Hollywoodland

Recensione: Hollywoodland

Anni ’50. Il suicidio di un attore sul viale del tramonto somiglia terribilmente a un omicidio, e un detective tabagista indaga. Siamo in pieno noir, con tutte le caratteristiche del genere. O quasi.

SCHEDA TECNICA

SCHEDA DVDHollywoodland si posiziona dalle parti di quei grandi film di cui è pregna la cinematografia losangelina, e con cui è davvero difficle competere: i noir polizieschi anni ’50 in cui la caccia al ladro la fa da padrone, e il binomio sbirro/ cattivo riempie lo schermo. Dall’insuperabile L. A. Confidential al più recente (e meno riuscito) Black Dahlia; un’apoteosi di “crimini e misfatti” inscenati come in una sacralizzazione del cliché e del canone. Fumi di sigarette sempre accese, cappellacci portati di sbieco, frasi secche lasciate a mezz’aria che riecheggiano di sospiri e rassegnazione. Uomini fatti e vissuti che trasudano elegante maschiaggine anche se mingherlini e poco torniti. Dark lady con le gonne a fiori e il rossetto rosso rubino. Un universo mondo, tirato fuori dall’armadio e rispolverato ciclicamente dal cinema hollywoodiano, che autocelebra il suo stiloso e sempre fascinoso lato oscuro. In effetti Hollywoodland non tradisce i cliché, e virtuosamente fa scendere in campo tutto l’occorrente. Attori incapaci e ambiziosi (quindi depressi), detective, attricette leggere e produttori famelici. Ecco dunque il racconto (lungo e pesantissimo, purtroppo) dell’infausta vita di George Reeves, il primo Superman della storia (antesignano del Reeve successivo, altrettanto famoso e altrettanto sfortunato), attore di scarsa fattura, incapace di sopravvivere al costumino “da scimmia” blu e marrone. Reeves vive una vita senza senso, non accetta la sua fama da interprete per bambini, e soffre di un immagine che non lo rappresenta e non gli corrisponde.
Un sè amato dai fans che lui però odia, in un’insanabile scissione tra quel che si fa e ciò che si vorrebbe fare, per poter essere se stessi. Benché Ben Affleck paia piuttosto adeguato nei panni dell’inadeguatezza in persona, mi pare si sia gridato al genio decisamente fuori luogo.
Di certo fa’ amaramente sorridere l’assonanza fra la carriera di Reeves e quella di Affleck, e questo dovrebbe deporre a favore di una non voluta mimesi automatica fra attore  e personaggio, non certo dimostrerebbe lo stato di grazia di Affleck, che di fatti non si è più ripetuto in nulla di tanto brillante, sempre che questa prova lo sia. I due uomini hanno in comune una stazza da beoni, uno stomaco trabordante e una pappagorgia (termine poco chic per intendere il doppio mento) invidiabile, oltre che uno sguardo stralunato, impacciato e goffo (che posso tuttavia intravedere anche nel video Jenny From The Block della Lopez. Vogliamo dargli la Coppa Volpi anche per quello?
)Sara’ utile ricordare che all’attore va’ riconosciuta più serieta’ e lungimiranza che ai giurati della 63ma Mostra del Cinema di Venezia: il giovane non si presentò a ritirare il premio. Convinto di non vincere (evidentemente?
) era partito il giorno prima dell’assegnazione.Adrien Brody nei panni del detective Louis Simo si presenta fascinoso ma terribilmente monocromatico (costantemente sui toni del grigio). Un’unica puntuta espressione per tutto il film, che procede esattamente come lui: monocorde, afono (senza musiche di sottofondo), martellante e lento, tremendamente lento.
Il montaggio alternato che avvicenda presente e passato non serve a infondere ritmo ad un’opera che ne è del tutto priva.

Il presente delle indagini di Simo si intreccia con la biografia di Reeves, dai suoi esordi risalendo cronologicamente fino alla notte della sua morte, e ricongiungendosi in finale, con l’inizio della vicenda. Una notte ipotizzata in mille modi da Simo, ma di cui non conosceremo mai le reali circostanze. Il film si chiude lasciandoci esattamente come ci aveva trovati: ignari della sorte di Reeves: un suicidio che probabilmente suicidio non è, ma di cui non è possibile venire a capo.

Si spera che se mai decidessero di fare un film sulla Monroe, non ne affidino la regia ad Allen Coulter. L’uomo sta bene dove sta e fa bene quel che fa: il regista di fiction (di successo, per carita’) quali Sex And The City o I Soprano.
Il cinema è un’altra cosa.Hollywoodland: Adatto ai cinefili più ingordi, che vanno in brodo di giuggiole per le atmosfere ricercate.

La Frase: “è un’attrice?
Una cantante?
Fa anelli di fumo con la fica?
Diane Lane, Hollywoodland, 2006

Nota: di Roberta Monno
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