Frankel tasta il polso al matrimonio: è convalescente

Tra le mura domestiche regna l’indifferenza tra due anziani coniugi. Ma i dilemmi del sesso e dell’amore non tarderanno a chiedere ascolto.

Distanza ravvicinata
di Angelo Simone

Alcuni matrimoni sembrano perfettamente compiuti e realizzati. Sono passati decenni di fedeltà e lealtà coniugale, si è raggiunta la tranquillità economica, i figli stanno bene e sono andati via da casa già da un po’. Ma anche in queste unioni sperimentate e consolidate può scoppiare il germe dell’inquietudine e dell’insoddisfazione, come nel caso di Kay (Meryl Streep) e Arnold (Tommy Lee Jones). Magari uno soltanto dei due coniugi, in questo caso la moglie, sente pressante l’esigenza di rispondere alla domanda: “Ma allora, è tutto qui?” e di deviare da una routine senza scampo a cui sembra essere condannato il loro matrimonio. Kay sente, infatti, il peso dell’incomunicabilità, della convivenza senza scosse, dello sfiorarsi sotto lo stesso tetto senza mai vedersi davvero. Soprattutto sente di amare ancora il marito in un modo più profondo e più fisico, una parte della vita coniugale alla quale Arnold sembra aver definitivamente rinunciato. Corollario di questa separazione tutta casalinga e quotidiana è la poca dimestichezza a incontrare le proprie emozioni e sentimenti, a comprenderle, il che rende ancora più concreta l’incomunicabilità tra Arnold e Kay.

Il tema è attuale, dato l’allungamento generale dell’aspettativa di vita dei cittadini europei, e anche delicato: pur non vivendo nella puritana America, non si rintracciano nel nostro cinema molti esempi cinematografici di scene di tenerezza o sesso tra persone anziane. L’iconografia generale dei nonni prevede come massimo colpo d’ala una giocata a bocce per l’uomo e un giro di “liscio” per le signore; per il resto, solo domesticità familiare, accudimento dei nipoti e poco altro.

Il matrimonio che vorrei (titolo originale Hope Springs – Consigli per gli affetti) parla di tutte queste possibilità alternative alla vita da “vecchietti” e lo fa con la leggerezza e l’equilibrio narrativo di David Frankel, già acclamato regista di Il diavolo veste Prada e di altre commedie di successo. E anche se il cammino per riconquistare la sospirata intimità non sarà semplice per i due protagonisti, il film regala al pubblico una serie ben nutrita di scene che fanno ridere e sorridere.

Frankel tasta il polso al matrimonio: è convalescente
di Andrea Ussia

Un intenso duetto per una pellicola piccola piccola.

Il cast è di tutto rispetto. Si ridacchia, a volte, in modo spensierato delle (dis)avventure della coppia Kay-Arnold (Streep-Lee Jones). Eppure qualcosa non torna. Perché il nuovo film di Frankel (per chi non si ricorda, il regista de Il diavolo veste Prada) non riesce a colpire al cuore. Dopotutto l’intento principale del regista è quello. Mettere in scena un matrimonio senile, che ormai da anni non vive i fasti della passionalità. Kay e Arnold dormono in camere separate e la ricerca ossessiva, da parte di Kay e ostracizzata burberamente da Arnold, di una sessualità ormai sopita da decenni di apatia matrimoniale, promette fuochi d’artificio adolescenziali e matura introspezione. E invece i fuochi d’artificio si spengono in risatine sommesse, mentre l’introspezione si dimostra superficiale. Difatti Il matrimonio che vorrei si racchiude mestamente nei siparietti prevedibili, con protagonista assoluto Lee Jones, e negli sguardi ammiccanti di una Streep, che ricalca, simpaticamente, Julia Child (Julie & Julia). Nemmeno Steve Carell (nell’insolito ruolo del pacato terapista di coppia) riesce a risollevare la pellicola, che si attesta noiosa e stucchevolmente sentimentale.

Lo scontro ideologico è ostentato nelle prime scene e solo un repentino cambiamento narrativo nelle sequenze conclusive imprime quell’alone di spensieratezza, che ci si aspetta nei precedenti minuti. Il puritano Arnold rimane costantemente sulle sue ferree convinzioni; certamente sperimenta (quasi costretto dal terapista), ma non fa nulla (o quasi) per avvicinarsi all’esuberanza (conservatrice) di Kay. E allora ecco che ci si ritrova a osservare, stancamente, puerili tentativi di ravvivamento della fiammella passionale, passando da un cinema deserto a una camera d’albergo lussuosamente innaffiata d’alcool.

L’impianto imbastito da Frankel (fotografia piatta, metodi di ripresa convenzionali e ritmo che rallenta in modo preoccupante) scricchiola come il matrimonio tra i due protagonisti, che nonostante la superficialità filmica nel quale li immerge il regista, svettano in modo unico con un’interpretazione apprezzabile e di alto livello. Calati a pieno nei loro caratteri, Lee Jones e la Streep riescono a sostenere la pellicola per l’intera durata. Un duetto lodevole e per nulla disprezzabile.

Purtroppo gli aspetti tecnici e narrativi de Il matrimonio che vorrei dimostrano di non avere quella carica passionalmente agè, che sarebbe necessaria per poter godere appieno della pellicola. Didascalico e a tratti ripetitivo (le sedute di terapia sono perennemente identiche a se stesse), il film di Frankel si afferma come una commedia drammatica oltremodo iper-convenzionale, che non contiene quel pizzico accattivante di humour nero, che aveva contraddistinto Il diavolo veste Prada, pellicola nella quale i fronzoli non apparivano stucchevoli. La mancanza di pretese da parte di Frankel gli si ritorce contro: un boomerang che, ipoteticamente, raccoglierà pochi consensi.

Titolo originale: Hope Springs
Regista: David Frankel
Sceneggiatura: Vanessa Taylor
Attori principali: Meryl Streep, Steve Carell, Elisabeth Shue, Tommy Lee Jones, Jean Smart, Susan Misner, Marin Ireland, Ben Rapporport
Fotografia: Florian Ballhaus
Montaggio: Steven Weisberg
Musiche: Theodore Shapiro
Prodotto da Management 360, Mandate Pictures, Escape Artists
Distribuzione: Bim Distribuzione
Genere: Commedia
Durata: 100’

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