Geoffrey Rush al servizio di Tornatore per raccontare una vicenda che galleggia sul sottile filo che separa la realtà dalla finzione.

Tornatore si libera dalle “catene” siciliane
di Andrea Ussia

Virgil Oldman è un anziano antiquario e battitore d’aste di grandissima professionalità. Vive un’esistenza lussuosa, ma estremamente solitaria. Difatti il personaggio interpretato da Rush è un austero esperto d’arte, misantropo e apparentemente misogino. Indossa costantemente un paio di guanti e li toglie esclusivamente per “assaporare” al tatto le opere d’arte da lui trattate. Tuttavia un misterioso incarico telefonico lo indurrà a percorrere un notevole percorso di (tras)formazione.

La migliore offerta conferma (se ce ne fosse stato bisogno) le capacità di regista e sceneggiatore di Tornatore. La vicenda si sviluppa semplicemente: narra la parabola di uomo colto e raffinato, ma solitario. Successivamente subentra una storia d’amore nella quale il celarsi diviene stimolo incontrollabile alla scoperta e che permette allo spettatore di seguire un processo empatico con il protagonista maschile. Un percorso doloroso, caratterizzato da insidie e rischi, ma necessario. Un work in progress che può affidarsi solo all’udito. Difatti Tornatore occulta la verità (allo spettatore e a Oldman) in modo riuscito, annullando due sensi fondamentali su cui l’esperto d’arte ha costruito la sua esistenza professionale: la vista e il tatto, fondamentali per il riconoscimento di opere d’arte autentiche. Non a caso diviene essenziale affidarsi all’istinto e alle proprie emozioni.

Tuttavia (come anticipato) l’intreccio narrativo è apparentemente semplice. Il regista siciliano costruisce un meccanismo thriller, che non ostenta assassini e omicidi, ma che cavalca, senza remore, gli stilemi classici del genere. Infatti la pellicola è un meccanismo perfetto, che si rispecchia nella costruzione “pezzo per pezzo” dell’automa di de Vaucanson. Un puzzle rigoroso, che mette in luce un’intensa creatività filmica. Detto questo si può riconoscere nell’opera uno stile registico misurato, privo di orpelli non necessari, e caratterizzato da una scelta dettagliata di punti di vista rubati, ma contraddistinto anche dalla possibilità della macchina da presa di spaziare in ampi luoghi (la gigantesca villa di Claire) con carrelli enfatici oppure con immobili e opprimenti primi piani esplicativi. E gran parte della riuscita della pellicola va alla compiuta interpretazione di Rush: arrogante e distaccata, ma allo stesso tempo partecipata e appassionata. Al suo fianco un buon Jim Sturgess, confessore di pene d’amore e di dubbi amletici, e una misteriosa (e mai apparsa sullo schermo cinematografico) Sylvia Hoeks. Naturalmente indimenticabile è la colonna sonora del maestro Morricone, immancabile contrappunto della partitura visiva del cineasta Tornatore.

La migliore offerta teorizza sulla bellezza dell’amore, dell’arte e misura le emozioni che queste due passioni possono suscitare. E nonostante una conclusione, che esibisce una lunga serie di spiegazioni che lo spettatore avrebbe potuto elaborare in proprio, La migliore offerta è un prodotto imprevisto e apprezzabile. Realtà o finzione? Autenticità o inganno? Tornatore cela e rivela. Ma non è un gioco psicologico; La migliore offerta è una pellicola facilmente assaporabile. Un mistero che non aspetta altro di essere svelato e riconosciuto.

Tornatore nell’Olimpo
di Roberta Ricci

L’opera di Tornatore La migliore offerta è girato quasi interamente a Firenze, città d’arte per eccellenza.
La bellezza può inebriare e nella psicologia dell’arte la Sindrome di Stendhal (detta anche sindrome di Firenze, città in cui si sarebbe manifestata per la prima volta) è il nome di una affezione psicosomatica che provoca tachicardia, capogiro, vertigini, confusione e allucinazioni in soggetti particolarmente sensibili (d)alla vicinanza con opere d’arte di straordinaria bellezza.

“… Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere” con questa descrizione Marie-Henri Beyle, detto Stendhal (1783 – 1842) descrisse al mondo come l’emozione provocata dall’arte potesse far smarrire i sensi.

L’opera di Tornatore va letta nella sua luce di complessità come quella di un prisma che riflette tante luci per ogni lato di pensiero.
Il primo livello del film è la descrizione a più livelli della bellezza insita nell’arte ed è contestualizzata non a caso a Firenze: l’arte come bene che si traduce in stime e si esprime con valutazioni, arte come il lavoro dell’esperto (che è quello di cercare di capire, anche da un piccolo particolare, quando un’opera è autentica, quando una copia ingannevole), arte come l’indagine sul collezionismo che sfocia in malattia, arte come attività di gallerista (che in privato sa di potere guardare e assaporare – nel proprio esclusivo caveau – opere d’arte capaci di nutrirgli il corpo e la mente e i sensi tutti).
Virgil Oldman (Geoffrey Rush), il protagonista – che colleziona solo ritratti femminili di incalcolabile valore (anche la Madre di Guido Reni) – pur vivendo a stretto contatto con l’arte, non entra in relazione con quel mondo, sempre filtrato dai suoi impeccabili guanti e da una mente ad orologeria. Oldman non soffia la candela del suo compleanno solo perchè in anticipo di qualche ora.
Quando a quest’uomo inavvicinabile, la sorte riserva un incontro particolare, scatta un secondo livello del racconto, a cui ne succede – a sintesi ideale dei tre livelli – un terzo. Il film si snoda così in una maniera paragonagile alla meccanica di un oggetto che cresce, di un automa di cui si ricompongono i pezzi man mano che la storia procede in una sorta di fantasmagoria (ne aveva parlato anche Martin Scorsese nel suo Hugo Cabret) per rivelarne il procedere ingannevole. Infatti, ricomponendo i pezzi di un’azione che sembra uscire dalla tela (ingranaggi sparsi attorno che il protagonista raccoglie pensando di non essere osservato nella sua ricerca) e ricostruendo un automa di Jacques de Vaucanson, La migliore offerta svela un’essenza “tecnica” (la presenza dell’orologio sembra suggerire il duplice significato dello scandire inesorabile del tempo e dell’attesa, e del la resa incondizionata del cinema al digitale) e ci mostra una contrazione del tempo, della meccanica e delle sue applicazioni rivoluzionaria oggi (con il digitale) almeo quanto ieri.

C’è tutta la delicatezza di Tornatore nelle descrizioni, nella sapiente capacità di essere impeccabile in ogni fotogramma, nella ricerca dei particolari dettagliata ma non sofisticata, nella proposizione di un’immagine dell’Italia Paese amato con una rinnovata amarezza.
Straordinari l’interpretazione di Donald Shuterland (l’amico che – affettuosamente – mette Virgin Oldman in guardia dalle simulazioni) e di Silvia Hoeks (che ha rivelato: “è stata davvero la migliore offerta della mia vita“), impeccabili la fotografia di Fabio Zamarion e le musiche del maestro Ennio Morricone-
Giuseppe Tornatore con questo film sancisce di essere, seppure giovane, un grande maestro e a noi l’orgoglio di saperlo italiano. Da non perdere.

Titolo originale: The Best Offer
Regista: Giuseppe Tornatore
Sceneggiatura: Giuseppe Tornatore
Attori principali: Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Sylvia Hoeks, Donald Sutherland, Philip Jackson, Dermot Crowley, Liya Kebede
Fotografia: Fabio Zamarion
Montaggio: Massimo Quaglia
Musiche: Maestro Ennio Morricone
Prodotto da Paco Cinematografica, Warner Bros. Entertainment Italia
Distribuzione: Warnes Bros.
Genere: Drammatico
Durata: 124’

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