Monster

Recensione: Monster

Parlare di Monster senza mescolarsi alla pazzesca esistenza della sua reale protagonista Aileen Wournos è impossibile. Il film ha come obiettivo quello di gettare una luce sull’incredibile vita dimenticata di una donna, che ci ricorda quanto i nostri agìti siano spesso il risultato di una cultura dell’accettazione dell’orrore, del disinteresse verso le ultime ruote del carro di un’umanita’, che si accorge spesso troppo tardi che, se vanno a fuoco quelle ruote, ci bruciamo tutti.

Patty Jenkins (regia) e Charlize Theron hanno studiato nei minimi dettagli la storia di Aileen, sono rimaste imprigionate per sempre nel desiderio di raccontare quella storia, e forse di realizzare il sogno infantile della stessa Aileen che, durante le prime inquadrature del film ci confessa disillusa “Volevo solo che qualcuno mi scoprisse, come era accaduto per le grandi star di Hollywood. Volevo solo essere scoperta.”

Raccontare il viaggio infernale di Aileen non era però cosa semplice: la prostituta (ricordata come la prima serial killer donna), lascia dietro di sè un nugolo di cadaveri, “clienti” freddati nel bel mezzo dell’amplesso e lasciati a decomporsi nei boschi o ai margini delle strade. Come non far infuriare le famiglie delle vittime?
Come non offendere la memoria di questi morti giustificandone la scomparsa, assolvendo in qualche modo la loro carnefice?

La sfida viene vinta con la sapienza di una regia che non dimentica di evidenziare alcun dettaglio, alcuna sfumatura; nessun passaggio viene lasciato fuori o sottinteso: nè le aggressioni subìte da Aileen, nè l’aggressivita’ ingiustificabile che monta nella donna, e la porta ad assassinare “senza criterio”, animata da un impulso castigatore che la soggioga e le fa strappare le vite più innocenti. Di fondo però c’è l’umana comprensione per una donna che voleva nient’altro che essere amata, ma ha sbagliato strada e ha ricevuto solo pugni.

Di base c’è un nucleo famigliare dimenticato da una societa’ che non sa predersi cura dei suoi anelli più deboli e meno produttivi, un sistema che tende a ghettizzare le situazioni più complicate, nella speranza segreta e malcelata che si distruggano da sole. Invece a volte capita che una scheggia impazzita come Aileen si conficchi nel fianco di “onesti contribuenti, facoltosi e lavoratori”, e allora ecco che il sistema provvede a ristabilire l’ordine delle cose condannando a morte la scheggia impazzita, leggendola come singola deviazione anziché sintomo e simbolo di un male diffuso, intestino, generalizzato. Una deformita’ che può rientrare con la condanna a morte, e per fortuna esiste il cinema, che quando vuole sa dar voce non tanto a verita’ alternative (nessuno dubita o rilegge la colpevolezza della Wournos), quanto a sfumature di colore che a volte fanno la differenza. Aileen Wournos è una bambina che viene picchiata, molestata, affidata al parente sbagliato, alla scuola sbagliata (che la ignora e non la controlla), al marito sbagliato, all’amante (donna) sbagliata, che, dopo averla sfruttata e vampirizzata, al momento opportuno la consegnera’ alle autorita’ segnandone la condanna. Aileen, che inizia ad uccidere a seguito di un tentativo di sodomia, coscientemente non frena e non interrompe il suo crescendo di violenza vendicativa (nei confronti del genere maschile?
), e nel profondo del suo cuore si arrende all’idea di compiere un percorso “giusto”, pur consapevole di essere sprofondata in un baratro orribile da cui non sa risalire.

I soliloqui (recuperati dai diari della stessa Wournos), ci portano nella testa di una creatura sbandata a cui rimane, tuttavia, un brandello di lucidita’, quel lume che a intermittenza le permette di guardarsi dall’esterno e commentare l’assurdo del suo operato: “è incredibile quanto nella vita siano le cose più sciocche a farci più paura“, dice alludendo a quando da bambina, temeva il Mostro (Monster), la grande ruota panoramica che le metteva in subbuglio l’intestino al sol pensiero di salirci, e invece, a seguito di un omicidio, e di fronte alla prospettiva di commetterne altri, non prova e non sente nulla. La Jenkins ha creduto in questo progetto curando ogni dettaglio della realizzazione, dalle musiche bellissime, al montaggio lievemente ideologico (alcune scelte stilistiche sono così virtuose e intellettuali da meritare un approfondimento). La sequenza del primo omicidio vede un utilizzo particolare e a tratti geniale del contributo musicale: Aileen è in macchina insieme al cliente che la sta insultando, coprendo di oscenita’ dal retrogusto pedofilo. Aileen chiude gli occhi, la musica sale, si fa concitata… Leggiamo l’intolleranza montare e crescere in lei, aumentare in maniera esponenziale al proseguire delle disgustose sconcerie. L’acme del volume musicale è giunto, Aileen, stremata apre gli occhi, ha deciso, è decisa. Il picco musicale declina, e solo allora la pistola esplode il suo colpo. Solitamente il culmine del volume musicale coincide col culminare dall’azione, quindi in questo caso avrebbe dovuto sovrapporsi allo sparo.
La Jenkins non vuole questo. La macchina da presa e tutto il sistema narrativo non segue “l’azione”, ma il pensiero e la coscienza di Aileen. Siamo nella sua testa, nelle sue emozioni. è la “decisione” ad esser sottolineata dalla musica, non “l’atto”. Di sicuro il coefficiente di empatia è tenuto alto dalla regia e dalla recitazione (immensa) di Charlize Theron, ingiustamente accusata di aver vinto l’Oscar per il solo fatto di essersi imbruttita. Beh, chi dice questo non ha visto il film. La Theron subisce un’inquietante stravolgimento mimetico che va al di la’ del concetto di “istrionismo”. è possessione. Lei è Aileen Wournos, e non è il trucco o l’adipe a compiere il miracolo, è l’estrema compassione per una donna che è cronologicamente vittima prima e carnefice poi, una donna che non ha avuto chanche nè possibilita’, una donna a cui la fortuna ha voltato le spalle ma che in fondo, non è così lontana dalla stessa Theron. Forse non tutti sanno che la piccola Charlize Theron, cresciuta in quel di Johannesburg, ha assistito in prima persona all’omicidio del padre, uomo alcolizzato e violento, ammazzato dalla mamma che tentava di difendere se stessa e la figlioletta. Forse è per una manciata di situazioni, di circostanze e di attenuanti che non si diventa Aileen Wournos ma un’attrice e modella di successo. Forse toccava proprio a quell’attrice e modella incarnare “l’altra faccia della luna”, in una sorta di nemesi ideale, dove colei che è stata “scoperta” da’ voce e fama a chi non lo sara’ mai. E nemmeno credo sia un caso se, durante la lavorazione del film la Theron ha spesso patito una somatizzazione eccessiva, e a seguito delle scene più dolorose l’attrice stentava a “riprendersi” e a limitare l’interpretazione (come potrete vedere nel ricchissimo back stage, illustrato negli ottimi contenuti speciali del DVD). Aileen Wournos è morta il 9 ottobre 2002, scagionando la sua amata Tyria Moore (fastidiosamente ben resa da Christina Ricci) persino dall’accusa di complicita’, e addossandosi ogni responsabilita’ circa il suo operato. Monster è un film che non potrete dimenticare, e
che quantomeno illustra un po’ meglio la nefasta esistenza di questa infernale creatura, inizialmente etichettata (e liquidata) dai media come lesbica psicopatica sessuomane che – ce -l’aveva- con- gli – uomini. Resta un’assassina, ma dietro c’è altro.Monster: Indimenticabile.

La Frase:”L’amore vince su tutto. Non tutto il male vien per nuocere. La fede smuove le montagne. L’amore trova sempre una strada. C’è una ragione per ogni cosa. Finché c’è vita c’è speranza… Qualcosa devono pur dirti…” Charlize Theron, Monster, 2003

Nota: di Roberta Monno
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