco Nozza, Ugo Paolillo e quelle macchiate di Giovanni Ventura, Franco Freda, Guido Giannettini, Umberto D’Amato, Sergio Solli, Vito Panessa. Nomi che la somma intellighenzia italiana ha sciupato con parole insensate, ha sfiancato fino a renderli sinonimi di ideologie, figurine adesive da attaccare su ruoli e pagine di libri o quotidiani. Giordana, con il coraggioso beneplacito di Riccardo Tozzi e RaiCinema, li richiama tutti in vita nel tempo che impiega a raccontare il suo struggente Romanzo di una strage, presto nelle sale. Il film è dolorosamente necessario perché, come recita la plancia, «la verità esiste», inevitabilmente. La notevole sceneggiatura a firma dello stesso regista, in collaborazione con i mentori Rulli e Petraglia, riesce a comprimere le molteplici spirali intorno a un capitolo velenoso della storia contemporanea, l’inizio della strategia della tensione, gli anni di piombo, il terrorismo in un film che racconta tanto e senza intoppi, senza rancori né incertezze (merito anche dell’eccellente montaggio di Francesca Calvelli), scavalcando la fallacia delle testimonianze e consegnando al pubblico un’interpretazione realistica, condivisibile o meno, della realtà, includendo dialoghi da manuale tra l’allora presidente Saragat e Aldo Moro.

Poderosa la ricerca sulle fonti, che ricrea limitandosi alla verisimiglianza, con occhio umano e attonito, scevro da ogni pregiudizio, e che affranca il film dalle critiche degli idealisti nostalgici e dalla piaga degli opinionisti. Le immagini si sviluppano fiere della loro affidabilità, forti di uno studio che scava a fondo, e rinviene grotte zeppe di armi provenienti dalla NATO e dall’esercito nei campi vicino Gorizia, fino all’ipotesi, sconvolgente proprio perché fondata di una doppia bomba, così come suggerito dal libro di Paolo Cucchiarelli. Due mandanti, due volontà che hanno perpetrato le esplosioni del 12 dicembre 1969 alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana.

In un paese sano, forse il cinema avrebbe scelto di raccontare l’orrore dal punto di vista dei diciassette morti innocenti di quella strage, di raccontare i processi infiniti pagati dai famigliari affranti di quelle vittime che giustamente non si capacitano e che soffrono ogni giorno la sconcertante perdita. In un paese libero, il cinema avrebbe potuto riparare sulla mordacità del dramma, sulla scompostezza del dolore, concentrarsi sugli amori spezzati dal fuoco. In Italia le cose però vanno come vanno. Il DNA ci ha programmati per sopravvivere ai potenti, docilmente rassegnati agli eventi. Siamo caparbiamente ostinati a sacrificare innocenti sull’altare della storia, affascinati dagli eccessi.

Il Bel Paese è scritto sulla grammatica della violenza, reagisce solamente all’eclatante e fino a quando avrà facile accesso alla connessione globale si adeguerà anche alla peggiore politica borbottando il proprio dissenso per poi andarsi a mangiare in pace un piatto di spaghetti con nella testa il suono lamentevole di un mandolino. Per strada sono tutti concordi, ci meritiamo i nostri politici, il nostro Stato è Costa Nostra e fino a quando la cultura non si muoverà in modo compatto contro il paese delle meravigliose omertà, non avremo un fronte comune contro l’idiozia, sarà difficile sperare in un antidoto per tornare a respirare senza peso, a parlare sopra il grido di Ustica, Genova, Capaci. Quello che resta è l’opportunità di tessere un romanzo di una strage e Giordana, con il suo cast ben nutrito del quale spiccano le interpretazioni di Gifuni e Favino, rende omaggio alla verità e alla settima arte. Un film misurato, ponderato in ogni sua inquadratura, ricercato, asciutto, rispettoso delle vittime come dei carnefici, eppure implacabile. Mai scontato, non coglie l’eco di sirene dei filmati di repertorio tranne che in occasione del funerale in piazza del Duomo, è cinema, d’inchiesta se vogliamo, ma che sa dove sta andando e non si confonde nelle pieghe documentaristiche. Ed è straordinario come da tutto ciò riesca a cavare fuori un costante coinvolgimento emotivo – la bomba esplode dentro le viscere degli spettatori in sala, grazie al supporto tecnico del suono – e si esprime con ferocia nella figura della madre di Pinelli, giunta trafelata in ospedale dopo l’inspiegabile caduta dalla finestra in via Fate Bene Fratelli che ha spezzato la vita del figlio. Intabarrata in un cappotto nero con in mano la sua borsa piena chissà di quali cose, avanza disperata per avere notizie sulle condizioni del figlio mentre la folla di medici e questori volta le spalle e se ne va senza proferire parola. Messinscena di uno scandaloso silenzio. Sul Corriere della Sera nel 1974 Pier Paolo Pasolini scriveva di sapere i nomi di tutti i responsabili: «Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove».

Marco Tullio Giordana le prove le ha volute, cercate e trovate, sia riguardo a una delle peggiori pagine della nostra storia, sia alle sue capacità artistiche e da spettatore è con profonda gratitudine che si esce fuori dalla sala, perché il cinema riempie il vuoto che le istituzioni preposte lasciano con una costanza indecente.

Voto: 8

La forza della ricerca della verità
di Lorenzo Bianchi
Marco Tullio Giordana cerca di fare chiarezza mettendo in luce i fatti oscuri della strage di Piazza Fontana.

Bisognerebbe fare una prova: chiedere in giro per le strade quante persone sanno cosa sia effettivamente accaduto in quel maledetto pomeriggio del 12 dicembre del 1969, a Milano, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana. La risposta, purtroppo, sarebbe desolante. Pochissimi conoscono bene questo triste capitolo della recente storia della Repubblica, e Marco Tullio Giordana con il suo film prova a fare ordine nei fatti, perché ricordare è un dovere.
12 dicembre 1969: una bomba esplode nella Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano. Chi è il responsabile? Tutto sembrerebbe portare ad una frangia anarchica estremista. Ma i dubbi restano nella testa del commissario Calabresi (Valerio Mastandrea), convinto che l’anarchico non violento Pinelli (Pierfrancesco Favino) sia innocente e che forse la colpa sia da attribuire alle brigate nere, o a Valpreda, anarchico estremista. E se Feltrinelli fosse implicato? La misteriosa morte di Pinelli in questura e il ritrovamento del cadavere dell’editore aumentano i dubbi nella testa del commissario. Mistero che, dopotutto, non ha ancora avuto una soluzione…
Marco Tullio Giordana ci ha abituato col tempo a film ‘scomodi’. Sembra sia la sua vocazione raccontare situazioni che gli italiani non conoscono, a meno che non abbiano vissuto in quegli anni, sempre ammesso che l’informazione di allora fosse corretta. Romanzo di una strage è solo l’ultimo di una serie che ha ricordato Peppino Impastato, con I cento passi, Pasolini, nel film Un delitto italiano, e altri capitoli importanti della storia italiana che a scuola, purtroppo, non si studiano più e che per fortuna il cinema con la sua potenza comunicativa riesce a riportare a galla. Senza opinioni, senza pendere da nessuna parte, solo presentando i fatti, con la violenza espressiva che parla da sé. Non si può dimenticare quello che è accaduto al giovane Pinelli – un sempre bravissimo Favino, che ormai si trova ovunque e ogni volta di più dimostra il perché – e anche al povero Calabresi – fantastico Valerio Mastandrea –, vittima di un sistema corrotto nel quale poco può fare una persona così limpida e onesta. Basti pensare cos’è accaduto non solo a loro, ma anche allo stesso Aldo Moro (Fabrizio Gifuni, perfetto nella parte), che cercando di scoprire la verità è poi stato protagonista di uno degli eventi più tristi della storia italiana. Fa rabbia il film di Giordana, come del resto aveva provocato incredulo degno il Romanzo Criminale di Placido, ancor più del suo Vallanzasca. Cinema sociale, che ha dalla sua la forza della verità. Il coraggio della verità. Quello che la moglie del povero Pinelli aveva chiesto e che l’omertà dei piani alti delle forze dell’ordine non ha saputo darle. Quella che fin’ora non ha mai trionfato, permettendo ai colpevoli di passarla liscia e facendo versare sangue innocente sui cittadini italiani. Giordana orchestra perfettamente questo cast in un film corale, riuscendo a tirare le fila di una storia così complicata, che parte da Milano e passa da Padova e Roma, in maniera tanto ordinata e chiara che chiunque avesse interesse di approfondirla può trarre parecchie informazioni. Per lo meno per capire cosa è successo, e passare accanto a piazza Fontana guardandola con occhi diversi. Per pensare ad Aldo Moro in modo diverso. Per ripensare all’Italia di allora – e di oggi – in modo diverso.
A Marco Tullio Giordana non si può che dire grazie, per un regista che ha il coraggio di dire tutto quello che molti nascondono. Per avere ancora la forza di credere che la verità, alla fine trionfa.

Titolo: Romanzo di una strage
Attori principali : Valerio Mastandrea, Pierfrancesco Favino, Michela Cescon, Laura Chiatti, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Giorgio Colangeli, Omero Antonutti, Thomas Trabacchi, Giorgio Tirabassi, Denis Fasolo, Giorgio Marchesi, Sergio Solli, Giulia Lazzarini e con Luca Zingaretti
Regista: Marco Tullio Giordana
Sceneggiatura: Marco Tullio Giordana, Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Produzione: Cattleya, RaiCinema
Distribuzione: 01distribution
Fotografia: Roberto Forza
Musiche: Franco Piersanti
Montaggio: Francesca Calvelli
Genere: storico, drammatico
Durata: 130’
Uscita in sala : 30 marzo
Anno: 2012

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