Un caso ancora aperto

Il premio Oscar Oliver Stone torna “sul luogo del delitto” trent’anni dopo JFK, continuando a riflettere sul complotto dietro l’omicidio di Kennedy e sulle sue implicazioni politiche.

Pochissimi film possono vantare di aver avuto sulla storia politica americana recente l’impatto che ha avuto JFK – Un caso ancora aperto di Oliver Stone: film che, dopo la sua uscita nel 1991 e il clamoroso successo a livello di premi e botteghini a dispetto di una durata e una complessità non comuni, portò alla promulgazione del decreto legge President John F. Kennedy Assassination Records Collection Act, un modo arzigogolato per “desecretare” una quantità impressionante di documenti governativi sull’attentato. È lo stesso Oliver Stone che, dopo aver dedicato ai presidenti americani altri due ritratti con Nixon – Gli intrighi del potere e il più sfortunato W. su Bush, a trent’anni esatti dal primo film torna a riflettere sull’omicidio Kennedy, includendo giocoforza nella narrazione anche l’oggettiva importanza avuta dal suo film del ’91 nel risensibilizzare l’opinione pubblica sul caso.

JFK Revisited: Through the Looking-Glass vuole essere per l’appunto la controparte documentaristica del film con Kevin Costner e Donald Shuterland, non a caso qui chiamato a fare da voce narrante assieme a Whoopi Goldberg. Si parte dall’omicidio di Kennedy, per poi lasciar dispiegare tutte le incognite, le ambiguità, le oscurità che accompagnarono le indagini immediatamente successive, dall’autopsia sul cadavere alla commissione Warren: alla fine, il quadro che se ne trae è sconcertatamente ambiguo e accusa apertamente la CIA di aver cospirato per uccidere il presidente.

Se l’autorialità di Stone si è concentrata tutta su un livello tematico, nel portare avanti di film in film un discorso politico coerente, appassionato ma rigoroso, questo JFK Revisited: Through the Looking-Glass risulta essere particolarmente comunicativo, un vero e proprio documentario generalista e divulgativo che può essere tranquillamente visto tanto al cinema quanto in televisione. Per «gli stomaci forti», per sua stessa ammissione, esiste anche una versione di quattro ore, pensata evidentemente più per piattaforme e pay tv: il taglio cinematografico del film dovrebbe invece arrivare anche nelle sale italiane grazie alla sempre attenta I Wonder Pictures. Through the Looking-Glass non sarà certo dirompente come il primo JFK, ma, presentando il film alla Festa del Cinema di Roma al pubblico venuto ad ascoltarlo al Teatro Palladium, Oliver Stone è arrivato a definirlo come «la mia eredità», dal momento che «lo scopo di questo film è quello di tenere viva la memoria e correggere una visione falsata della storia».

Il coinvolgimento emotivo che sta dietro alla concezione del film è palpabile, così come il rimpianto per la presidenza Kennedy “morta” anzitempo: non si deve dimenticare che Stone è un reduce del Vietnam, e nel documentario si dice chiaramente che le intenzioni di Kennedy erano quelle di tenere i soldati americani completamente al di fuori del conflitto tra francesi e locali. Uno degli spezzoni del primo JFK di Stone, che di tanto in tanto fanno capolino del montaggio, sembra chiarire ulteriormente sia la visione che il regista ha di Kennedy, sia la visione che il regista ha di sé stesso. In quella scena infatti il procuratore Jim Garrison, interpretato da Kevin Costner, si rivolge retoricamente alla giuria ricordando come tutti noi da bambini diamo per scontata la giustizia; solo crescendo ci accorgiamo che in realtà la giustizia dipende da individui solitari in cerca della verità, una verità che spesso contraddice il potere. Questo modello di eroe idealista, forse un po’ semplicistico ma narrativamente magnetico, accompagna tutta la filmografia di Stone, da San Salvador al più recente Snowden passando per Platoon e in una misura più sfumata e ambigua per Wall Street: con Through the Looking-Glass Stone chiude idealmente il cerchio, proponendo sé stesso come ricercatore instancabile della verità senza falsa modestia e senza troppa retorica, fino ad apparire sullo schermo mentre si aggira per le vie di Dallas e a includere nel montaggio anche un frammento del suo intervento al Congresso dopo l’uscita del primo JFK.

È evidente come in questo modello si rispecchia sia la lettura che Stone fa di Kennedy – un «guerriero della pace», lo ha definito al pubblico del Palladium – ma anche un più generico ideale che il regista di Platoon e di Nato il 4 luglio ha dell’eroe individualista americano, anche a prescindere dai biopic. Il ritratto che Stone fa di Kennedy è sicuramente storicamente fondato e decostruzionista senza essere complottista, per quanto qualche problematizzazione in più della figura del presidente, che andasse al di là del suo martirio, certo non avrebbe danneggiato il film. L’unico momento veramente critico che JFK Revisited: Through the Looking-Glass lascia emergere a proposito del suo protagonista è quando viene riportato un giudizio di Allen Dulles, ex-direttore della CIA con molte ombre nella sua biografia, secondo cui Kennedy «si sentiva un Dio». Il che si riallaccia a una questione pure significativa a proposito di Kennedy, che il documentario di Stone, almeno nella sua versione di due ore, non ha il tempo di approfondire: il fatto che J.F.K. sia stato l’unico cattolico a essere eletto presidente degli Stati Uniti (almeno fino a Biden), circostanza che forse spiega certi suoi atteggiamenti messianici e anche il particolare simbolismo dei tributi che gli furono mossi dopo la sua improvvisa morte. Per altri versi, questi momenti, così come l’importanza data al cervello di Kennedy a cui è dedicato un intero capitolo del documentario, riportano alla mente certe concezioni arcane del corpo del sovrano, fra Frazer e Bloch, come a voler tradire che dietro ad ogni American Dream ci sia un sottobosco archetipico ben più profondo e, almeno in parte, morboso.

Il 22 novembre 1963 si è scritto uno dei punti di svolta più importanti della storia recente. Chiedersi «cosa sarebbe successo se…» viene spontaneo e legittimo, ma questa è un’operazione più da scrittori che da storici, e già l’ha affrontata Stephen King con 22/11/63, libro e miniserie. Oliver Stone, che ha scelto di stare nella scomoda posizione di regista attento alle fonti e al fact-checking, ha realizzato questo Through the Looking-Glass proprio per dimostrare la base storico-investigativa da cui proveniva il suo JFK, nonché per aggiornare la pellicola del ’91 con alcune scoperte e colpi di scena arrivati negli anni successivi anche grazie all’eco del film. Lo Stone che ha diretto, montato ed entro una certa misura interpretato Through the Looking-Glass resta uno Stone nella sua solita forma energica, che avvince il pubblico con un fare narrativo accattivante: ma in quanto documentario dichiaratamente “a tesi” lascia anche con l’esigenza di approfondire anche altre teorie, una volta preso atto che la notoria commissione Warren ha compiuto un’infinità di errori e di “incomprensibili” trascuratezze riconosciute con committee successive anche dallo stesso governo americano.

Titolo: JFK Revisited: Through the Looking Glass
Regista: Oliver Stone
Sceneggiatura: James DiEugenio
Attori principali: Donald Shuterland, Whoopi Goldberg (voci)
Fotografia: Robert Richardson
Montaggio: Kurt Mattila
Produzione: Ixtlan Corporation
Distribuzione: I Wonder Pictures
Durata: 118’
Genere: documentario

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