Cemento Armato

Recensione: Cemento Armato

Le sale cinematografiche italiane hanno accolto a braccia aperte il nuovo film post-rivelazione di Marco Martani che tenta una doppietta dopo il successo di “Notte prima degli esami“, sempre in coppia con Brizzi, a cui ha scippato la regia delegando la sceneggiatura.

SCHEDA TECNICA

SCHEDA DVDPer non correre il rischio di fare fiasco, il Martani ha pensato di teletrasportare l’affiatata coppia VaporidisFaletti da un film all’altro, convinto che i due personaggi, impiegati simultanemente, costituiscano una sorta di feticcio scaramantico contro le cadute di stile, a imitazione di quei giocatori di calcio che non si cambiano mai le mutande con cui hanno vinto una partita, evitando accuratamente di lavarle per il resto del campionato. Mi auguro che durante le riprese del film tale divieto non sia stato imposto anche ai suddetti attori, ma se così fosse, troverei un perché plausibile ai molti interrogativi sorti spontanei nei riguardi della limitata capacità recitativa di entrambi. Il protagonista Diego Santini, giovane teppista di strada interpretato dall’onnipresente Vaporidis (che avvertito per tempo del teletrasporto è riuscito a indossare una maglietta da bullo e a spettinarsi i capelli per entrare nella parte), ha passato metà del film a correre come l’Ultimo dei Mohicani, e l’altra metà a uccidere a sangue freddo killer di professione impotenti di fronte alla sua furia omicida vendicativa; il tutto per colpa di un passatempo poco remunerativo che personalmente non incoraggerei fra la gioventù odierna: spaccare a pedate gli specchietti laterali delle automobili in coda mentre ci si sollazza su un motorino rubato. Certo è, che se il regista si fosse ricordato di avvertire anche Faletti dell’imminente trasmigrazione da un film all’altro, il prodotto finale sarebbe potuto essere, non dico accettabile, ma quanto meno vedibile. 

Invece il povero attore/scrittore, accortosi all’ultimo minuto di essere stato catapultato dalla mala-istruzione italiana fine anni ottanta alla mala-vita nostrana stile nuovo millennio, non è riuscito a indossare i panni del gangstar con body guard senegalese al seguito e si è accontentato di imparare le battute strada facendo; così, a noi spettatori confusi, è rimasta latente la sensazione di aver intravisto nel ghigno sadico del “Primario“, (potente boss senza scrupoli pronto a massacrare un’intera città a costo di vendicare lo specchietto retrovisore destro della sua Mercedes), il ghigno ancor più sadico del professor Martinelli che, tra un’interrogazione e l’altra, sembra aver preso la malsana abitudine di violentare ferocemente le fidanzate dei suoi ex alunni dopo cena, nei ristoranti bene di una Roma fredda e corrotta. Alla fine del film Santini, in un improvviso moto di orgoglio filiare, decide di vendicare la morte del padre, da lui testè rivalutato, gettandosi di peso sul “Primario” e precipitando con lui da un viadotto. A questo punto viene da chiedersi se siano effettivamente morti perché sarebbe stato probabile, visti i precedenti, che nella caduta il boss si fosse impigliato accidentalmente in un cavo da Bunjee Jumping dimenticato lì dallo zio del padre della fidanzata di Santini, salvandosi perciò in extremis e lasciando precipitare solo lo sfortunato Diego. Il regista, però, deve aver pensato che, seppur affascinante, una conclusione del genere sarebbe potuta sembrare un tantino poco credibile, e perciò si è limitato ad ammazzarli entrambi e a “risolvere” il suo capolavoro con una panoramica sui sopravvissuti, tutti tristi e tutti in lacrime.    Come me d’altronde, che mi sono lasciata convincere ad andare a vedere un film per il quale lo stesso Darwin, fautore del “cieco caso”,  avrebbe sospettato una leggera forzatura nello svolgersi della vicenda. Personalmente sono uscita dal cinema sconcertata da questa monocromatica accozzaglia di banalità e coincidenze mal gestite, impilate l’una sull’altra nel vano sforzo di formare un surrogato di “noire” all’italiana che tenta di autogiustificarsi in un epilogo tanto stucchevole quanto diseducativo ai fini di una qualsivoglia morale. Una costante del film è la totale mancanza di realismo nel far coincidere fabula e intereccio, passando per la noiosissima fotografia che raggiunge il culmine della mediocrità nella simbiosi ossessiva del boss col suo telefonino grigio, come i suoi abiti, come le pareti della sua casa, la sua macchina, i suoi occhi e il suo stesso colorito in tinta con il titolo: “Cemento Armato“, in una trasposizione della realtà che appare più squallida della realtà stessa.

Nota: di Ellebi
Cemento Armato

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