Ocean's 13

Recensione: Ocean’s 13

Reuben Tishkoff (Elliott Gould) giace inerme su di un letto, vittima nell’orgoglio (ha perso terreni, soldi, casinò e dignita’) e nel corpo (un infarto al miocardio), a causa della perfidia immorale dell’ ei fu socio in affari Willy Bank (Al Pacino).
La cricca di Ocean si riunisce attorno al suo capezzale e organizza l’ultimo dei colpi gobbi: vendicare l’amico e finanziatore di “mille rapine”.

SCHEDA TECNICA

SCHEDA DVDQuesto il semplice assunto motore di una narrazione che ormai gira su stessa a forza d’inerzia, riproponendo (su per giù) sempre gli stessi ingredienti in un’assoluta aberrazione del motto: “squadra che vince non si cambia”. Più volte il buon Clooney (ma anche il buon Pitt e il buonissimo Don Cheadle) hanno dichiarato che la saga di Ocean serve a metter su cassa, e a rimpolpare le tasche di uomini che (come loro appunto), utilizzano il 90% del loro impegno cinematografico e sociale per fare film (indipendenti) di un certo spessore (Syriana, Hotel Rwanda), o per servire cause dal profumo d’Africa che tuttavia non sempre si finanziano da sè. Ecco che gli Oceans sembrano a tutti un modesto compromesso fra il blockbuster campione d’incassi e il filmino non troppo osceno e scadente. Passi il primo assunto. Il secondo sta per crollare.
Soderbergh, dalla mano sempre più tremula, è fermo alla rilettura ormai lenta e banale degli anni 70, al punto da far rimpiangere Austin Power come vera icona glam e di stile. La fotografia monocramatica sulle tinte del rosso e dell’arancio si appiattisce per via di una patologica assenza di variazioni sul tema, e la sfibrante camera a mano si alterna a campi lunghi, che consentono una narrazione sempre e per sempre corale, in cui tutti gli attori si appalesano uguali e allo stesso livello sullo schermo. Solo George si fa baciare da qualche primo piano, tuttavia “eccezionale” nella regia tendenzialmente “polimera” dell’ormai non più troppo entusiasmante Steven. Le musichine sono sempre uguali a sè stesse e se chiudete gli occhi vi sembrera’ di vedere l’Eleven. O il Twelve, è uguale.

Ma questa volta è la sceneggiatura a fare un poderoso buco nell’acqua: estremi e improbabili i trucchetti dei “nostri” (pur sempre simpatici), perdono qualsiasi forma di realismo (e un pochino di realismo, nei film vagamente irreali, ci vuole sempre, o lo spettatore esclamera’ seccato più “Seee!” che stupiti ” Ah!”).
L’esposizione del colpo è macchinosa e in più punti i passaggi sono stridenti e controintuitivi. Al Pacino spreca il suo volto (e la voce di Giannini) per dar vita a un personaggetto stupidino e patetico: il vecchio Bank, vanaglorioso ma estremamente raggirabile.

Niente a che vedere nè con John Milton (L’Avvocato del Diavolo), men che meno con il primo , graffiante Terry Benedict (Andy Garcia), in questo terzo episodio dipinto come un obnubilato “locandiere” che si presta a lavorare con la gang che tante gliene ha fatte passare. Tenta (chiaramente) di fregarli con un doppio gioco prevedibile e banale, servendosi di un altrettanto appannato Vincent Cassel (ma che razza di truffatore è uno che non controlla la refurtiva prima di squagliarsela?
).

Spina nel fianco del vegliardo è anche la sua fidata assistente (una bellissima e longilinea Ellen Barkin,  suadente di rosso vestita), definita dall’impacciato e improvvisato seduttore Matt Damon “vecchia mandrillona”. Clooney e Pitt praticamente non recitano più (Danny Ocean non ne fa una che sia una!), semplicemente “appaiono”.

“Incisivi” i momenti con Oprah Winfrey (la Maria de Filippi d’ oltreoceano), e il dialogo finale in cui i due amiconi si scambiano lapidarie battute in riferimento alla vita reale, strizzando l’occhio allo spettatore: Pitt: “Attento a non metter su pancetta tra un lavoro e l’altro”; Clooney “E tu dovresti sistemarti e fare un po’ di bambini!”

Ma che simpatici mattacchioni (!?
), perché non producono un bel docu show sulla loro vitaccia da star eco pacifiste, anzi che spremere la vacca (ormai magra) di quello che fu un bel filmettino di genere?

Tanto, di artistico questo prodotto non ha più nulla, e i fans li andrebbero a vedere lo stesso!Ocean’s 13: Stiracchiatura oltre ogni limite ragionevole di un buon film. La Frase: “Voglio il bambino, non le doglie!”. Al Pacino, Ocean’s Thirteen, 2007

Nota: di Roberta Monno
Ocean’s 13

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