Quattro Minuti

Recensione: Quattro Minuti

Un’anziana signora che risponde al nome di Kruger, organizza delle lezioni di pianoforte all’interno di un penitenziario tedesco a cui partecipano quattro detenuti. Uno di questi morirà impiccato, ma è soprattutto su una ragazza di nome Jenny che riverserà tutte le sue attenzioni.

SCHEDA TECNICA

SCHEDA DVDLa giovane carcerata suona il piano in maniera talentuosa ma il suo carattere ribelle le creerà parecchi problemi, tanto che il direttore del carcere la farà suonare inizialmente con le manette ai polsi per via di una lite con una guardia carceraria.

Le lezioni continuano con molta fatica da parte dell’anziana signora, fino a quando Jenny viene spronata dalla Kruger a partecipare ad un concorso per pianoforte. Dopo molte peripezie si scoprirà che la Kruger ha nel suo passato degli scheletri nell’armadio che risalgono ai tempi del periodo nazista. Le due donne si scopriranno così unite da un passato da riscattare, e Jenny accetterà di prendere parte al concorso dove si esibirà nella finale per soli quattro minuti. Opera prima del regista tedesco Chris Kraus che va a iscrivere il proprio nome al fianco del firmamento più blasonato dei registi tedeschi: Wenders, Herzog e Fassbinder. Del primo riprende la poesia, mentre del secondo lo spirito do*****entarista con il quale ci propone una storia sul potere della musica. Insomma, il cinema europeo è vivo.

Il montaggio non lineare ci propone, dal canto suo, diverse analogie. All’inizio vediamo sul pianoforte un’insetto morente e la giovane detenuta che, come l’animale non riesce a spiegare le ali. Infatti la ritroveremo, nella sequenza successiva, legata con delle cinte di cuoio ad un lettino a testimonianza del fatto che le sue ali sono tarpate.

Ma le analogie con gli insetti continuano e successivamente vediamo che le guardie faranno la loro entrata per un raid notturno nella cella della giovane detenuta. Su di uno spartito di questa c’è una coccinella che verrà schiacciata dalle grosse mani della guardia. In quell’ animale indifeso vediamo tutto lo spirito di Jenny, schiacciata anche lei dal peso di una vita che l’ha presa a schiaffi. E soggiogata dai modi rudi delle guardie. La fotografia, invece, è sempre su toni spenti e paranoici. Tendente al blu ci fa calare bene nella sensazione di impotenza che permea la pellicola del regista tedesco. Ci si presentano da subito due vite. Così lontane, così vicine – parafrasando un vecchio film di Wenders al Quale Kraus sembra rifarsi.

Quella dell’anziana donna che con vari rimandi al passato ed infiniti flashback ci riporta al periodo fascista, quando lei era infermiera in un campo di concentramento. Accusata successivamente di essere comunista e di amare per di più una donna – che poi finirà impiccata anche lei – e la vita della giovane ragazza in cerca di un briciolo di umanità. Insieme, comunque, in cerca di un riscatto. La prima lo troverà in Jenny, mentre la seconda nella musica. Musica e psicologia sembrano andare di pari passo nel film di Kraus. Per l’anziana donna il pianoforte è uno stile di vita per il quale ha rinnegato amicizie ed amori. Una vita a tratti frustrata ma umile che cercherà di impartire anche alla giovane allieva. Difatti le sue, in fin dei conti, non sono solo lezioni di piano ma lezioni di vita. La regia non ha molti movimenti di camera, per lo più si basa su tagli e stacchi netti. Al minuto 49 c’è un primo piano delle due donne sedute, la ragazza che parla è fuori fuoco, mentre la Kruger è in campo seminascosta ma nitida. A significare le due esistenze contrastanti.

Nebbiosa e da definire quella di Jenny, rassegnata ma nitida l’altra. Uno stacco d’autore ci viene mostrato a metà film, quando la ragazza sta per entrare in scena sul palcoscenico del teatro per esibirsi.

Nel momento clou ci viene celata la performance con uno stacco sul primo piano della Kruger che ci fa sapere che la prova è stata un successo e la giovane artista è entrata in finale.
In questo caso un’ utile stacco che ci cela alla vista una cosa per restituircela grazie al sonoro. Insomma, quattro minuti.
Bastano per riscattare due vite?

Nota: di Antonio D’Eugenio
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