Retorica napoletana

La Napoli di Mio Padre, ispirato a una storia vera, di Alessia Bottone cerca di raccontare una vicenda personale a partire da materiali d’archivio eterogenei, ma finisce nel già detto e nel già visto.

«A me non è mai piaciuto arrivare, ma partire». Sviluppato nell’ambito del prestigioso Premio Zavattini, La Napoli di Mio Padre è un breve documentario di montaggio che racconta la vita di Giuseppe, padre della regista Alessia Bottone, e del suo rapporto con Napoli, la città natale. Cresciuto fra i vicoli del quartiere povero della Vicaria, Giuseppe a lungo era stato un viaggiatore impulsivo, prima di fermarsi e mettere su famiglia. In voice over sentiamo prima la voce della figlia, restituita da Valentina Bellè, poi quella del padre, interpretato dal vero Giuseppe Bottone nella parte di sé stesso. Le immagini d’epoca di Napoli risalgono a fonti diverse, fra cui l’Istituto Luce, la Cineteca di Bologna e l’Archivio del Movimento Operaio, con un excursus che mostra immagini di migranti a bordo della celebre ONG Sea Watch.

La Napoli di Mio Padre è caratterizzata da un dichiarato spunto autobiografico e dall’indulgere, soprattutto nel racconto del padre, su personaggi e ricordi della sua infanzia; un patrimonio di spunti autentici che, tuttavia, questo breve documentario disperde nel tono fastidiosamente retorico di entrambi i voice over, un tono purtroppo ulteriormente peggiorato nella parte iniziale dall’interpretazione poco ispirata che Valentina Bellè fa delle parole della regista.

La Napoli del padre è tanto rimpianta quanto vagheggiata, ma la selezione dei materiali d’archivio non fa che indugiare sulla solita ambivalenza di una narrazione fin troppo tradizionalista: la visione estatica del golfo, i quartieri poveri sporchi ma vitali contrapposti ai quartieri borghesi alti ma di una freddezza soffocante. Lo stesso riferimento alla tematica dei contemporanei flussi migratori provenienti dall’Africa risulta un po’ improvvisa, non del tutto motivata e in fondo banalizzante.

Sicuramente il racconto del padre ha dei momenti interessanti – come la domanda non banale «perché tutte le persone che emigrano fanno di tutto per nascondere le loro origini?» – che però paiono poco organici nell’insieme del cortometraggio.

Il pensiero va a Martin Eden di Pietro Marcello, al suo modo originale di amalgamare i materiali d’archivio sulla Napoli del passato all’interno della narrazione di finzione, dando della città una narrazione polistratificata e non banale.

Come documentario di montaggio La Napoli di Mio Padre ha invece tutti i limiti del suo genere e nessuna significativa innovazione.

Titolo: La Napoli di Mio Padre
Regista: Alessia Bottone
Sceneggiatura: Alessia Bottone
Attori principali: Valentina Bellè, Giuseppe Bottone
Montaggio: Martina Dalla Mura
Produzione: Alessia Bottone, AAMOD Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, Istituto Luce Cinecittà, Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia, K-Studio
Durata: 20’
Genere: documentario, biografico

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