Recensione doppia del film Mammuth di Gustave Kervern et Benoît Delépine, a cura di Silvia Ianniello e Marzia Nicolini.



Mammuth
di Silvia Ianniello

Il cinema francese torna nelle sale con un film straordinario e un Depardieu grandissimo, in tutti i sensi.

Si crede che il cinema contemporaneo non sia ancora attrezzato per il miracolo di raccontare l’amarezza del presente con voce ottimista, consegnando allo spettatore un messaggio positivo, finalmente vitale. Mammuth dimostra che non è vero, che l’era dell’autocommiserazione è finita, che è possibile affondare le mani nell’odioso impasto della realtà e tirarne fuori un pane commestibile e anzi saporito.

Lo fa attraverso un personaggio totalmente anticonvenzionale. Serge Pilardosse (Gérard Depardieu) è un gigante dall’aspetto primitivo e il pensiero elementare, al limite del ritardo mentale: un uomo che parla poco, lo sguardo perennemente fisso su qualcosa che non c’è, incastrato come per caso in una vita normale, con un lavoro, una moglie, una moto d’epoca (una Mammuth, appunto).

La storia inizia con il suo pensionamento. Dopo anni di onorata carriera come salatore di carni suine, si ritrova solo e sconsolato nel salone di casa sua, davanti a un puzzle di duemila pezzi e a una serie infinita di ore da colmare. Per ottenere tutti i contributi meritati ha però bisogno di alcune certificazioni relative a impieghi del passato. La moglie (Yolande Moreau), un donnone dal forte senso pratico e dalla grigia voglia di vivere, lo costringe quindi a mettersi in viaggio alla ricerca degli ex datori di lavoro, per ottenere tutte le scartoffie che mancano all’appello.

Da qui parte l’inattesa piega on the road del film: una rielaborazione dal sapore antieroico del cliché americano, con Serge che va a cinquanta all’ora per le strade di Francia, circondato da paesaggi agresti sconfinati e solitari. Un viaggio di formazione, il suo, ma anche di informazione: un pretesto per conoscere il mondo dell’occupazione francese di oggi (emblema di quello europeo), deturpato dal lavoro in nero e dal precariato, dall’illegalità e dagli abusi. Serge si muove in mezzo a tutto questo come un elefante tra i cristalli, con un’ingenuità che sconcerta e intenerisce.

Ogni tappa del viaggio lo porta a vivere situazioni surreali, ad interagire con personaggi folli e stravaganti, che non distinguono la realtà dall’immaginazione e che, forse per questo, lo mettono a suo agio. Passo dopo passo, si avvia a riscoprire un senso occulto della vita, a liberarsi da un ricordo doloroso che l’accompagna da sempre e ad elaborare una nuova forma di adattamento all’esistenza. Quando torna a casa, è ormai un guerriero pronto alla sua nuova missione: “amare, come fosse un’ultima battaglia”.

Geniale il lavoro dei registi Benoît Delépine e Gustave Kervern, coppia artistica collaudata dal 2004, che già suscitò grande interesse nel 2008 con “Louise-Michel”. Il loro spirito anarchico e anticonformista contagia lo spettatore, lo meraviglia, lo costringe a ridere, a commuoversi, a divorziare per novanta minuti dalla solita, cinica rassegnazione.

Un film che non riesce ad essere pessimista, né ad annoiare nonostante il ritmo slabbrato e la colonna sonora monotematica. Una prova di misurata eleganza, che non si lascia tentare dal manierismo tanto in voga nel cinema intellettuale di oggi.

Assolutamente da vedere per chi vuole riflettere sul presente e su se stesso, e uscirne vivo.

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Mammuth
di Marzia Nicolini

La prima scena è così cruda e realistica che tengo le palpebre socchiuse: la camera si apre con primissimi piani di una sezione di lavoro in una macelleria suina. Gli operai tagliano e segano le orecchie, le teste e le zampe di enormi maiali ridotti ormai a brandelli di carne sanguinolenta in una sequenza meccanica che svela già da subito una aperta critica nei confronti della brutalità del mondo del lavoro e della conseguente alienazione dei lavoratori coinvolti in questa specie di spietata catena di montaggio.
Poi arriva lui, il volutamente massiccio, oserei dire quasi grottesco, Gerard Depardieu: uno dei tanti operai del macello. Si toglie la cuffia e rivela una capigliatura inaspettatamente lunga, solo uno dei tanti segnali di trasandata sciatteria che il suo personaggio incarna.

Depardieu è Serge Pilardosse, meglio noto come Mammuth: un uomo dall’animo sensibile nascosto sotto quel fisico troppo pesante e sgraziato; scrupoloso lavoratore che, compiuti i sessant’ anni, va in pensione.
E’ a questo punto che si scontra con l’infernale e inflessibile macchina burocratica francese: per percepire la sua più che meritata pensione, Mammuth dovrà presentare buste paga e dichiarazioni di tutti i datori di lavoro presso i quali ha prestato la sua manodopera durante tutta la sua vita.
Incitato dalla moglie Catherine (la bravissima Yolande Moreau), Mammuth rispolvera la sua vecchia Munch 1200 del ’72, in garage da anni, e parte alla volta dei luoghi dove ha lavorato da quando aveva diciotto anni.
Con il rombante motore della moto in sottofondo, inizia un’avventura che rimarrà sospesa tra sogno e realtà, in una giostra di incontri che porteranno Mammuth a intraprendere anche un viaggio dentro sè stesso. Raggirato, messo davanti a ostacoli e superficialità burocratiche, bistrattato e umiliato, il pachidermico Serge riuscirà comunque a dare sfogo piano piano anche alle emozioni più recondite, anche grazie all’aiuto della stravagante nipotina Miss Ming e delle fugaci apparizioni di una splendida e spettrale Isabelle Adjani, a impersonare il fantasma di un amore perduto tragicamente in gioventù.
Quando alla fine Mammuth riprende la strada verso casa, non gli importa neanche più di aver recuperato o meno tutti i documenti mancanti per raggiungere la tanto agognata pensione, ma desidera solo e unicamente poter abbracciare la moglie Catherine, che lo ama teneramente da anni nonostante le sue inadeguatezze e poter continuare a cavalcare la sua Munch 1200 con le braccia spalancate al cielo, continuando a ricordare a sè stesso che i beni più preziosi che l’uomo può possedere sono proprio l’amore e la libertà.

Un road/movie a sfondo sociale, ma anche molto poetico e toccante, frutto della collaborazione dell’ormai consolidato duo francese Kervern-Delépine. Sia che si esca dal cinema con le lacrime agli occhi, o con un sorriso per l’ironia sottile che pervade tutta la storia, il film avrà senz’altro raggiunto il suo scopo di toccare le più profonde corde dell’animo umano.
“Volevamo che il personaggio principale apparisse contemporaneamente forte e perduto, impressionante e tenero”, hanno dichiarato i due audaci registi. Controcorrente anche nella scelta stilistica di ripresa, con immagini girate con la vecchia pellicola 8 millimetri, che nessuno , ormai, utilizza più.
Un film disegnato e plasmato sull’imponente figura di Depardieu, che con il suo innegabile talento riesce a rendere giustizia a un personaggio complesso, a tratti commuovente e senz’altro mai banale.

Voto: 9

Titolo originale: Mammuth
Paese: Francia
Anno: 2010
Durata: 92′
Genere: Drammatico
Attori principali: Gérard Depardieu, Yolande Moreau, Isabelle Adjani, Miss Ming
Regista: Gustave de Kervern, Benoît Delépine
Sceneggiatura: Benoît Delépine, Gustave de Kervern
Produttore: Jean-Pierre Guérin, Véronique Marchat
Produttore esecutivo: Christophe Valette
Produzione: GMT Productions, No Money Productions, arte France Cinéma
Fotografia: Hugues Poulain
Musiche: Gaëtan Roussel

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