Registi e Attori: Tim Burton: Quando I Piccoli Freaks Non Crescono.

Registi e Attori: Tim Burton: Quando I Piccoli Freaks Non Crescono.

Che Tim Burton  abbia un conto in sospeso con la propria infanzia è evidente. Lo si capisce dai suoi film dove l’incomprensione, l’oscurita’ e la solitudine diventano un mezzo per esorcizzare quello che è stato un passato da emarginato.

E sara’ lui stesso ad ammettere il carattere terapeutico del proprio lavoro definendolo ironicamente come una forma di «psicoterapia piuttosto costosa ».

Cresciuto tra le bianche spiagge della california, questo controverso regista, per una strana legge del contrappasso ha trovato proprio nel nero il colore con cui dipingere i sogni.
Corporation municipalizzata della Los Angeles County, Burbank appare perennemente avvolta da una luce illusoria. E’ uno dei più importanti agglomerati suburbani costruiti  dalle HA, homeowner’s association, un tempo chiamate WHA, white homeowner’s association,  a causa di una xenofobia atavica, testimonianza sufficiente dell’orientamento chiuso ed esclusivista che caratterizzava il posto.         In questo luogo  « misterioso » Timothy William Burton vive la sua infanzia chiuso in casa, o nascosto in qualche cinema, ipnotizzato dai film con Vincent Price e dalle letture di Roald Dahl riuscendo malvolentieri ad adattarsi ai sorrisi e al sole californiani.
I suoi coetanei portavano vestiti costosi e frequentavano locali lungo la costa, mentre lui si è sempre sentito a disagio tra la folla preferendo di gran lunga starsene a giocare nel cimitero dietro casa. Oppure a disegnare curvo sul banco, in fondo all’aula, durante le pause, mentre l’insegnante lo esortava ad assomigliare un po’di più ai suoi compagni, più inquadrati e normali e che per questo lui trovava tanto « mostruosi ». E’ significativo inoltre che la carriera di un tale artista così affascinato dagli esclusi, dagli emarginati, da tutta quella serie di freaks che di volta in volta ha innalzato al ruolo di protagonisti, inizi proprio con la storia di un bambino. Proiezione immaginaria, ma neanche poi troppo, dei suoi incubi giovanili: Vincent.        Diviso tra il mondo degli adulti dei quali non si vede mai il volto e il mondo fantastico che scaturisce dai sogni ad occhi aperti e da macabre elucubrazioni, concretizza in celluloide le immagini del subconscio di Burton, trasformando la realta’ della sua casa in un oscuro circo di freaks. Tanto caro a Tod Browning. L’anno è il 1982 ed è il suo primo lavoro in stop and motion nato dall’esperienza Disney.
Gli stacchi in negativo stravolgono la tranquilla quotidianità del cortometraggio in un susseguirsi di fantasie spaventose ed esclusive del bambino e fanno del piccolo Vincent Malloy il veicolo per riportare alla luce le reminescenze infantili  proprie Burton. Ricordi personali come la finestra della sua cameretta che i genitori murarono senza un motivo apparente o come l’essere cacciati a giocare all’aperto per punizione, si fissano sulla pellicola condannando l’educazione e il common sense americano che troppo spesso riducono l’individuo ad una mera etichetta. In questa prima opera possiamo gia’ rintracciare tutti i caratteri della poetica dell’autore e quel suo gusto per l’autocitazione e il postmoderno, anima pulsante di tutto il suo cinema. Tingendolo di una leggera malinconia nata dalle proprie esperienze autobiografiche.

E se davvero scrivere, ma in questo caso racontare, è sempre un’esperienza personale, mai come in Tim Burton l’infanzia risulta il canovaccio su cui imbastire nuove commedie.  Segno evidente che i piccoli freaks non crescono. E che hanno ancora tanto da dire.
Anche a 49 anni.
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Nota: di Andrea Mazzoli
Tim Burton: Quando I Piccoli Freaks Non Crescono.

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