Registi e Attori: Kevin Spacey Intervista Per 21

Registi e Attori: Kevin Spacey Intervista Per 21

Produttore e protagonista di 21, un professore del Massachussetts Institute of Technology (Mit) che grazie alle doti dei propri allievi riesce a gabbare un Casinò, e impegnato come attore nella piece di David Mamet, Speed the Plow, Kevin Spacey dichiara: questo è il periodo più felice e appagante della mia carriera [perché] pochi attori possono godersi il lusso della mia posizione, ovvero essere in grado di far cinema a proprio piacimento e insieme presiedere alle attività di un autorevole istituzione come l’Old Vic. Il mio grande sogno, dare al teatro quello che il teatro ha dato a me, si sta realizzando in pieno, e benedico la Dea bendata per questa mia fottuta fortuna.

Mister Spacey, prima di tutto ci spiega il suo interesse per un progetto commerciale come “21”?

“Tutto il cinema è commerciale, non ne conviene?
L’arte in sè è un’impresa commerciale a scopo di vendita. Ciò premesso confesso che la storia del film mi aveva intrigato. C’è l’elemento del genio matematico, della sfida al sistema delle case da gioco ritenuto infallibile, dello stesso gioco d’azzardo e della dipendenza che spesso ne consegue”. Le piace giocare?

“Sì, soprattutto a blackjack. Ma non soffro di dipendenze, a parte quella per la recitazione”. Ha giocato a Las Vegas?

“Certo, giocavo spesso mentre giravamo il film, coi ragazzi più giovani del cast, non ancora in età per poter sedere ai tavoli dei casinò, che mi suggerivano le puntate dietro le spalle e tifavano come matti per me. Abbiamo vinto un sacco di soldi, puntualmente divisi fra tutti noi. Non ho mai avuto tanta fortuna al gioco come in quel periodo. Di buon auspicio per l’esito del film”. Come siete riusciti a farvi aprire le porte dei casinò di Las Vegas per le riprese del film?

“Non c’è stato nessun problema. Ai casinò non c’è niente che piaccia di più dell’idea di attrarre nella loro trappola centinaia di migliaia di turisti, ognuno di essi convinti di poter battere i padroni di casa al loro gioco. Ai casinò la nozione di questo film è andata subito a genio, e il motivo per cui ci hanno permesso di girare nelle loro sale è proprio perché vogliono far credere alla gente di poter venire qui e battere la casa da gioco. Che, come tutti sappiamo, è una mera illusione. I giovani del film, come i veri protagonisti del fatto reale, sono adesso banditi da ogni casinò, pur non avendo fatto nulla di illegale. Il sistema non può perdere. Il successo ottenuto al gioco dai giovani nel film dà loro alla testa. Un monito?

“Sì, ma senza moralismi. L’astuzia con cui raggirano gli ostacoli del “sistema” dei casinò sfocia in arroganza e stupidita’, che mette sempre a repentaglio le virtù. Da giovane anche io ero così, sfrontato e ambizioso, spinto da un’intensità di tipo maniacale. Volevo il successo a tutti i costi, ma temevo di non essere bravo abbastanza. Poi ebbi la fortuna di conoscere Jack Lemmon quando recitammo insieme a Broadway nel “Lungo viaggio verso la notte”, nel 1986. Mi invitò a partecipare a un work-shop da lui condotto a Los Angeles, e fu lui ad introdurmi al mondo del cinema di Hollywood. Lemmon fu il primo grande a dirmi che ero bravo. Un’iniezione di fiducia nei miei mezzi cha ha cambiato la mia vita. A Lemmon devo tutto”. Lei ha ottenuto un grande successo come attore. Convive bene con la sua popolarita’?

“Per niente. Odio il mondo delle celebrita’, lo trovo rivoltante. Mi considero un attore caratterista piuttosto bruttino a cui è andata bene nel cinema. Per questo ho deciso di investire dieci anni facendo qualcosa che so che migliorerà la qualità della mia vita. Mi riferisco all’impegno con l’Old Vic, il cui aspetto più importante è la scoperta e guida di giovani talenti. Vede, quando mio padre morì, Jack Lemmon diventò per me una figura paterna.Jack mi diceva spesso che sei hai avuto successo nella carriera che avevi sempre sognato hai l’obbligo di scendere con l’ascensore fino al pianoterra. Ovvero dedicarsi a coltivare nuovi talenti, insegnare, promuovere i giovani, fare insomma quello che qualcuno nel passato aveva fatto per te. Questo “dare” reca più soddisfazione di qualsiasi altra tua affermazione professionale, perché contribuendo a cambiare per il meglio la vita di altri ti liberi delle tue meschine ambizioni e ti realizzi davvero come uomo”. Non sta pensando dunque di lasciare il cinema?

“Non ci penso nemmeno. Il teatro e l’Old Vic vengono prima di tutto, ma non vedo perché dovrei smettere di fare film. Mi sento spesso chiedere: perché hai lasciato Hollywood e ti sei trasferito a Londra?
Io non ho lasciato un bel niente. Oltretutto non ho mai avuto una dimora fissa negli ultimi 15 anni, durante i quali ho vissuto come un nomade tra un hotel e un altro. Londra è una tappa come un’altra, ma bellissima, di un lungo percorso artistico”. Ci parla dei suoi prossimi progetti?

“A parte il teatro, ho lavorato nel film del regista inglese Nick Moran “Telstar” e nel telefilm della HBO “Recount”, un docudramma sulle elezioni presidenziali del 2000, quando Al Gore venne battuto molto dubbiosamente da Bush, e sul fiasco alle urne in Florida. Il film verrà trasmesso a maggio qui in America. Io recito la parte del consulente principale del team di avvocati che porta avanti la battaglia legale di Al Gore per un secondo conteggio dei voti. Il film alterna scene recitate a materiale di archivio, è molto interessante, penso che aprirà gli occhi a molti su quello che è successo in quei giorni in Florida!” Ha incontrato Al Gore?

“Ci ho trascorso insieme un paio di giorni, poco dopo la sua vittoria per il Premio Nobel per la Pace. Ovviamente abbiamo parlato dei problemi dell’ambiente, ma non del mancato riconteggio del 2000!” Teme che possano accadere di nuovo incidenti elettorali in Usa, in vista delle presidenziali di novembre?

“è stato fatto ben poco per rendere il voto alle urne più sicuro e a prova di errore. Il sistema elettorale americano, come spiega questo film della HBO, non è preparato ad affrontare margini di vittoria minimi, com’è successo nel 2000, dove l’errore umano è cruciale all’esito finale. Ma nessuno sa veramente cosa è davvero successo nel primo spoglio delle schede nel 2000, e il film ce lo dice. Sono convinto che le rivelazioni contenute in “Recount” scioccheranno il pubblico televisivo. D’altra parte constato con piacere la crescita di interesse per le prossime elezioni da parte degli americani, soprattutto tra i giovani. Il vero colpevole del 2000 fu in fin dei conti la generale apatia dell’elettorato. Mi auguro che vinca il candidato democratico, chiunque esso sia”. Vivere a Londra ha cambiato il suo punto di vista politico?

“Dal di fuori riesco a vedere meglio la confusa foresta americana, anche perché immune dalle menzogne che raccontano i notiziari televisivi, specie quelli della Fox Tv. In Inghilterra la gente è più interessata alla tragedia nel Darfur che a quella di Britney Spears. Che sollievo!”
Kevin Spacey Intervista Per 21

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