American Gangster

Recensione: American Gangster

Una storia vera. Americana. Di malavita. Una vicenda raccontata con dovizia di particolari e non romanzata. Un’impresa difficile, quindi, ricostruire la vita e l’operato di Frank Lucas (Denzel Washington) sullo sfondo di una Harlem anni ‘70, tratteggiata per mezzo di lunghi flashback.

SCHEDA TECNICA

SCHEDA DVDFrank è un boss. Un americano, nero. Una specie d’imprenditore. In un’epoca nella quale l’illegalità più redditizia è quella del commercio d’eroina, Frank riesce a creare un monopolio. A New York i distributori di morte tagliano la droga al 60%, in modo da trarne il maggior guadagno possibile. Lucas, diversamente, sceglie di puntare sulla qualità, vendere un prodotto purissimo ad un prezzo inferiore, con l’intento (riuscito) di sconvolgere il mercato: i suoi contatti con i marines in Vietnam (ben retribuiti) gli consentono di procurarsi la droga direttamente dal produttore nel sud est asiatico. In più, gli stessi soldati che rientrano in patria con voli militari, garantiscono un mezzo sicuro per il trasportarla negli States, eludendo qualsivoglia tipo di controllo. Il boom della purissima “Blue Magic” e l’esclusiva commerciale nelle mani di Lucas, ne fanno il boss più temuto e meno esoso della storia. Intenzionato ad accrescere e amministrare i propri guadagni, Frank chiama a sé tutta la famiglia, istituendo un racket della droga a “conduzione familiare” È paradossale come questo fuorilegge, con le mani imbrattate da sangue ed eroina, conservi un’etica “ordinaria”, più simile a quella di un uomo comune che a quella di una star del commercio di stupefacenti: elegante ma non appariscente, meditativo e non belligerante, risoluto ma non offensivo. Una tale pacatezza lo rende umanissimo, tanto da farci ritrovare in lui un certo senso di giustizia che invero non si sposerebbe con la sua attività.  Dimenticate Al Capone, il padrino e Tony Montana. Questo personaggio è tanto unico quanto micidiale nella sua scelta intelligente e controllata di condurre una vita in sordina.
Ligio al suo dovere, perfettamente in linea con le regole di ciò che è giusto fare e cosa non lo è. Inevitabilmente, la legge giungerà a Lucas; sarà un altro uomo, Richie Roberts (Russel Crowe) pienamente inserito nei doveri della sua professione di agente, pulito, dogmatico e incorruttibile, che ne segnerà la fine di carriera e libertà. Non ci dispiace questo Crowe che veste ancora i panni di un guerriero, stavolta contemporaneo e nuovamente alla ricerca di giustizia e libertà. (il regista è lo stesso che lo aveva diretto nel gladiatore, il geniale Ridley Scott) Non stona, nel personaggio, nemmeno quel fisico leggermente imbolsito, che fa tanto poliziotto newyorkese. Le indagini conducono Richie all’arresto di Lucas, ma non solo… grazie alle testimonianze del gangster e alla collaborazione da lui resa alla giustizia, Richie può incriminare il 40 % dei poliziotti “sporchi” di newyork, con l’accusa di corruzione. Non saprei dirvi se la vicenda di Frank e Richie contenga una morale. Ma ciò che risulta chiaro allo scorrere dei titoli di coda, è che due uomini la cui concezione di legalità era ossimorica, hanno vissuto perseguendo la propria giustizia con determinazione. Che questa giustizia fosse a vantaggio di molti o di pochi, non ha realmente importanza. E’ quanto in realtà siano simili i due protagonisti nella loro incorruttibile interpretazione della regola e nella propria integrità professionale ad avere rilevanza. Splendida prova interpretativa per Washington, che sa essere raffinato e brutale. Bravo ed impavido il gladiatore Crowe, con quello sguardo belligerante che hanno soltanto gli eroi e i giustizieri. Ancora una volta vincente Ridley Scott, magistrale nei passaggi temporali, qui coadiuvato dal lavoro di Marc Streitenfeld (musiche) e Janty Yates (costumi): la riuscita ambientazione della vicenda deve molto alla sinergica collaborazione di queste tre menti, che ci trasportano nel passato con maestria, senza cadere nei soliti luoghi comuni che vengono utilizzati per caratterizzare l’epoca (fine anni ’60-primi anni ’70), spesso riducendola soltanto a cotonature, stivali, sigarette ed eroina. Eloquente anche il titolo: Frank Lucas non è un Black gangster o un Block gangster, ma un American gangster. American gangster: Dopo tanti primati italiani e sudamericani, anche gli Stati Uniti rivendicano il loro esponente per la malavita internazionale totalmente “made in USA”. Insomma, dopo i macaroni-and-cheese e la pizza-hut adesso l’America ha anche il suo padrino-versione-total-black.La Frase: “O sei qualcuno… O non sei nessuno.” – Denzel Washington, American Gangster, 2008.

Nota: di Alice Peruzzo
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