Nazirock

Recensione: Nazirock

“Vi hanno impedito di vederlo al cinema. Ma lo trovate in libreria, pubblicato da Feltrinelli Real Cinema.”

SCHEDA TECNICA

SCHEDA DVDCosì recita in apertura il sito ufficiale di NaziRock, do*****entario (non tanto shock, in effetti) girato da Claudio Lazzaro.  “Gli avvocati di Forza Nuova hanno minacciato azioni legali nei miei confronti e nei confronti dei gestori che avessero deciso di proiettare il film. Ma i miei avvocati sono tranquilli: non esistono i presupposti per un’azione legale. Anzi, ritengono che dovrei essere io ad agire legalmente contro Forza Nuova, per il danno arrecato“, dichiara Lazzaro. In effetti il film non verra’ proiettato nelle sale stabilite in precedenza, visto che queste si sono tirate indietro alla fine, non distribuendo più il film. Parliamo del Cinema Politecnico Fandango, che avrebbe dovuto programmare Nazirock dal 4 aprile, e il Cinema Anteo di Milano. Ma cosa si vede di tanto scottante in questo do*****entario?

Anzitutto il conturbante Demo Morselli, che in una delle scene iniziali dirige l’orchestra ad una convention. Ma non solo. Il docu movie si apre con una lunga panoramica sul modesto mondo delle manifestazioni di Forza Nuova e Forza Italia, sulla falsariga delle inchieste di Report o di Annozero (nonché le uniche inchieste giornalistiche che possiate mai vedere in Italia). Lo spettatore viene lasciato libero di farsi le sue opinioni, e nessun commento segue o accompagna le (arraffazzonate) parole ebbre di un Fini, che dal palco di un’assemblea cerca maldestramente di giustificare sullo stesso piano la cultura nazionalista di An con le pretese identitarie della Lega, come se i due fenomeni non potessero che finire a braccetto. La telecamera si fionda poi sugli elementi più “outsider” del nuovo soggetto politico Pdl; si osserva da vicino il parterre di accompagnatori della Mussolini (quella che si offendeva quando Sgarbi la chiamava fascista), tra cui spiccano l’incredibile Luca Romagnoli (che dubita dell’esistenza delle camere a gas, e definisce Hitler uno “statista che ha commesso degli errori“), e il “fiero di esser stato esiliatoRoberto Fiore, un individuo che del suo target di riferimento ha capito tutto: “Piuttosto che riunirvi in modo fanatico intorno a una squadra di calcio, meglio riunirsi da fanatici intorno alla bandiera italiana“.
Non fa una piega. Dopo questa corposa premessa il film si concentra sui gruppi nazirock (o di musica identitaria, come amano definirsi loro), ripresi con grande attenzione durante alcune performance live nei “campi” di Forza Nuova, che (in fin dei conti) raccolgono intorno a questi eventi concerto poco più che un gruppo di pogatori sparuti e ai margini, tutti smaniosi e presi ad urlare strofe-motto cantate a squarciagola dai loro gruppi di riferimento. Ed ecco il mondo (suburbano, sotterraneo, che non si sente mai e quando si sente fa rumore) raccontato da Lazzaro: un nugolo di individui che a vederli esporre le loro tesi, calmi e posati, parrebbero parrocchiani qualsiasi (i riferimenti alla Chiesa e a Dio non mancano), salvo poi stringersi in un abbraccio (manco tanto figurato) attorno ad Antonio Insabato, un tizio che ha perso l’uso delle gambe per aver fatto esplodere una bomba alla sede del Manifesto. Eppure è lo stesso Insabato a parlare di una nazione che deve vincere le sue battaglie “con l’amore” (e solo chi ha visto il film sa quanto e di che maniera Insabato si trasfiguri nel corso del suo intervento al microfono). Qualcosa che si spiega solo con la patologia, e che nella patologia trova la miglior scusa e giustificazione. Dal punto di vista prettamente tecnico il do*****entario non è efficacissimo: il rtmo non è teso, anzi, risulta monocorde e risente di poche alternanze, sia di intenzioni che di voci narranti: una sola voce racconta quel che vediamo, e sono assenti i cambi di prospettiva, con un fastidioso effetto martellante e bombardante. Giù a riprendere per molti minuti, dunque, quello che in effetti si esaurisce con poco: i testi delle canzoni identitarie “Mi hanno gia’ stancato
Gli appelli alla memoria
Quella che so io
è tutta un’altra storia […
]”che intrecciano negazionismo e risentimento bruciante verso la polizia “…che violenza sia, purché contro la polizia… la curva frana su quei figli di ….” e via discorrendo. Evidente dunque quanto il movimento neonazista (ammesso che loro accettino  questa definizione, perché pare siano precisissimi nel fare le pulci alle diciture), peschi a piene mani dal mondo delle tifoserie ultra’, e recluti nuove leve da questo inestinguibile serbatoio di violenza e frustrazione che è il mondo del calcio tifato col passamontagna. Tutto però finisce un po’ nello stesso calderone: la lotta all’aborto visto come il genocidio del ventesimo secolo, il revisionismo storico e la negazione dell’Olocausto (curioso no?
), le farneticanti parole di Maurizio Rossi (guru del negazionismo), e la lotta la melting pot e all’espansionismo americano, la critica al sionismo e il complesso discorso sulla razza ebraica sostenuto dagli stessi ebrei. Tutto un po’ troppo accennato e affrettato a fronte di un contesto troppo complesso e ramificato. Nei fatti il do*****entario non mostra troppo di più di quanto non si potesse immaginare al di la’ e indipendentemente dalle intenzioni di Lazzaro, e che tuttavia è bastato a far indiavolare Roberto Fiore che ha ritenuto il materiale lesivo per l’immagine di Forza Nuova (ma che strano, parlano solo loro!)Interessante la chiosa circolare come soluzione conclusiva: il film termina sui volti con cui la narrazione era cominciata: il giovanotto col duce tatuato sul polpaccio, per cui gli ebrei ammazzati non sarebbero otto milioni ma un milione (e quindi va bene!!), e il sopracitato Romagnoli. Si chiude con immagini di repertorio  di corpi martoriati dalla permanenza nei campi di concentramento: scelta manieristica un po’ (troppo) retorica e ruffiana; ma a cosa serve poi?
Potrebbero essere immagini cinematografiche realizzate su un set, no?
Nazirock: Se non avete mai visto qualcosa del genere… Fatelo!

Nota: di Roberta Monno
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