Il Petroliere

Recensione: Il Petroliere

Il Petroliere, ovvero American Dream olet: il petrolio è sporco, soprattuto di sangue, ma è quell’ambita risorsa – messa dalla natura a “disposizione“ dell’uomo – che “fonda” la civiltà made in Usa. Purtroppo, così come l’oro nero, è esauribile anche la pazienza dello spettatore messo di fronte a questo anonimo film, inopportunamente paragonati a capolavori come 2001: Odissea nello Spazio (il lungo silenzio iniziale ne è solo una pallida imitazione di intenti).

SCHEDA TECNICA

SCHEDA DVDIl film non gira affatto e appare interminabile, ben oltre le effettive 2 ore e mezza di durata. Non c’è alcun conflitto psicologico o morale; i personaggi sono caratterialmente statici e bloccati in rappresentazioni caricaturali; mai un confronto o un dialogo: insomma una sceneggiatura dominata da affermazioni perentorie e scontri dall’esito scontato, come quello tra il predicatore (esaltato nella propria mistica ricerca del consenso-denaro) e il petroliere (bieco ed ottuso materialista), oppure quello tra il protagonista e l’amato-sottomesso (poi abbandonato perché infedele) figlio – che si scopre non essere suo -, mortificato nell’unico riuscito atto di autonomia dal padre-padrone (la fuga). Ogni passaggio risulta inessenziale sia a livello narrativo che descrittivo e non imprime alcuna sterzata al ritmo compassato della pellicola. L’assenza di travaglio esistenziale nel petroliere ( tutto d’un pezzo nel perseguire il proprio obiettivo: non avere più bisogno di nessuno e potere guardare tutti dall’alto in basso) mortifica anche la possibilità di introspezione dello spettatore e di riflessione su dinamiche socio-antropologiche (la civilizzazione e lo spirito liberista di un modello oggi dominante). La confessione esplicita delle intenzioni finali del petroliere al (falso) fratello (critica alla concezione naturalistica della famiglia?
) lasciano lo spettatore di fronte ad uno svolgimento prevedibile e mai intrigante. Il film si svolge in maniera lineare e chiara: un uomo lavora, si sporca le mani, non guarda in faccia nessuno e alla fine diventa ricco, togliendosi pure qualche frivola soddisfazione (perché prendersela in quel modo con il povero e curvo Eli se non per orgoglio?
). Pazienza se nel suo percorso ha dovuto perdere gli affetti (un figliastro). Quello che conta è la determinazione self-made man e il compimento indenne e trionfante del proprio progetto. La prospettiva di Paul Thomas Anderson (regista di Boogie Nights, Magnolia, Sydney e Ubriaco d’Amore) è chiara: domandarsi se su queste persone si sono edificati gli Stati Uniti d’America e scoprire l’essenza del sogno americano non deturpato da considerazioni temporali (e dunque ideologiche). Ovvero il segreto di Pulcinella. Agli stenti e alla fatica con cui procede il film, dobbiamo purtroppo aggiungere una sceneggiatura bucherellata (che si dipana con semplicistico buonismo ed estrema ingenuità) e una conclusione addirittura gratuita (l’inveire nichilista, tipico di chi è moralista, del protagonista). La regia indugia continuamente, con primi piani, sullo sguardo di Daniel Day Lewis (intenso e convincente come sempre) e su inquadrature suggestive, ma poco significative (vedi il lungo primo piano del falso fratello curvo su se stesso, mentre il petroliere fa il bagno: bello, ma sterile il contrasto tra il corpo nell’ombra e la testa che per un attimo si erge al di sopra nella luce).Bastano le nobili intenzioni (pseudo)genealogiche a giustificare il clamore suscitato da questa pellicola, da molti considerata un capolavoro?
Forse gli scheletri nell’armadio del sogno americano sono ben altri che quelli rappresentati da un uomo che per “sognare americano” ha commesso qualche crimine, qualche gesto non opportunamente motivato (come aver adottato un bambino, in modo tale da apparire “presentabile” ed affidabile agli occhi delle famiglia dalle quali acquistare le terre del petrolio) e (almeno) un omicidio (di un imbroglione che si presentava come fratello e che magari gli aveva anche ucciso il vero parente). Pur assumendo il protagonista come cattivo (banale espediente utilizzato per condannare implicitamente ogni azione che compie), per certi versi Daniel Plainview fa tenerezza. Dopotutto ha dato lavoro ai bisognosi, ha accudito un figlio non suo, si è ribellato ai magnati del petrolio ed ha dispensato ricchi bonus ai proprietari terrieri disposti a cedergli le terre (in cui era tutt’altro che sicura la presenza del petrolio), manifestando lungimirante spirito imprenditoriale. Insomma, ci sarebbe quasi da prenderlo ad esempio, in tempi di affamati pescecani della finanza, che già allora speculavano ferocemente nel periodo della corsa agli armamenti (siamo nei primi del 900, tra grande guerra e primo dopoguerra). Daniel Day Lewis si conferma eccellente interprete, dominus della scena, ma, dopo quella per Gangs Of New York, questa è un’altra scelta poco sagace dei film in cui dispensare la propria arte attoriale.Il Petroliere: incapace di ispirare alcuna empatia. Per chi ama i film con troppe pretese e si distrae durante la visione, ma non vuol perdere il filo della trama…La Frase: “Voglio che tu dica che sei un falso profeta e che Dio è una superstizione”, Daniel Day Lewis, Il Petroliere 2008

Nota: di Daniele Rizzo
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