Guns & roses si lasciano guardare da uomini avvezzi ai polizieschi e da donne sensibili ai film d’amore.

Il film androgino dalla violenza romantica
di Michela di Michele

La lotta senza quartiere per la conquista di Chicago è iniziata. Siamo nel 1949 e come sul ring, l’ex-pugile Mickey Cohen, il gangster di Los Angeles, si batte con ferocia per conquistare il premio di un nuovo territorio. Mira altrove, Micky Cohen, mentre la sua roccaforte sta per essere minata da una guerriglia sfibrante volta a logorare ogni singolo pezzo del suo impero. Il capo della polizia affida al sergente John O’Mara (Josh Brolin) il compito di radunare un drappello di combattenti immuni al richiamo del denaro e alle blandizie corruttrici di Cohen: impavidi, scaltri e imbevuti dal senso di giustizia, gli uomini di O’Mara sono pronti a tutto per difendere la loro città “che non sarà un paradiso, ma è pur sempre la città degli angeli”.

In Gangster Squad ricorre, regolare come un ritornello, l’idea del progresso contrapposta a quella di passato: Cohen definisce lui stesso “il progresso”, rispetto ai potenti del passato che si accinge a sbaragliare, i poliziotti della squadra segreta di O’Mara difendono il futuro della città strappandola al passato delinquenziale. Ogni personaggio ha un passato da cui doversi staccare con violenza per cominciare a vivere: così, ad esempio, il meno blasonato del gruppo, Navidad Ramirez (Michael Peña), eterno allievo di Max Kennard (Robert Patrick) comincerà a brillare di vita propria solo quando dovrà separarsi dal maestro e John O’Mara dovrà recidere il cordone ombelicale con l’istituzione dalla quale sembrava inseparabile.

Questo è forse l’unico filo visibile che tiene insieme un film dalla trama scontata, che fa del sentimentalismo il punto di forza di una lotta fra boss mafiosi.

Gangster Squod si propone come C’era una volta in America ma si intenerisce sulle vite private dei protagonisti come Titanic.

L’uso eccessivo dello slow motion distoglie in modo brutale dalla sensazione di vivere negli anni ’40 del novecento per ricordare a tutti di essere nell’era tecnologica della post-produzione.

L’estetica del film merita un considerazione particolare. L’espressività di Mickey Cohen (Sean Penn) è impeccabile, con una bocca piccola e contratta che conferisce un tocco lombrosiano al gelido boss. L’aspetto irreprensibile della pellicola, in particolare, sta nei costumi. La gamma di colori scelta per il film è declinata dalla costumista Zophres in modo da accentuare la contrapposizione fra “buoni e “cattivi”. Gli abiti di Grace Faraday (Emma Stone) e di Jerry Wooters (Ryan Gosling) conferiscono un valore aggiunto ai personaggi. La fedeltà alle fotografie dei personaggi reali, resa meno rigida da un’interpretazione originale, ha portato alla creazione di abiti che veicolano l’essenza stessa dei personaggi.

Una pellicola per chi ama il genere poliziesco-romanticone: la forma irretisce e la trama poco esigente rende sproporzionato qualsiasi netto rifiuto.

Gangster-Squad

Il buio e la luce di Los Angele
di Emanuele Marconi

Un cast stellare interpreta l’eterno conflitto tra bene e male in Gangster Squad, film sulla malavita americana del dopoguerra

1949: l’America è appena uscita dalla guerra e la criminalità sta prevalendo in molte grandi città. A Los Angeles è Mickey Cohen (Sean Penn) a gestire i traffici illegali della droga, delle armi e delle scommesse, anche grazie al tacito supporto di alcuni settori della polizia. Intende, invece, contrastarlo la LAPD (Los Angeles Police Department) che dà il compito all’irriducibile John O’Mara (Josh Brolin) di creare una squadra di pochi componenti con l’obiettivo di colpire i centri nevralgici degli illeciti di Cohen mantenendo l’anonimato. Su consiglio della moglie, sceglie individui non in carriera ma estremamente motivati e inflessibili. La missione non parte nel modo migliore e O’Mara deve accettare il rifiuto del sergente Jerry Wooters (Ryan Gosling). Questi cambia idea, però, nel momento in cui assiste a una sparatoria durante la quale ne rimane vittima una ragazzino innocente. È la svolta: da quel momento parte una caccia spietata ai traffici del gangster fino al duello finale.

Ruben Fleischer – regista di Zombieland e 30 Minutes or Less – per la prima volta si trova a dirigere un film dall’alto budget e con un cast davvero eccezionale. Il suo obiettivo è chiaro: fare un film gangster in ottica moderna. «La prima volta che ho incontrato Ruben – rivela Steve Jablonsky, compositore della colonna sonora – mi ha detto che voleva usare il genere gangster classico e reinterpretarlo per il pubblico di oggi». Lo fa puntando molto sull’azione, sulla violenza – talvolta esplicita ed estremamente crudele – e sulla partitura musicale – capace di creare atmosfere, tensione e di commentare in maniera curiosamente leggera e quasi ironica alcune scene con sparatorie. Da segnalare un certo virtuosismo tecnico: Fleischer ricorre frequentemente allo slow motion e ai movimenti di macchina, in particolare nella scena dello scontro a fuoco finale e nel bellissimo inseguimento in auto alla caccia della droga del gruppo di Cohen.

Il film – tratto dal libro Gangster Squad di Paul Lieberman – inizia con una sorta di presentazione dei personaggi principali: il pugile e criminale Mickey Cohen intento a tirare pugni a un sacco da boxe, e il sergente John O’Mara. Il male e il bene, fondamentalmente. Mentre in molti film, tuttavia, è spesso il “cattivo” ad essere il personaggio più elaborato e anche più intrigante, in questo caso lo sono, forse, i “buoni”, tratteggiati con maggiore complessità.

Cohen – gangster realmente esistito ma poco noto al grande pubblico – è rappresentato da Sean Penn. L’attore è, come sempre, eccezionale ma forse carica troppo l’interpretazione: «Sean ha dato vita – sostiene il produttore McCormick – a un uomo che nella realtà e nel racconto in qualche modo romanzato su di lui, ha un ego spropositato ed è molto pittoresco». Non a caso dice a un suo scagnozzo: «stai parlando con Dio». Penn insiste sulla mimica facciale, delineando un gangster diabolico ma tratteggiando, così, più un tipo che un personaggio complesso.

Anche il sergente interpretato da Josh Brolin è rigido e inflessibile nelle sue posizioni: dedito alla sua missione, ha saldi principi e intende combattere la criminalità e le ingiustizie a ogni costo, accettando perfino il rischio di perdere i propri affetti. Indomito e indomabile, incarna il “bene” assoluto; ma sono le azioni che compie – insieme alla sua squadra – per colpire Cohen che fanno sorgere i dubbi. Si comportano, infatti, esattamente come i propri nemici: si cimentano in inseguimenti in auto, sparano e uccidono senza pietà. È solo l’agente Keeler (Giovanni Ribisi) a porsi delle domande sulle loro azioni e rappresenta, fondamentalmente, la coscienza del gruppo.

Meno stereotipato è il personaggio del sergente Wooters, interpretato da Gosling. Inizialmente arrendevole e disinteressato alla missione, cambia idea quando si trova di fronte all’ingiustizia di una morte innocente. Il suo sorriso beffardo si trasforma, così, in spirito di vendetta e volontà di rivalsa. La sua posizione è maggiormente complicata perché stringe una relazione amorosa con Grace Faraday, star del cinema mancata e compagna di Cohen. L’attrice Emma Stone dà estremo fascino alla donna, ma la loro storia d’amore appare quasi estranea alla vicenda principale.

Tutti questi personaggi si muovono in una Los Angeles anni Quaranta/Cinquanta perfettamente ricostruita: vestiti, macchine, armi, locali, vie cittadine e abitazioni. Il produttore Dan Lin afferma: «Il team ha creato un mondo che non esiste più: ambienti lussuosi, costumi sexy…Un mondo ricco di glamour e in cui a tutti piacerebbe vivere anche solo per un attimo». In realtà forse non proprio a tutti piacerebbe trovarsi, di notte, al centro di sparatorie, esplosioni, rapine. La troupe punta molto sui contrasti luce/buio e chiaro/scuro, sebbene sfrutti molto le potenzialità dei colori, sia all’interno delle stesse inquadrature che tra le diverse sequenze. È significativa la scena, ad esempio, in cui O’Mara si allontana dalla moglie e dalle neonata figlia e sembra andare incontro al suo destino: si nota in questo caso un effetto chiaroscurale notevole che, emblematicamente, simboleggia le due polarità del sergente e i suoi tormenti interiori. I tormenti di un uomo che abbandona con dolore i suoi cari per raggiungere il suo obiettivo professionale ed etico.

Le scene diurne sono regolarmente intervallate dalle più frequenti scene notturne – le più intriganti e coinvolgenti. È nell’oscurità che si muove la malavita e in cui si commettono i peggiori crimini. Ed è estremamente significativo che la pellicola si chiuda con immagini caratterizzate da spazi naturali vasti e aperti e da una chiara luminosità, in contrasto con gli spazi chiusi e scuri della Los Angeles criminale.

Nonostante i punti deboli – in primis una sceneggiatura che doveva sfruttare maggiormente le incredibili potenzialità di un cast stellare – il film mostra quanto oggi ci sia bisogno di chiarezza e luminosità. Scrive proprio l’autore Will Beall: «Di questi uomini mi ha colpito il fatto che abbiano messo a rischio la loro vita non per un riconoscimento, una medaglia o per soldi, ma solo ed esclusivamente per il futuro della città». C’è proprio bisogno di uomini così. E di film anche migliori di questo – gangster movie certamente buono ma non indimenticabile.

E’ partito il concorso “Nessun Distintivo”, una grafic novel che permette di vincere un soggiorno per due persone a Los Angeles su http://www.nessundistintivo.it/

Titolo originale: the Gangster Squad
Genere: Poliziesco/ romantico
Regista: Ruben Fleisher
Sceneggiatura: Will Beall
Attori principali: Josh Brolin, Ryan Gosling, Sean Penn, Nick Nolte, Emma Stone, Anoty Mackie, Giovanni Ribisi, Michael Pena
Fotografia: Adriano Goldman
Montaggio: Alan Baumgarten e James Herbert
Musiche: Steve Jablonsky
Produzione: Lin Pictures/ kevin McCormick
Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia
Paese: Usa 2012
Durata: 106’

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