Il Bacio dell'Assassino

Recensione: Il Bacio dell’Assassino

E’ la vecchia storia di due amanti e delle loro difficoltà per ricongiungersi. Il labirinto in cui perdersi è la città di notte (noir), un’architettura astratta composta di linee che come una rete ne disegnano la superficie; alternanza di spazi vuoti e di centri affollatissimi. Strade deserte di giorno, nel caos la notte, salvo poi l’infilarsi in silenziosi e oscuri vicoli, interstizi, buchi.

SCHEDA TECNICA

SCHEDA DVDLa storia inizia scorrendo a ritroso, ma ad un certo punto sembra assumere un movimento in avanti che la precipita e ricongiunge all’inizio/fine. Davy “era un grande pugile, stasera lo possiamo vedere in TV annuncia lo speaker; Gloria fa la hostess al Pleasurland, e sogna lo spettacolo.

La città sembra un enorme ipermercato: cibo, giocattoli, bambole, manichini, vetrine, schermi TV, è un enorme involucro popolato di maschere. Davy e il ring (che ricorda quello di Day of the Fight, anche per la somiglianza tra i due pugili che si sfidano), l’uomo contro se stesso per il piacere del nuovo pubblico dello spettacolo. “.L’alienazione dello spettatore a beneficio dell’oggetto contemplato (che è il risultato della sua stessa attività incosciente) si esprime così: più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio“. L’esteriorità dello spettacolo in rapporto all’uomo agente si manifesta in ciò, che i suoi gesti non sono più i suoi, ma di un altro che glieli rappresenta. E’ la ragione per cui lo spettatore non si sente a casa propria da nessuna parte, perché lo spettacolo è dappertutto.”Gloria e il sogno di fare la ballerina, è solo la donna del boss; al Pleasurland i corpi si trascinano, sfiniti. E’ la fiera della carne, i corpi si riducono a cose e il pubblico si eccita. E’ come essere dentro a un incubo e non c’è via di scampo. La città sembra un acquario, ma il problema è che forse fuori non si respira nemmeno aria. Gloria e Davy sono dirimpettai ma non si vedono nemmeno, sono due solitudini, l’una il riflesso dell’altra, non si incontrano mai, nonostante la vicinanza, come se uno schermo li separasse.Lungo tutta la telefonata che avviene davanti ad uno specchio, sul quale sono attaccate alcune fotografie scattate a Seattle, la sua immagine (di Davy) risulta raddoppiata nello specchio che la riflette.”Ma nello stesso specchio si riflette anche, con uno strano effetto di labirintizzazione dello spazio, il riquadro della finestra di Gloria che, in quel momento, si trova a sua volta davanti ad uno specchio: in un’unica inquadratura coesistono immagini reali e virtuali, simmetriche e opposte; presente e passato, desiderio e memoria.” Niente fuori campo, è tutto lì dentro, in quel frame.”

Davy sogna una strada che sembra sfondare lo spazio e ammettere una scappatoia ma è una strada stampata in negativo, e sembra inghiottirlo piuttosto che invitarlo alla fuga. La notte è lacerata dal suo urlo (al contrario, un risucchio d’aria) che chiude la sequenza in una bolla di vuoto. Qualcosa s’incrina, due mondi entrano in contatto, s’incontrano. Rinchiusi nella stessa stanza, Davy e Gloria si guardano.

Lei si racconta (in un flashback nel flashback): come in sogno, la sorella di Gloria danza in un palcoscenico vuoto, uno studio nero, il tempo lì, sembra scorrere inesorabile, ci sono anni di vicende dolorose chiuse in quel balletto. Iris, la sorella, è l’immagine amata-odiata-irragiungibile, la causa del misero abbandono di Gloria. La sorella si è suicidata, forse per aver rinunciato al suo sogno. Davy bacia Gloria. E’ successo qualcosa dice Davy da chissà dove, frantumato nel labirinto temporale del film; Amore?
Confondi la pena con l’amore
risponde disincantata Gloria, come se già avvertisse tutto il peso della fine. Poi il film piomba inesorabilmente verso la sua conclusione (c’è una violenta plongè su Gloria che scende le scale dopo aver raggiunto Vince Rapallo, l’amante, per riscuotere l’ultima paga. Watch your step è la scritta che la sovrasta). I personaggi sembrano dibattersi nel tentativo di incrinare la crosta dura che li imprigiona, e lo schermo crepa, si rompe ma si ricostruisce in un attimo, come se il loro destino fosse di vedersi vivere solo grazie ad uno schermo che rimanda loro immagini di sé, di altri; la realtà è lì che si vede rinchiusa, è il viversi/vedersi solo come immagini.

Una corsa nella notte, come quella dell’incubo in negativo, un garage, un ascensore; è il momento anche per Davy di fare i conti con se stesso, col proprio doppio Vince Rapallo che ha rapito Gloria. In fondo al magazzino che sembra una fabbrica di corpi, quegli automi che abbiamo visto popolare la notte, il duello. Vince perirà nella stanza dei manichini. In un’unica inquadratura: l’urlo, il carneficevittima, un manichino.

Anche Davy è ora un killer, ma lo è sempre stato fin dal principio, in quei segmenti che lo vedono attendere la fine in un’affollatissima stazione ferroviaria, dove le storie si incrociano e si confondono, partono e terminano. Il suo è sempre stato il bacio di un assassino, e Gloria l’ha sempre temuto, anche la prima volta che l’ha visto di-battersi sconfitto nello schermo TV, la prima volta che ha provato qualcosa per lui: mentre Vince si eccitava, era già pena che le stava crescendo in cuore. Non li vedremo mai prendere il treno e fuggire, resta l’immagine che li blocca in un bacio disturbato, come sullo schermo di un apparecchio TV difettoso. La storia, prima degli eventi che li condurranno verso la conclusione (la riscossione dei soldi, i turchi che rubano la sciarpa, l’uccisione di Louie al posto di Davy), ritorna a mostrarci l’appartamento, entrambe le camere sono vuote, rimane solo l’occhio dello spettatore ad osservare.

Nota: di Tomas Tezzon
Il Bacio dell’Assassino

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