Camera drammatica

La Compagnia Teatrodilina porta al cinema il suo spettacolo Quasi Natale, ma la resa sullo schermo del dramma da camera non resta impressa.

Quasi Natale, presentato allo scorso Festival di Torino nella sezione Tracce di Teatro, rappresenta un esempio relativamente originale – motivato anche dal periodo in cui viviamo – di spettacolo teatrale fedelmente trasposto al cinema dalla stessa compagnia teatrale che lo aveva messa in scena, la Compagnia Teatrodilina (il regista del film, Francesco Lagi, è lo stesso autore della pièce, così come lo sono i personaggi di Silvia D’Amico, Francesco Colella, Anna Bellato e Leonardo Maddalena).

La trama di questo lavoro, caratterizzato da echi dal Cupiello di Edoardo e qualche allusione più tematica che registica al Bergman “maestro del lutto”, è incentrata sui tre fratelli Di Carace, due maschi e una donna, che assieme alla compagna di uno di loro, si ritrovano nella loro casa d’infanzia in concomitanza con le festività natalizie, mentre la loro madre, in ospedale, sta lentamente agonizzando.

Sin dai primissimi minuti il film rivela chiaramente le sue origini teatrali. Quasi Natale è un esempio di “teatro ibrido” al quale forse sempre più spesso ci dovremo abituare, in questo tempo di Covid e post-Covid, e non è affatto da escludere che, anche quando sperabilmente le sale teatrali e cinematografiche potranno procedere a pieno regime, le compagnie continueranno a realizzare delle simili riduzioni para-cinematografiche dei loro spettacoli. Ciò che rende Quasi Natale un esperimento non del tutto riuscito è che non si riesce ad avvertire una specificità filmica nell’immagine che scorre: la regia non ha pecca, ma nessuna originalità nel seguire con una fin troppo classica macchina a mano i personaggi fra le varie stanze della casa di famiglia; la fotografia è pallida, poco curata, si avverte fin troppo il sensore digitale; del teatro, l’aspetto positivo che si mantiene è la forza delle interpretazioni dei quattro attori protagonisti, per quanto neanche il testo particolarmente brilli per originalità e nella costruzione dei caratteri. Il tema principale della colonna sonora nella sua semplicità è funzionale, ma altri brani risuonano meno curati e meno azzeccati nello “sviluppare” l’incedere della storia.

Il maggiore pregio di Quasi Natale sta sicuramente nei suoi temi. Toccante, ma più che altro su un piano intellettuale, la trattazione del senso di generalizzato disincanto provato dai tre fratelli nel suo convergere con l’agonia di una madre ormai sfibrata dalla malattia e di una festività natalizia ormai non più avvertita come “rito”, ma come piatta abitudine. Di fronte al crollo dell’ideale supremo – la Madre – i fratelli Di Carace rappresentano uno spaccato generazionale tripartito vissuto tutto all’insegna di una comune insoddisfazione, quella del mal di vivere. Un fratello ha seguito i suoi sogni, ma ha fatto male e si trova a vivere della pensione della madre nella casa dove è nato e ha avviato assieme a un non meglio specificato amico un’attività di vendita di peperoncini. Un altro è diventato un manager scafato e vorrebbe aiutare il fratello che però non si lascia aiutare e che ragiona per categorie completamente diverse dalle sue, ma, nonostante il benessere economico, anch’egli si trova completamente smarrito di fronte all’imminente scomparsa della genitrice; la sorella è reduce da un divorzio e da un breve ricovero in una clinica psichiatrica, irrisolta e nevrotizzata, estranea a quel vago cameratismo di facciata che accomuna i due maschi, desiderosa di un contatto umano solo con la compagna del fratello.

La ricchezza tematica di Quasi Natale è oggettiva e in qualche modo sa cogliere una sensazione effettivamente presente nel nostro tempo in cui le feste, soprattutto quelle di origine cristiana come il Natale, vengono o “brandizzate” o più semplicemente disertate nel loro significato originario e rituale di scansione del tempo e rigenerazione.

Quasi Natale sembra più efficace nel cogliere una sensazione che nel drammatizzarla e darle una chiara forma filmica: fra le quattro mura della casa materna, rispolverando e compiangendo gli oggetti-simbolo della loro infanzia e le statuette del presepe, i tre Di Carace non fanno altro che piangersi addosso, manifestando un malessere che nel finale trova una fin troppo programmatica risoluzione, con i quattro protagonisti che «si mettono a tavola». A differenza di quanto accadeva in Bergman, nel vero Bergman, il malessere non trova una forma filmica: se in Sussurri e grida l’agonia pervadeva finanche i muri della casa, con quelle campiture di rosso splendidamente inquadrate da Sven Nykvist che hanno fatto la storia, in Quasi Natale non c’è nessun uso plastico dello spazio filmico, nessuna resa interamente visiva di ciò che nel testo è esplicitato a parole. Il film non manca di momenti suggestivi e, anche se i caratteri dei personaggi sono costruiti un po’ “a tavolino”, i quattro riescono a trovare una propria grazie alla bravura degli interpreti, anche se già un rigore maggiore nella costruzione delle inquadrature, una più spiccata attenzione per lo sfondo delle scenografie e una più chiara consapevolezza della differente semiotica del cinema e del teatro avrebbero strutturato un’opera cinematografica decisamente più riuscita.

Così com’è, Quasi Natale è un ibrido, non riuscito o almeno non del tutto, fra due linguaggi liminari ma non automaticamente comunicanti.

Titolo: Quasi Natale
Regista: Francesco Lagi
Sceneggiatura: Francesco Lagi, dall’omonimo spettacolo teatrale di Teatrodilina
Attori principali: Silvia D’Amico, Francesco Colella, Anna Bellato, Leonardo Maddalena
Scenografia: Cinzia Iademarco
Fotografia: Edoardo Carlo Bolli
Montaggio: Marco Signoretti
Costumi: Andrea Cavalletto
Produzione: Meproducodasolo in collaborazione con Teatrodilina
Distribuzione: Fandango
Durata: 87 minuti
Genere: drammatico
Uscita: 26 febbraio 2021

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