Orizzonti di Gloria

Recensione: Orizzonti di Gloria

Un film è un campo di battaglia…in una parola, emozione (Pierrot le fou, GodardFuller). Il cinema come luogo automatico della guerra, e Kubrick sceglie il genere bellico come suo genere prediletto, il più artificioso in quanto in sé li considera, li concentra tutti.

SCHEDA TECNICA

SCHEDA DVDCito a memoria Ghezzi da una puntata di Fuori Orario: “per far parlare il mondo, i corpi, gli sguardi, non si può che far risuonare la guerra, sentire voci che chiedono un senso, vedere quegli occhi che scrutano la loro possibilità di morte, il sacrificio che si vorrebbe impedire”. La guerra è rigido meccanismo, glaciale ripetizione di riti, e come in una fiaba il film si raffredda e propone il suo schema: il palazzo da una parte, la trincea dall’altra; i carnefici e le vittime.1916-17: da una parte ufficiali francesi che fanno vita da gran signori in castelli della Baviera, dove sono state effettuate le riprese. Dall’altra soldati francesi: loro, muoiono. La scelta di Kubrick cade sulla prima guerra mondiale, che Marcello Walter Bruno indica essere la “prima guerra di massa” per il numero sterminato di morti e mutili, “prima guerra moderna” per le tecnologie militari e psicologiche d’addestramento e propaganda, “prima guerra imperialista”, in sostanza c’è chi ha il potere e chi no, e “primo shock dell’immaginario collettivo”. C’è da aggiungere prima guerra in sé astratta, a distanza. Meccanismo ed emozione dunque. Una danza macabra su un olocausto di morti: si rivleano essere questi i sentieri (Paths of Glory) di gloria che conducono alla morte. Il sentiero poi, è traiettoria, percorso, passaggio e la marca stilistica del film è proprio il carrello in profondità, l’entrata: l’illusione di penetrare lo schermo. Passaggi e movimento in profondità fin dal dialogo iniziale tra i due generali in cui tutto viene già stabilito, un ‘balletto’ misurato ma vertiginoso. L’ordine è di occupare il formicaio, un buco, ma basta un lampo di luce per vedere una distesa di cadaveri, corpi, rottami. Un giorno di sole è un giorno spaventoso per la missione: sotto la luce, visibili, senza possibiltà di nascondersi, proteggersi, come sotto la luce di un riflettore cinematografico, di fronte il nemico invisibile, l’autore; noi con gli occhi puntati. Il formicaio è il luogo-set dove Kubrick mette in scena la distruzione (-costruzione) della Hollywood da cui sta prendendo le distanze (e forse dal suo cinema stesso).

Ci sono delle carrette, dei ruderi, sembra il set esploso di un  film western. Un luogo assurdo, ricreato con il massimo di esattezza e realismo. Corpi che strisciano come vermi bianchi verso un nemico che non esiste e poi soldati dello stesso esercito costretti a spararsi l’un altro. E l’eroe Dax che li vorrebbe salvare ma il meccanismo esige la morte e quindi il sacrificio. Sono tre i soldati scelti: “il motivo non ha importanza” spiega Dax e dà loro indicazioni su come comportarsi (come un regista sul set), durante un processo farsa, in cui Dax scopre il suo fallimento, la sua impossibilità di essere l’eroe salvatore di fronte ad una giuria spietata. “Il più nobile impulso dell’uomo è la pietà verso il prossimo” vorrebbe che la giuria ricordasse, ma l’obbiettività di una corte ovviamente non ne può tenere conto”. “La corte non è interessata alle vostre esperienze visive”, dice con stizza l’avvocato dell’accusa. Il soggetto non conta e il rito procede verso la sua sempre più inevitabile e inesorabile chiusura. La preparazione è accurata, impeccabile. Dopo, nel castello si festeggia: nella sala da ballo la gente danza, ma sottodietro c’e sempre qualcuno che decide della vitamorte di qualcun altro. Il generale Broulard sentenzia che “ci sono poche cose più incoraggianti e stimolanti del veder morire gli altri”. Dax gli chiede se veramente crede a ciò che ha detto e Broulard è come se s’inceppasse in un’espressione ridicola e demente, se non fosse buffa. Il potere è falso e invisibile eppure così manifesto e chiaro: “C’era un certo splendore, sono morti meravigliosamente…i suoi uomini sono morti bene”, è il suo ultimo giudizio. E qualcosa in noi si raggela. Nella spianata del formicaio la morte va in scena, è un palcoscenico buio e desolato, un lampo di luce illumina detriti, scorie dimenticate dal cinema degli Studios (c’è anche un manichino, uno di quelli che riempiva lo sgabuzzino nel finale de “Il Bacio dell’Assassino”). E non sono solo i movimenti in profondità avanti o indietro che ci invitano ad entrare in scena, illudendoci di poter camminare per quei sentieri, ma un’ampia e spietata carrellata laterale (spietata poiché non illude, ma duramente mostra). Uno scorrimento infinito di sipario, un’apertura per meglio farci vedere dalla nostra posizione seduta, in sala, a casa, ‘protetti’ da quello schermo-non schermo, pronto in ogni istante a crollare o a farsi specchio e così riflettere, emanare luce, stanandoci.
Affascinati-terrorizzati dalla bellezza della morte. Alla fine, uno squallido teatrino: sul palco Lei, obbligata ad esibirsi per un gruppo di soldati. Il canto di un usignolo in gabbia e lacrime che uniscono: commozione, pietà, compassione. Ambiguità del cinema.
Perché su palco non c’è tanto la giovane tedesca, quanto loro oi, lo spettatore-soldato che piange ride sbava, spinto da un impulso condizionato (il meccanismo narrativo) più che da una reale emozione verso la realtà che si manifesta. Già tutti vittima insomma della Cura Ludovico.

Nota: di Tomas Tezzon
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