Rapina a Mano Armata

Recensione: Rapina a Mano Armata

Rapina come progetto, preparazione del set, congegno, gioco, sgretolamento del tempo, massacro (The Killing, il titolo originale) del tempo. Si sa che la riuscita del film sarà il fallimento del colpo. Non si può che dare ragione a Enrico Ghezzi quando sostiene che è la morale dei noir: l’eroe deve cadere, il segreto sta tutto lì, e che il meccanismo kubrickiano debba prevedere lo scacco, verrà riaffermato in tutta la filmografia futura del regista.

SCHEDA TECNICA

SCHEDA DVDUn gruppo di falliti, i preparativi del colpo (metà film è dedicato loro), più un intreccio secondario di primaria importanza: la storia di George e Sherry, la sua donna, lei lo odia, sa della rapina, spiffera tutto all’amante mafioso e manda tutto all’aria. La meccanica del gioco è chiara, si perde tutto a causa della regina nera; è il meccanismo che lo prevede. Non c’è via di scampo, ciò che l’esterno proietta all’interno sono solo le ombre di sbarre della prigione, “tanto non c’è più differenza tra dentro e fuori dice il capo Johnny Clay (nome doppio) alla fidanzata. E dove trovare vie di fuga?
All’accademia degli scacchi (Academy of Chess) Clay va alla ricerca di un amico (doppio anche lui: Boris il russo e Maurice il greco nella versione originale), uno dei due esterni alla gang. E’ un luogo strano (l’Accademia degli Specchi), una scatola bianca, luminosa, in cui si aspetta nell’illusione che il tempo passi al tavolo da gioco. E’ qui che BorisMaurice snocciola filosofia da noir: artisti e gangster sono stimati sì, ma c’è sempre qualcuno disposto a distruggerne l’intera razza. Ci viene da sorridere a questa constatazione, ma proprio perché ci riconosciamo in essa, quel qualcuno siamo noi nel nostro ruolo di spettatori di un film di genere noir. E’ verso di noi che puntano il dito le sagome di poliziotto su cui si esercita l’altro esterno alla gang (colui che dovrà sparare su Red Lightning durante la corsa all’ippodromo), noi protagonisti onniscienti della rapina, poiché sappaiamo ancor prima che lo spettacolo cominci che tutto finirà male, e le sagome sembrano puntare un dito verso di noi come nostra immagine speculare, riflesso del nostro cinico ruolo di poliziotto: godiamo nell’attesa di vedere distrutto il nemico chiuso all’interno del meccanismo. Le sequenze si accavallano, il tempo-congegno esibisce i suoi incastri, la macchina da presa scivola sul set, sulle immagini, da una parete (fotogramma) all’altra. “Rapina a mano armata” è un film (esce nel 1956) la cui presentazione degli eventi non segue una cronologia classica, anzi Kubrick ci mostra il finale a metà film. E’ come in un mosaico, i pezzi vengono forniti  mano a mano, in base al loro utilizzo; è tutto funzionale, la conoscenza degli altri frammenti avrebbe potuto dargli un’idea esatta del disegno viene detto dalla voce fredda, atona, verrebbe da dire tecnica, del narratore. E ancora Guido Fink citando Schiller: perché colui che narra conosce la fine al principio e a metà, di conseguenza tutti i momenti dell’azione valgono per lui lo stesso….  Dentro questo scorrere inesorabile di blocchi temporali-sequenze, c’è chi si affanna a raggiungere la fine, il colpo, per ‘fare un colpo’ e morire, fallire (Sherry al marito che non si decide a concludere: “Hai cominciato il discorso un’ora fa, ormai saranno decrepiti). Spazi, tempi e corpi nella foga si incastrano e confondono (ciò che viene prima con ciò che viene dopo). A mettere fretta ci si mette pure la voce off che sembra entrare nell’altoparlante dell’ippodromo per annunciare che i cavalli sono in partenza e che è ora di sbrigarsi. Red Lightning viene colpito. Clay con la maschera, una buffa caricatura da galeotto, compie la rapina, freddo, meticoloso, tutto va per il meglio. Nel frattempo il film infila continui attimi di crisi, appelli al fuori campo che sono fuori-tempi (cose che stanno succedendo e devono succedere ma che sono già successe): tra tutti, il sacco pieno di soldi che vedremo sparire ingoiato da una finestra e che solo dopo (o prima?
) precipiterà in strada pronto per essere raccolto e trasportato. Ad un certo punto sembra che tutto si svolga nello stesso istante e nello stesso luogo: ecco allora delle brevi sovrimpressioni che, se da un lato sembrano rallentare la tensione, dall’altro sono un ulteriore ac*****ulo di immagini, fotogramma su fotogramma, e la voce metallica del narratore come un rullo scorre loro sopra. Alla fine il grumo non tiene più e inizia a sgranare (è il ripetersi della scena della rissa il punto critico, la carta di troppo sul castello di carte). E’ il momento della strage: sono tutti pronti, manca solo Clay, qualche sparo, sembra uno ma rotto, sgranato appunto, e una distesa di corpi. Il tempo è corso così veloce e convulso che abbiamo dimenticato Sherry e il suo giovane boss, così che The Killing appare ancor più all’improvviso (invisibile, un lampo). L’intreccio secondario volge al termine: George ferito, torna da Sherry e l’ammazza (lei morente: ”Non avevo che te, non eri un marito, non eri niente, che cosa potevo fare, fredda, atona, tecnica). La fine la conosciamo, è classica (e lo è diventata: tutti quei soldi sparsi al vento). Può sembrare cinico e lo è far fallire l’eroe (che ce la poteva fare, lui sì) a causa di una stupida regola di viaggio, e lo è di più il fatto che è proprio lui che si rifiuta di pagare un biglietto supplementare per la valigia. Non è solo cinismo da noir, ma come dice E. Ghezzi demiurgica riaffermazione del potere assoluto del regista che può far fallire qualsiasi costruzione. E noi, in qualche modo complici. Due agenti, come le sagome di poliziotto viste prima, vengono verso di noi, vengono verso la macchina da presa, dove c’è Johnny Clay, dove ci siamo noi (e l’autore dietro la m. D. P.), tanto non c’è differenza tra dentro e fuori.Ulteriori informazioni: Kubrick su Parole d’Autore.

Nota: di Tomas Tezzon
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