Gone Baby Gone

Recensione: Gone Baby Gone

Non c’è che dire, Affleck sceglie e azzarda un’opera non proprio semplice per debuttare dietro la macchina la presa.  E qualche volta la fortuna premia gli audaci.

SCHEDA TECNICA

SCHEDA DVDGone Baby Gone è un thriller come non se ne vedono spesso (forse l’ultimo apparso sullo schermo è proprio quel Mystic River uscito dalla penna di Dennis Lehane, da cui è riconoscibilmente tratto anche questo lavoro): intelligente, ombroso e sempre sul punto di ribaltare il proprio finale, curiosamente triplo, piacevolmente incerto.Affleck si produce in un girato stile old Hollywood (alla Clint Eastwood, per intenderci), lineare ma denso, montato in modo sobrio, con una grande attenzione alle location e al protagonismo dell’ambiente (sociale) che incornicia la narrazione. D’altronde è proprio con una riflessione sugli aspetti ecologici della vita che il racconto si apre: “Ho sempre pensato che sono le cose che non scegliamo a renderci quelli che siamo. La nostra citta’, il nostro quartiere.” sospira Patrick, un Casey Affleck (un po’ Rob Lowe, un po’ Hugh Grant) in piena forma, finalmente alle prese con un intero copione da reggere, dopo le pur simpatiche apparizioni nei vari Oceans come in American Pie. Le inquadrature sono curate e ben riprese da una telecamera a mano usata con saggezza, le atmosfere drammatiche lasciano il passo a momenti di riflessione e interrogativi che vanno al di la’ del giudizio o della condanna per le anime (tutte un po’ perse, un po’ smarrite), coinvolte nella dolorosa vicenda della scomparsa di Amanda, bellissima bimba figlia di una tossica spiantata. Tutti sembrano allo stesso modo colpevoli e innocenti, tutti hanno il loro punto di vista e tutti le loro ragioni. Le interpretazioni attoriali si aggirano intorno alla media, ma una vetta di intensita’ la regala il poliziotto Remy Broussard, un Ed Harris su di giri e potente, mentre il picco minimo di valore è rappresentato dalla Angie Gennaro dell’inutile Michelle Monaghan, socia e compagna del protagonista Patrick Kenzie. Inutile l’attrice, inutile il suo personaggio.Morgan Freeman è semplicemente se stesso, e inizio a pensare che anche a casa il vecchio signore vesta la divisa, senza la quale ormai non me lo so più immaginare. Amy Ryan (nominata all’Oscar per il ruolo della mamma di Amanda) è incredibilmante umana e fragile, in grado di suscitare una rosa di emozioni che vanno dalla compassione al disprezzo: l’Oscar sarebbe stato più che meritato.è interessante ricordare che l’uscita del film in Gran Bretagna è stata rimandata (forse annullata), a causa dell’incredibile assonanza della vicenda con quella di Madeline McCann  (somigliantissima all’Amanda del racconto). La piccola, scomparsa il 3 maggio dell’anno scorso, è stata inizialmente data per vittima di un pedofilo, ma col procedere delle indagini si è finito per restringere il cerchio dei sospetti fino a dover indagare lo stesso  nucleo famigliare che ne denunciò la scomparsa. Il film, che ricalca (forse involontariamente) questa buia vicenda, appare spezzato in due intenzioni: una regia da manuale, chiara nell’esposizione del racconto, sembra in più punti fare a pungni con  una scrittura sceneggiata in modo troppo contorto e cervellotico, tanto da spezzare un ritmo altrimenti impeccabile  e serratissimo, che risente il fiato corto di qualche passaggio poco chiaro, impreciso e zoppicante. A tratti lo svolgimento si fa burrascoso, e le concatenazioni causali e narrative stridono fino all’incomprensibilita’ e al mal di testa, soprattutto in fase di “scioglimento” del giallo. A chi dare la colpa?
Allo stesso Affleck (sceneggiatore) o al collega semi neofita Aaron Stockard?
Emicranie da saturazione d’informazioni a parte, Gone Baby Gone è davvero un’opera di classicismo meritevole, pulita, ben fatta, amata da un regista che l’ha voluta fortemente, e che ha riposto nella riuscita di questo lavoro tutte le sue speranze di sopravvivere (con qualita’) in una Hollywood che dopo Gigli ( il roboante flop insieme alla Lopez) gli aveva voltato le spalle, miscredendo nelle sue doti artistiche, accidentalmente mostrate con Will Hunting – Genio Ribelle, per cui l’attore riportò un Oscar per la sceneggiatura insieme al (meglio riuscito) compagno Matt Damon.Gone Baby Gone è l’opera del riscatto, e Affleck, in una sorta di nemesi ideale, riesce in quello che al suo George Reeves  (personaggio interpretato in Hollywoodland) non fu possibile: liberarsi dalle maglie stritolanti dell’attore panzuto e pacioccone, per dirigere un film con tutti i crismi, per rimettere in piedi una carriera, per ritrovare slancio e dignita’.
Invitiamo pertanto il buon Ben a lasciar perdere la recitazione e a profondere le sue (buone) energie in qualcosa che, dobbiamo ammettere, gli è riuscito: la regia. E la furbizia nell’intuire quale storia scegliere (cosa non da tutti).Gone Baby Gone: Una sana boccata di buon cinema. Senza infamia e con un pizzico di lode.La Frase: “Io amo i bambini.” Ed Harris, Gone Baby Gone, 2008.

Nota: di Roberta Monno
Gone Baby Gone

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