Eraserhead – La Mente Che Cancella

Recensione: Eraserhead – La Mente Che Cancella

Primo film-mostro di Lynch, il secondo sarà “Elephant Man”, e dico mostro nel senso che esso non è mai immagine definita, nonostante la forte modalità di controllo in atto. Del tempo: cinque anni di lavorazione, la volontà/possibilità di ottenere il risultato voluto (assoluto, come nei tedeschi del muto; e assolutezza del set come generatore di altro cinema, lo sconosciuto cortometraggio The Amputee; e ancora contenitore della vita stessa del suo inventore, che in quel set ci ha vissuto davvero con la troupe: set ‘mise en abîme’).

SCHEDA TECNICA

SCHEDA DVDDel tempo-denaro: la costruzione è ipercontrollata, “Eraserhead” sarà costato anni di lavorazione ma ciò ha permesso di economizzare al massimo in termini di capitale. Spreco e risparmio. Il film in fondo vive di contrasti. A deflagrazione avvenuta ha senso una storia?
Una narrazione?
Forse ha il suo senso. E il protagonista di questa storia vi si perde. Proviamo a tracciarne il percorso… Nel nero del cosmo una testa, un pianeta-cervello che genera forme. Il mondo di Henry Spencer è un cervello, forse il suo, ma non ha nulla della perfezione di una sfera, piuttosto è qualcosa di deforme, distorto.Henry è da qualche parte che dorme, ma è anche nel sogno, in due luoghi contemporaneamente. Henry è un chaplin sbagliato in un mondo sconvolto da un’esplosione nucleare.
E’ un fungo atomico quella foto appesa nella sua stanza. Fuori dalla finestra si vede un muro, sul pavimento materia vegetale, sull’armadio una montagna di terra, fango.
Henry osserva la foto strappata della fidanzata, un’altra testa staccata dal corpo. Fuori, rumori di fabbrica, rotaie sulle quali non passerà mai un treno eppure sembra di sentirne lo sferragliare lento, l’eco di un fischio prolungato… sbuffi di fumo, pozzanghere nere. A casa della fidanzata Mary X, Henry apprende di aver generato un figlio e gli sanguina il naso, il figlio è un essere deforme (un agnello scuoiato?
Lynch ha sempre avuto cura di non rivelare nulla a proposito della realizzazione di quell’essere). In una scatola tabernacolo di legno Henry racchiude una larva secca, forse un seme che sembra avere un significato importante per lui, qualcosa da coltivare, di cui avere cura. Insomma, Henry ha ben organizzato il suo piccolo cimitero interiore. Lo spazio interno-esterno sembra compresso, schiacciato, modellato-strutturato dai rumori (organici e non) che rendono compatta, densa, materica l’immagine. Henry in solitudine cerca rifugio nella visione della Donna del radiatore, che pesta le forme bianche (spermatozoi, feti, embrioni, cordoni ombelicali, caricature del figlio: forme informi) che scendono dall’alto del palcoscenico dentro cui lei rigidamente danza. Queste forme vanno a finire (o fecondare) in uno specchio d’acqua, mentre altre le ritroveremo nel letto di Henry, mentre Mary X si dimena in preda agli incubi o al piacere, come se i due, lei e Henry, avessero un rapporto sessuale a distanza (prima nella mente di lui, poi separatamente nel corpo masturbato di lei) che non servirà a procreare comunque più nulla; a meno che la scena non sia altro che il ‘ricordo’ di come il figlio fu generato. Henry è rabbioso e scaglia al muro quei budelloni bianchi. La larva bianca del tabernacolo si anima, il figlio piange. Henry ha un rapporto sessuale con la donna della porta accanto: si ritroverà (forse a causa di questo tradimento) spett-attore all’interno del teatrino, lì c’è anche l’Uomo delle leve (condensazione del meta cinematografico secondo il primo Lynch) visto all’inizio, colui che sembra muovere gli eventi dalla fabbrica nel piccolo mondo. Sul palcoscenico c’è Henry e un albero stilizzato che gocciola sangue, a Henry si stacca la testa, dal moncone esce quella del figlio che urla (rappresentazione del dio creatore nelle figure del padre, del figlio e dello spirito santo, l’albero e poi il crocefisso di legno e il teatro come luogo in cui si ripete il sacrificio…), la testa scompare in una pozzanghera per ripiombare nella ‘realtà’. Sarà ritrovata da un ragazzino che la porterà in fabbrica per farne col cervello gomme da cancellare per matite (come un tempo ad Auschwitz la pelle serviva per fare sapone). Il segno e la sua cancellazione. Il figlio ride del padre, Henry lo uccide, il pianeta si spacca, l’Uomo delle leve brucia, Henry raggiunge la Donna del radiatore (la madonna?
) che lo abbraccia e il film finisce. “Eraserhead” è talmente denso di simboli e significati (tutti interpretabili, tutto inutile) da far pensare di poter contenere tutto il cinema fatto (e da fare). La sua densità, la sua corposità è materia al passato, escremento temporale, destinato alla consunzione, con la fine già inscritta nella sua stessa essenza (il cinema, un’invenzione senza futuro sentenziava Lumière). Utilizzammo nastri ottici che trovammo tra gli scarti della Warner Bros confida Lynch in un’intervista ai Cahiers du Cinéma; Abbiamo costruito tutte le bande sonore a partire da questi pezzetti trovati nelle immondizie. Materia di scarto, consumata, ancor viva ma per poco, viva di morte nel processo di putrefazione, ma anche miracolo della vita e operazione alchemica: Lynch subisce il fascino di una mente prometeica che produce energia dai residui (P. Vernaglione), aldilà di una scelta morale sui materiali, fango o oro, dalla loro unione una nascita. Cinema-corpo palpabile, esperibile grazie al suono che fa corpo con l’immagine, talmente importante da spingere Lynch anni dopo a reintervenire (infierire) sul film e farne la versione stereo, per permettere ancor meglio di entrare nell’universo di “Eraserhead”: L’idea era di entrare in una sala, di vedere la luce dispiegarsi e di sentire un suono veramente enorme, e di poter fluttuare in un sogno, di poter sentire questa potenza (ancora Lynch ai Cahiers). L’esperienza della sala dunque, senza filtri, come di fronte ad un buco che dà su un universo a colori bianco e nero.Il bianco: il colore della luce, della purezza, dell’assenza, il colore della neve e del latte materno, dello sperma, del lenzuolo in cui si dorme, del blocco dello scrittore, della gomma da cancellare e dell’occhio prima del taglio, dell’assenza di forme dal fotogramma, della cancellazione di immagini.Il nero: il colore del buio, de
lla notte, delle ombre, del cosmo, ma anche la notte artificiale del cinema, il nero dello studio, il nero all’interno del meccanismo fotografico. Il nero della sala prima che un getto di luce si proietti sul bianco dello schermo per scrivere, incidere, bucare, galleggiare, fluttuare. Nell’oscurità del meccanismo fotografico è tutto l’universo lynchiano, è lì che le forme si generano e trasformano, si nascondono e vengono cancellate, si espongono e si ritraggono, precipitano e risorgono, respirano il tempo, liquido, evaporato, denso da permettersi anche di essere lineare (vedremo con “Elephant Man”, “Dune”, ecc…) tanto prima o poi finirà per ritornare su se stesso: è comunque un tempo pieno di buchi… E la luce è raggio di tenebre (Pseudo-Dionigi).

Nota: di Tomas Tezzon
Eraserhead – La Mente Che Cancella

Lascia un commento