Lascia Perdere, Johnny!

Recensione: Lascia Perdere, Johnny!

Tra l’onirico e lo storico, un intimissimo (più che intimistico) viaggio alla ricerca delle origini della Piccola Orchestra Avion Travel, attraverso lo sguardo e la voce narrante di Fausto Mesolella, chitarra del gruppo, impersonato dall’esordiente Antimo Merolillo.

SCHEDA TECNICA

SCHEDA DVDLa storia è semplice e un po’ bizzarra: Faustino è “figlio unico di madre vedova”, e per evitare di finire sotto le armi ha bisogno di un contratto che dimostri che solo lui è fonte di sostentamento per la madre (una bellissima e docile Lina Sastri).

Faustino ama suonare, e con discrezione si esibisce insieme a chiunque gliene dia l’opportunita’ (e gli assicuri il futuro di un contratto). A Faustino basta solo star vicino agli strumenti, fiducioso che il mondo, in fondo, sia un posto per bene in cui la gente non ti prende in giro e può riservarti sempre belle sorprese. Quando in citta’ arriva Augusto Riverberi (Bentivoglio), noto ai più come l’amante di Ornella Vanoni, Fausto viene ingaggiato dal fact totum del villaggio Raffaele Niro (Ernesto Mahieux, indimenticabile ne L’Imbalsamatore di Garrone), che gli promette di diventare chitarra del maestro e, ovviamente, di avere un contratto. Ecco che  in un battibaleno l’impresario mette in piedi una scalcinata ma (pare) talentuosa combriccola: il maestro Riverberi snob e milanese, Faustino l’accondiscendente, Annamaria, la parrucchiera a cui Riverberi affida i segreti della sua chioma (Valeria Golino), e Jerry Como , cantante confidenziale interpretato da Peppe Servillo (frontman degli Avion Travel). La cricca si esibisce in giro per la Campania in un estate in cui tutto sembrava possibile, fin quando Niro non si dilegua lasciando i compagni in un mare di guai e debiti. Questa prima parte di film è di gran lunga più riuscita e coerente rispetto alla seconda, straziante, in alcuni punti drammatica fino al fastidio provato nei confronti di un’anima fin troppo candida, quella di Fausto, creatura al di sopra del male e dell’inganno, incapace di intuire l’imbroglio e fiducioso oltre ogni limite consentito. La regia di Bentivoglio è discreta, poco ricercata e spoglia di qualsivoglia virtuosismo o tecnicismo inutile. Si presenta tuttavia vicina alla visione di cinema dell’amico Sorrentino, di cui recupera suggestioni geometriche e soluzioni sceniche affascinanti, luci importanti che strizzano l’occhio ad un surrealismo essenziale e mai funambolico.
Il taglio “regionale” della narrazione ricorda i film di Ligabue, in cui il territorio, con le sue leggi ben precise, si iscrive nella personalita’ di chi lo abita, costituendosi come personaggio a sua volta di un racconto che non può che testimoniarne il protagonismo. Pensiamo alla comicita’ imprecisa e scomposta del ballerino Manolo, che arriva sulla scena in un fare quasi felliniano, una nota di colore translucida da matto del villaggio; un freak onnipresente nelle opere del Liga. La figura di Faustino, lieve e incantato, ma con un fondo perenne di malinconia negli occhi e nei gesti, fa invece pensare all’umanita’ narrata da Virzì: un universo di infami che si muove intorno a qualcuno (Marta, Piero, Caterina, Tanino) che resta fermo e arroccato nel proprio mondo di valori sano e incorrotto, ma che subisce con dolore lo schianto contro la realta’ truffaldina che non tutela nessuno. Soprattutto i “portatori sani” di candore. Così Fausto pare una trottola maltrattata da un bimbo capriccioso che ci gioca senza rispetto. Come il film si concluda non è dato sapere, la pellicola infatti termina in modo frettoloso, poco sorvegliato e disattento, depauperando l’intero progetto di un messaggio coerente e univoco, che non dia spazio a vaneggiamenti poco interessanti che puzzano di “non sapevo come chiuderla”.”Il film può suddividersi in tre capitoli – ha raccontatol’autore – Falasco e l’orchestra a Caserta, che echeggia gli anni 50; Riverberi e i nastri preregistrati degli anni 60; il viaggio di Faustino per Milano, che richiama i 70 con echi dei terribili 80, con un finale che vuole esprimere la nostra difficoltà a diventare padri“. Ci troviamo d’accordo con l’intenzione di narrare un excursus nei “tempi” di un’Italia antica, fornendo una sorta di pittoresco affresco – compendio di epoche passate, ma l’ultima istanza relativa alle difficolta’ della paternita’ proprio non la vediamo. L’immagine sbiadita di Riverberi che arriva incontro a Fausto sembra piuttosto un’ulteriore illusione del ragazzo, che fino all’ultimo spera che l’uomo in cui lui (e la mamma) avevano riposto tanta fiducia, non sia così infame come sembra, soprattutto se si pensa allo stacco velocissimo dell’inquadratura sulla scritta finale – titolo del film: Lascia Perdere, Johnny! Quasi a dire “finiscila di credere sempre a tutto!”Ma sono solo illazioni, possibili (o doverose) quando un’opera termina con un finale che è più un trancio netto che una conclusione ordinata e sensata. Ovviamente le prove recitative sono superbe (e questi sono attori che si dirigono da sè, nulla da dire o da dare al regista): Golino misurata e sempre in forma, Toni Servillo (il Falasco) autentico genio iperbolico e istrionico, grande maestro del nostro cinema. Simpatica anche la performance del fratello Peppe, e in fine bene anche il Bentivoglio, che sa come si sta davanti alla macchina da presa.Lascia perdere, Johnny!: Tra Sorrentino, Virzì e Ligabue, un buon film con un brutto finale.La Frase: “The Show Must Come On”; Ernesto Mahieux, Lascia Perdere Johnny, 2007

Nota: di Roberta Monno
Lascia Perdere, Johnny!

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