L'Innocenza Del Peccato

Recensione: L’Innocenza Del Peccato

Difficile parlare di Chabrol, il ‘mediatore’ della Nouvelle Vague. E’ lui che ha detto “Il bene e la perversità: è il male assoluto”?
Di quest’altra affermazione sono più sicuro: “Se volessi nascondere veramente un ago non lo metterei in un pagliaio, ma insieme con altri aghi…”.

SCHEDA TECNICA

SCHEDA DVDCon uno che media si ha sempre l’impressione che bari, che qualcosa ci venga nascosto. E il problema  non è suo ma di chi guarda e ascolta. Lui è ‘chiaro’, infatti ce lo mostra fin dal principio con quello sfondamento in avanti (il cameracar che apre il film) macchiato di sangue. Chi pratica l’arte del mediare sa che ha  a che fare con gli estremi e in questo c’è del pericolo, si respira nell’aria…e poi c’è il noir, il genere che più di tutti incrina e mette in dubbio la credibilità del racconto, e comunque sappiamo, o crediamo di sapere, che con Chabrol… La borghesia, la perversione, l’assassinio… Ma cos’è, dobbiamo privarci dell’ennesima versione dell’Amleto perché Shackespeare è Shackespeare?
O di tornare a Venezia perché ci siamo già stati?
O dobbiamo smettere di desiderare la persona che amiamo perché è sempre la stessa da anni?
C’e qualcuno che maldisposto verso questo film lamenta la ripetitività di Chabrol e il fatto che forse siamo di fronte ‘solo’ ad un artigiano (attenzione: Rossellini lo diceva di se stesso). Dire che Chabrol è un artigiano è credere alle caste, affidarsi alle gerarchie, è fare della critica mereghettizzata (e quale non lo è oggi?
). C’è chi va a vedere un film per sentirsi al sicuro, o perché crede di sentirsi al sicuro esce dalla sala magari deluso. Io non mi sento al sicuro nemmeno di fronte  a ma stesso. Figuriamoci di fronte a un film, di Chabrol poi. Forse non ci rendiamo più conto che qualsiasi cosa/persona ci si pari davanti è Jekyll Hyde. Forse non sentiamo più dolore. E chi lo sa che non sia proprio la ripetizione dell’uguale combinato incessantemente, a permetterci di distinguere le differenze…(ho preso la metro per andare a vedere il film e, in mezzo a un gruppetto di ragazzine tutte ‘uguali’ ne spunta una che dice “Io mi distinguo”: intendeva che era l’unica che portava il ciuffo a sinistra e non  a destra come le altre. Lei già se ne intende come un tempo il Marchese De Sade).Bene, arduo mediare, Chabrol lo fa. Muovendosi pericolosamente in quel campo minato che si apre tra amore e odio, desiderio e indifferenza, sincerità e menzogna, sicurezza e instabilità, vero falso, eros thanatos, Dr Jekyll e Mr Hyde. Chabrol cita, vertiginosamente, come sempre e più del solito. Cita Eyes Wide Shut, o almeno a me sembra, che è già il film che ri-guarda un intero secolo di storia del cinema (e cita forse Mulholland Drive che un nuovo secolo squarcia). E’ tutto un grande bordello, anzi siamo franchi, un puttanaio il territorio in cui scava piccoli abissi “La fille coupée en deux”. Non c’è il senso di terrore infinito che si respira nella villa di Somerton (già Gold Room in “Shining”) di “Eyes Wide Shut”, perché Chabrol non è Kubrick, ma siamo lì, con un bicchiere di whisky in mano, pettegolezzi, citazioni colte, c’è solo un altro clima, un altro accompagnatore, più ‘understatement’, è questione di dosaggio… Ma anche qui un’Amanda (vi ricordo che è la modella che finirà a congelare in obitorio, per sempre bella, dopo aver tentato di salvare Tom Cruise/Bill Harford dall’Orgia): Gabrielle De Neige, che come una Lolita si consumerà sotto gli occhi dei voyeur che su di lei proietteranno le molteplici identità che loro vorrebbero assumesse. Sopra ho citato Dr Jekyll e Mr Hyde, ed è esattamente questo il mito a cui si rifà stavolta Chabrol, ‘banalmente’ se volete ma con che a*****e! Ogni singolo personaggio del film è Jekyll Hyde di un altro, ogni singolo momento, istante, atomo di film è ‘coupé en deux’, il film stesso lo è aldilà del racconto. E’ la scrittura stessa,  in qualsiasi forma essa si esprima, che è Jekyll Hyde-Hyde Jekyll/redrum-murder (ricordate la scritta sullo specchio in “Shining”?
). Ripeto, in modo diverso, con più tenerezza, del resto siamo in territorio Nouvelle Vague. La perdita di contatto con la realtà, viene detto nel film, è un punto molto importante. Troppo chiusi nel loro mondo, i personaggi di questo film non sanno ben più distinguere ciò e chi li circonda; “Abbasso gli occhi e vedo le mie scarpe così lontane da me” dice il testo di una canzone, che potrebbe essere la loro. E Chabrol ce lo mostra bene questo compiere atti staccati dalla volontà (diciamo pure dal corpo) di chi li compie. Può inquadrare un soggetto che allunga la mano verso il fuori campo, ma non seguirne il movimento fino a vederne la destinazione. O mani che entrano in campo inaspettatamente, a toccare, carezzare, stringere, ma sono moncherini. Mai le due cose collegate. Moncherini e corpi mutilati. L’importante è illudersi di essere integri, magari con un po’ d’innocenza (simulata: vedi la straordinaria confessione della madre del rampollo/Benoit Magimel). E come è sottile l’inquietudine che ci trasmette la regia (sembra Cronenberg), e il modo in cui è montato, con quelle veloci dissolvenze in nero, piccole morti, a chiudere, smorzare, spegnere, fare il vuoto.. Hanno qualcosa di fisico, qualcosa ci stringe dentro (anche perché dopo l’inizio abbiamo paura che il film precipiti in quel gorgo sanguinoso). E tutto questo per arrivare al finale. L’innocenza del peccato è l’innocenza di chi fa film per niente, per vizio, abitudine, per vizio e abitudine d’amore, e quindi si può permettere di aprire vuoti, nel vuoto. A  teatro, il mago, lo zio girovago, taglia in due la modella (il titolo diventa film, il film si compie e la profezia s’avvera, il nome prende vita, risorge non prima di aver ri-patito. Esibizione, dolore, lacrima, visione). Il film si dottorjekyllmisterhydizza per l’ennesima volta; una parte il film che abbiamo appena visto, l’altra il finale con la sega elettrica. Per lo spettatore che (non) ha gradito la prima fetta di film, la seconda meno prosaica, più incandescente, concentrata, abissale, forse anche più inutile. Nel luogo più finto e artificioso ma al contempo luogo di rivelazioni e confessioni rivediamo (In nessun luogo la minaccia della ripetizione è così bene organizzata come nel teatro J. Derrida) tutto il film concentrato in  trucco di magia, che ha sapore di origini
del cinema, di sala pre-Lumière/Méliès; del resto il destino del cinema è là dove la sala cinematografica non esisteva ancora. Chabrol non ci mostra il corpo diviso in due però, l’ha già fatto, riguardatevi il film appena proiettato. Chabrol ci fa sentire il dolore di un corpo segato in due e il fatto che il busto sembri di legno rende più fisica la sensazione. Ciò che per tutto il film è andato a morire o nascondersi tra uno stacco e l’altro alla fine diventa visibile e fisico, nel senso che sentiamo qualcosa tagliarsi anche in noi, che sia corpo o occhio bunueliano che cola sangue (“Un Chien andalou” la ‘vera’ citazione?
) o occhio derridiano non destinato a vedere ma a lacrimare e quindi confondere la visione. E finalmente quella lacrima che scatenerà il delirio finale in un fiotto di dissolvenze, e il fantasma con il sorriso e lo sguardo simile a  quello che ricordiamo aver visto lungo il film ma che nostalgia ora…che malinconia. Non l’avevamo mai visto così Chabrol. Così nudo. Dentro il teatro il film esce un po’ da se stesso: Chabrol rischia, entra in scena nelle vesti, nel corpo dell’Altro, della vittima per essere vittima, si leva la maschera e si lascia guardare, decide di farsi un po’ spiare, lui sul patibolo. Madame Bovary c’est moi, disse Flaubert sotto processo, e vi lascerò un segreto: colpi di sciabole, battiti d’ali e fuochi d’artificio.

Nota: di Tomas Tezzon
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