Ferita senza tempo: Fabrizio Ferraro e la sacralità del muro

A trent’anni dalla caduta del muro di Berlino, la storia non smette di chiedere testimoni. In Checkpoint Berlin, al cinema dal 15 settembre, Ferraro riflette sulla memoria.

Una società delle immagini ha bisogno di queste per sopravvivere e per definire i confini della propria identità, in quanto solo il racconto e la memoria di ciò che è passato possono costituire la bussola per orientarsi nel futuro.

Alcune immagini, poi, hanno più peso di altre: sebbene oggi siamo abituati ad avere la possibilità di vedere gli eventi nel loro svolgersi in tempo reale, ovunque e in qualsiasi momento, la caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989) è stata una delle prime, se no la prima, occasione in cui la storia è stata fatta sulla televisione.

La consapevolezza di essere testimoni non solo conferisce all’evento in sé un valore più forte, ma modifica la concezione collettiva di quanto è accaduto prima. Si fa proprio l’antefatto che ha portato al momento specifico della testimonianza, esso assume una sacralità nuova: la ferita di pochi può diventare ferita di tutti. Ferita senza tempo.

Se il cinema di Ferraro sembra sempre sottintendere l’intenzione di rendere lo spettatore testimone di quegli eventi contemporanei di cui sembriamo non renderci conto – o addirittura non voler vedere – in Checkpoint Berlin (2020) questa volontà viene esplicitata.

Il film, che prima dell’emergenza sanitaria sarebbe dovuto uscire nelle sale lo scorso 17 marzo, è stato proiettato in contemporanea a Roma (Palazzo delle Esposizioni), Barcellona (Filmoteca de Catalunya), Palermo (Cinema Rouge et Noir), Perugia (Multisala Postmodernissimo) e Torino (Cinema Massimo-Museo Nazionale del Cinema) martedì 15 settembre.

Esso costituisce il secondo volume di una trilogia, iniziata nel 2018 con Les unwanted de Europa, Gli indesiderati d’Europa. In una stratificazione di storie, racconti e immagini, ci viene descritto l’evento storico attraverso la percezione specifica delle persone che vi girano intorno: quello del regista che, invitato a presentare il suo ultimo film a Berlino, approfitta della permanenza della città per avviare la ricerca di suo zio scomparso, non è altro che un pretesto per poter seguire, camminando lungo il muro, la storia dei suoi stessi testimoni.

La sorprendente attualità del rapporto tra uomo e muro confluisce al racconto una drammaticità che impedisce allo spettatore di percepirlo come soltanto un documentario: Checkpoint Berlin diventa uno strumento, un’immagine cristallo che, in una prospettiva evocativa, rende gli spettatori testimoni di una sofferenza passata e indaga attraverso i suoi personaggi (la figura mitica del Passeur diventa manifestazione di quella speranza di libertà comune in tutte le storie raccontate) sulla sacralità del limite.

Titolo: Checkpoint Berlin
Regista: Fabrizio Ferraro
Produzione: Italia
Attori principali: Alessandro Carlini, Marcello Fagiani, Fabio Fusco, Marta Reggio, Caterina Gueli Rojo, Marco Ciampani, Freddy Paul Gurnet
Genere: Documentario
Durata: 64 minuti
Scenografia: Stefano Gaeta, Federica Formaggi
Costumi: Stefano Gaeta, Federica Formaggi
Produzione: Boudu, Rai Cinema

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