Leoni Per Agnelli

Recensione: Leoni Per Agnelli

Su questo film se ne sono dette tante, forse un po’ troppe, persino per il mio (solitamente caro) Robert Redford, che con il suo Sundance e le sue scelte coraggiose, si profila attualmente come la miglior voce hollywoodiana. Non divistico e fascinolento oltre misura come Clooney. Non a muso duro come Penn. Non silente e ritirato come Tim Robbins, talentuoso attore regista, ammaccato dai fuochi di una politica sposata quasi in pieno. Men che mai come Moore. Redford è un personaggio impegnato, intellettualmente superiore e politicamente vivo, ma che è e resta essenzialmente un uomo di cinema.

SCHEDA TECNICA

SCHEDA DVDRedford ha conservato un garbo e una classe che ammantano le sue opere di un’autoritaria bellezza, sia quando il contributo offerto è di solo attore (Spy Game, più che Qualcosa di Personale), sia quando guida lui la macchian da presa (L’Uomo che Sussurrava ai Cavalli, in cui scopriva un’acerbissima e mai più tanto ben diretta Scarlett Johansson).Redford ha istituito il più interessante Festival di Cinema in circolazione (il Sundance), territorio aperto a chiunque abbia un storia da raccontare e lo sappia fare in maniera da significare qualcosa a questo mondo (una su tutte: il coraggio e la sapienza di premiare Hedwig – La Diva Con Qualcosa in Più nel 2001).Redford mette dunque i suoi grigi capelli a servizio di progetti che abbiano un valore; ma stavolta mi sfugge proprio questo. Di cosa si è innamorato il buon vecchio Signore di Hollywood?
Cosa lo ha portato a strappare dalla mano di un collega la scrittura di quest’opera pensata per i tavolacci di legno del teatro?
Non credo i dialoghi, che sono sì a tratti interessanti e qualche scambio solleva dal sonnecchiare generale, ma si piazzano in definitiva tutti sotto la media, del pur potente parolaio a cui il cinema sa abituarci (vedi i villosi schiamazzi verbali di Codice D’Onore). L’interloquire continuo dei protagonisti è in più punti oscuro, fugace, e certi passaggi stridono fino all’incomprensibilita’ più sfacciata. C’è un abuso smaccato dell’allusione e del parlare figurato e in non pochi momenti si stenta a cogliere il senso ultimo delle fumose esternazioni. Non credo Redford sia stato fulminato dalla trama, che è sì potenzialmente ben impalcata (tre storie parallele che in qualche modo si sfiorano e si intrecciano, simbolicamente quando non biograficamente), ma non ha sviluppi nè evoluzioni di alcun tipo.
Non si evolve e non si muove. Gira su se stessa costituendosi come l’apoteosi del “Ti farò riflettere“. E non c’è altro che il film faccia: fa riflettere, solleva qualche interrogativo (attenzione, niente di nuovo sotto il sole), non informa, non rivoluziona alcun pensiero nè suggerisce con forza qualcosa. Si limita a sussurrare che “Roma brucia”. E noi che pensavamo andasse tutto a gonfie vele (!!)Tutto quanto si poteva sbiadire e scolorire Redford lo affonda: il rapporto docente allievo, pateticamente scimmiottato in una moderna parafrasi del dialogo socratico, senza sangue e senza amore. Il duello fra la giornalista dalla grinta internazionale e il membro chiave del Congresso, somiglia più a un traballante balletto ad armi spuntate che ad un duello arcigno e teso, senza esclusioni di colpi. Non si sa poi se i disgraziati inviati al fronte, siano personaggi di denuncia (poveri, ghettizzati ed emerginati che vivono l’arruolamento come unica chance per saldare i debiti scolastici), o eroi coraggiosi, che pur di non starsene con le mani in mano scelgono di agire (?
!). Tutto è lievemente sottotono, discreto, lasciato ad intendere, volatile nell’aria. La regia è scheletrica (come è giusto che sia in un’opera che vuol far risaltare la scrittura sull’azione), ma i continui campo e controcampo a un certo punto annoiano mortalmente, restituendo il senso di una partita a tennis dove la pallina si muove al rallentatore. Gli attori non sono di sicuro alle prese con la miglior prova della loro vita, soprattutto Redford (forse un po’ troppo “incartapecorito” per risultare ancora espressivo, anche se apprezzo la sua scelta di non “tirarsi” i lembi), e Cruise, che sembra non poter far più affidamento sul suo scultoreo sorriso, ormai appannato dall’eta’ che avanza (e sono dolori!), e sferra un brutto colpo al divo di Scientology. Tom è spento, non sulfureo come al suo solito, smunto e minuto, intrappolato in quella camicia coi baveri alti in cui il suo collo spunta magro e piccino: un pulcino in uno scafandro.

Non male Andrew Garfield nei panni dello studente su cui ricadono “le sorti delle umane genti”. Solo la Streep è strepitosa e in ottima forma.
Pensosa, dubbiosa, crucciata dai mille fantasmi che affastellano la coscienza di una giornalista in “crisi” che, in fondo, s’è fatta pizzicare e riprendere proprio dall’uomo di cui vorrebbe smascherare le intenzioni. è Cruise a ricordarle che i giornalisti possono ritenersi veri e propri “complici”, riportando sempre tutto quanto la casta dichiara. Sono  responsabili di un’ubriacatura collettiva e sanguinosa tanto quanto i politici, e se questi ultimi hanno commesso errori, la stampa non lo ha mai impedito. Più o meno come la pensa Beppe Grillo.Leoni Per Agnelli: Incompiuta opera confusa, zeppa di imperfezioni e buoni propositi.La Frase: “Io non voglio candidarmi alla Presidenza!” Tom Cruise, Leoni Per Agnelli, 2007

Nota: di Roberta Monno
Leoni Per Agnelli

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