Poliziesco solido e compatto che fa tenere lo sguardo ben fisso sullo schermo.

“Figli di papà”
di Gianni Barchiesi

C’era una volta una cittadina nel desertico, caldo e rosso Texas. In questa cittadina e nelle paludi limitrofe delle giovani donne sparivano e venivano ritrovate cadaveri: al punto che tali paludi, regno dell’orrore, venivano chiamate killing fields, “campi di morte”. E laddove c’è il male, il caos e l’orrore c’è anche la rettitudine, la moralità (addirittura la fede) – in ogni caso, ci riferiamo alla polizia. E i poliziotti girano sempre in coppia: uno è buono e dolce, anche se viene da New York, dalla grande città, mentre l’altro è indigeno, duro, arido, spietato e aggressivo. Riusciranno a risolvere i casi di sparizione e omicidio che tempestano quei luoghi? Come e quanto saranno messi alla prova? Il male li condurrà verso i loro punti di rottura? Resteranno ligi al dovere o gli impulsi umani si impadroniranno di loro, mettendo a rischio il loro lavoro e la loro stessa incolumità?

Domande (più che retoriche) che trovano tutte risposta nel film poliziesco di Ami Canaan Mann, figlia del celebre Michael, che presenzia qui come produttore (e modello di riferimento, ma questo lo vedremo poi) e presentato in concorso alla sessantottesima edizione del Festival di Venezia (2011). La coppia sbirro buono/sbirro cattivo viene incarnata rispettivamente da Jeffrey Dean Morgan (memorabile Comico in Watchmen di Snyder e attore sempre più in ascesa) e da Sam Worthington (anche lui alla ribalta, protagonista meno memorabile dell’altrettanto meno memorabile – ma già eterno – Avatar di Cameron) e funziona in maniera corretta e potente, alternando vizi e virtù dei due personaggi grazie a una buona interpretazione di entrambi: spalleggiati, inoltre, da una brava Jessica Chastain, da una giovanissima e imbronciata Chloë Grace Moretz e da un cast di supporto davvero ben scelto e ispirato – menzione d’onore per un’invecchiata, ma sempre potente e travolgente, Sheryl Lee (la Laura Palmer di Twin Peaks).

La sceneggiatura di Don Ferrarone è solida come la roccia, non fa acqua mai e caratterizza tutti i personaggi quanto basta, concedendosi addirittura, in questo meccanismo esemplare, di aggiungere la già accennata caratterizzazione poliziotto credente (cattolico)/poliziotto disilluso: con tanto di battuta su una foto della “gioventù papale” di Karol Wojtyla. Come in molti polizieschi,laddove si dà la caccia al Male, che trascina tante anime nel dolore e nella morte, possiamo anche notare che tutto quest’universo di vittime reclama, ognuno a modo suo (e non per forza ortodosso) la sua piccola dose di amore e accettazione. Due cose che non si possono dare finchè regna il caos, motivo in più per ristabilire – o “tifare” per chi può ristabilire – l’ordine.

Ami Canaan Mann si inserisce in una tradizione di “figli di papà” che ultimamente si sta affermando con discreta intensità: dalla progenie di David Lynch, tra documentari e fiction (ricordiamo il bel Surveillance di Jennifer Lynch), passando per il giovane Brandon Cronenberg (presente all’ultimo Festival di Cannes con il suo Antiviral) arrivando, appunto, alla figlia di Michael Mann. Succede che quando tuo padre è uno dei più illuminati e abili registi contemporanei è difficile che tu possa fare la gnorri in merito. E per fortuna la giovane Mann neanche ci prova e anzi omaggia il padre, completando delle scene di inseguimenti che hanno riecheggiano il tratto caratteristico del genitore, ma allo stesso tempo se ne differenziano per una minore tendenza al barocco e una più spiccata semplicità (meno inquadrature, ma stesso ritmo). Diciamo che Mann figlia, rispetto a Mann padre, predilige un cinema leggero, dai toni anche più marcati, persino urlati, ma volutamente meno curati (ma non trasandati, ovviamente). Urlati: sì perché Texas killing fields è, se ci si passa il paragone, un film rock, mentre le opere del padre sono più strutturate e armoniche, meno aggressive a prescindere dalla violenza che possono contenere, a volte più incentrate sulla narrazione e sulla dimostrazione visiva della nostra umanità (in Ami Canaan Mann manca, per esempio, la volontà di osservare le routine delle persone che lavorano, un tratto tipico, invece, del cinema del padre). Ed è divertente notare come, per quanto riguarda la colonna sonora, invece, Michael Mann si serva spesso di pezzi di musica rock, mentre l’opera della figlia sia sorretta da alcune canzoni del misconosciuto ma profondo e tradizionale gruppo folk The Americans.

In ogni caso, Ami Canaan Mann ha dalla sua un ottimo cast in ottimo stato, una sceneggiatura di ferro, si muove su un genere rodato, ha un cognome che suscita interesse e una produzione (e punto di riferimento registico) che sono una garanzia: ci sono tutti gli ingredienti per un buon film. E infatti Texas killing fields è davvero un buon film, forse anche un gran buon film. E se questo deriva dall’essere portatori di un “DNA artistico”, mettiamo la nostra anima invidiosa (quale cinefilo non vorrebbe avere – anche come secondo padre, per carità – Mann o Lynch?) in pace e ben vengano altri simili “figli di papà”. Perché, cognome a parte, servono sempre opere come questa.

Tale padre, tale figlia
di Andrea Ussia

Ami Canaan Mann giunge alla sua seconda regia e con Le paludi della morte si avvicina, con successo, al genere poliziesco e fa sfoggio di alcuni stilemi distintivi del padre.

Texas City. Mike e Brian sono due agenti della omicidi alle prese con un caso irrisolto di omicidio e con un serial killer, che abbandona i corpi delle vittime, quasi tutte giovanissime, in una zona paludosa denominata killing fields. Nonostante gli omicidi avvengano fuori dalla giurisdizione dei due poliziotti, Brian è scosso da questi avvenimenti e non vuole lasciar perdere. La situazione si aggrava nel momento in cui Anne, adolescente protetta come una figlia da Brian, scompare nel nulla.

Teso, suggestivo, sottile ed elegante, l’opera seconda di Ami Canaan Mann rientra a pieno nel genere poliziesco, che in questa occasione si declina forzatamente in direzione del thriller. Difatti Le paludi della morte, pur mantenendo ritmi bassi e adrenalina ai minimi storici, si aggrappa alle membra dello spettatore, tenendolo inchiodato alla sedia grazie a una completezza narrativa e a un’ottima delineazione dei due principali caratteri. Ma non basta;infatti ai compiuti ritratti degli agenti Mike e Brian si sommano le calzanti interpretazioni di Dean Morgan e Worthington (che qui si rivela un attore decisamente versatile). Nonostante le stereotipie che si evidenziano in tutta la durata (notiamo il poliziotto buono e quello cattivo e questi due cliché vengono quasi ostentati), la pellicola non ne fa cattivo uso, anzi riesce a creare nuovi terreni di confronto, che spaziano dalla fede alla dedizione al lavoro, dall’attaccamento alla figura della ragazzina Anne (una sempre più matura Chloe Grace Moretz) al rapporto complesso tra (ex)moglie e (ex)marito. Ex-moglie che si materializza, in tutta la sua bravura, in un pollaio nel quale non possono esserci solo due “galli”. Ed ecco che Jessica Chastain, personaggio duro, perfetto contraltare del desiderio di rivalsa di Brian, ma più simile caratterialmente all’ex-marito Mike, diventa la donna che tiene testa ai due uomini e che si fa spazio sulla pellicola a forza di cazzotti.

Ma non sono gli omicidi il centro del film, perché tutte le sottotrame, equilibrate in modo sublime, divengono funzionali per il percorso d’analisi della melmosa e oscura società americana. Ci troviamo spesso nel ghetto e la periferia di Texas City non è sicuramente famosa per le sue numerose e colorate villette a schiera. La fotografia indugia su sfasciacarrozze, su depositi di auto, sui volti tesi di cittadini frustrati, su roulotte abbandonate e criminalità in aumento. E sono proprio la fotografia, la scelta della location e uno stile di ripresa che non perde un dettaglio e che si muove fluidamente nei meandri della mente scossa e oscura di Brian ( ideale specchio delle disperate killing fields) che permettono a Mann-figlia di costruire una pellicola dal duplice significato. Dopotutto Ami è la figlia di un maestro del poliziesco di classe e d’autore, nel quale il dialogo è più importante della pura e semplice sequenza scioccante, dove le indagini lasciano il passo all’introspezione psicologica e in cui il sangue se non è necessario viene adeguatamente centellinato. In Le paludi della morte non raggiungiamo ancora quei livelli di eccezionale equilibrio di elementi, pienamente coinvolgenti e appassionanti, però la direzione è quella giusta e Ami non sta perdendo tempo.

In conclusione si può affermare che Le paludi della morte è un buonissimo film, solido e compatto, che bilancia in modo consapevole tutti gli stilemi classici del genere, facendone decisamente buon uso. Un poliziesco semplice e nemmeno troppo articolato, che lascia enorme spazio a punte thriller e noir. Qual è (forse) l’unico limite? Non si fa assolutamente fatica a scoprire chi è l’assassino. Nonostante questo dettaglio, poco importante ai fini della pellicola, Michael dovrebbe davvero essere fiero di sua figlia. Quando si dice: tale padre, tale figlia.

Titolo originale: Texas killing fields
Regia: Ami Canaan Mann
Sceneggiatura: Donald Ferrarone
Fotografia: Stuart Dryburgh
Attori principali: Jeffrey Dean Morgan, Sam Worthington, Jessica Chastain, Chloë Grace Moretz, Jason Clarke, Sheryl Lee, Stephen Graham
Anno: 2011
Genere: thriller, poliziesco
Durata: 105’
Produttori: Michael Mann e Michael Jaffe
Scenografia: Aran Reo Mann
Costumi: Christopher Lawrence
Montaggio: Cindy Mollo
In sala dal 15 giugno 2012 per 01 Distribution

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