Tideland – Il Mondo Capovolto

Recensione: Tideland – Il Mondo Capovolto

Il film, tratto dal romanzo Tideland di Mitch Cullin, edito in Italia da Fazi Editore, è in uscita (a sorpresa) solo ora nelle nostre sale. Sorpresa sì, perché parliamo di un’opera datata 2004 che di fatto vide la luce nelle sale cinematografiche nel 2005. Con giusto un pelino di ritardo ecco arrivare l’operona dell’ex Monty Python in quel di Montone, paesino nei pressi di Perugia a cui pare che Terry Gilliam sia estremamente legato. Nel frattempo, se aspettavamo un altro po’, rischiavamo di goderci un’opera postuma.

SCHEDA TECNICA

SCHEDA DVDIl film (che in italiano abbiamo sentito il bisogno di sottotitolare con “Il Mondo Capovolto”) racconta la vita surreale e a tratti snervante di Jeliza Rose, bambina psicotizzata da una famiglia di tossici e psicolabili che trova nelle teste mozzate delle Barbie delle amiche con cui interloquire e confrontarsi. La piccola si infila le teste sulle dita animando  teatrini inquietanti e oniricamente circolari, che in più punti sfidano l’attenzione e la pazienza di uno spettatore strattonato e indeciso se fuggire o confidare nel genio (qui vagamente annebbiato) di Gilliam. L’empatia nei confronti di Jeliza Rose è pressoché impossibile. La bambina è talmente tanto immersa nel suo “mondo al contrario” da sistemarcisi al fine di sopravvivere, in modo poco riconoscibile e accettabile per chiunque la spii dal buco della serratura (più o meno questa è la prospettiva registica adottata da Gilliam). Incredibili ma in fondo poco shoccanti (perché non lo sono per la bimba della quale assumiamo la visuale interpretativa)  le sequenze in cui la piccina aiuta il padre a stringersi il laccio emostatico intorno al braccio per farsi di eroina, fino a consentirgli una morte ristoratrice, che pure spalanca un ulteriore baratro nell’esistenza della piccola, ormai sola con le sue follie indotte, vicina solo ad un malato di mente che abita il villino accanto al suo, in una prateria senza limiti che tiene i contorni di un incubo asfissiante dal quale non riusciamo a svegliarci. Peccato che Jeliza non son si accorga (o non voglia vedere, cecita’ più, cecita’ meno…) che il padre è spirato, e di fatto lo lascia lì, sulla sua sedia a dondolo a decomporsi, lo consegna all’appetito di mosche e insetti continuando a discutere col muto cadavere come nulla fosse, più o meno nello stesso stile di interazione che caratterizza la sua “amicizia” con le teste delle bamboline. Il film è lunghissimo, privo di musiche interessanti e coinvolgenti che segnino il passo degli orrori a cui assistiamo. La prospettiva d’osservazione studiata conserva tuttavia caratteri interessanti: solo lo spettatore mantiene il polso delle mostruosita’ che accadono, e la piccola protagonista occhiuta (Jodelle Ferland ormai pubescente) di cui sposiamo la visuale non percepisce minimamente gli abominii di un mondo da cui non prova nemmeno a fuggire, percependolo (forse) come l’unico possibile. Di sicuro è l’unico che abbia mai conosciuto. La telecamera ruota attorno alla protagonista, a volte la accarezza, a volte la raggira turbinosa restituendoci delle soggettive da “emicrania”, che spiano spudoratamente l’ingenuo e ingannevole cervello di Jeliza Rose facendoci assaporare la vertigine  dalla prospettiva del suo pensiero, contorto e senza alternativa, privo di criteri di realta’ che possano suggerirle cosa è bene, cosa è male e soprattutto cosa è pericolo! La fotografia (luminosa) è affascinante, in netto contrappunto con i tratti noir della vicenda (ed eccoci con l’ennesimo italiano genio dei colori, Nicola Pecorini). I contributi recitativi sono ai limiti del caratteristico, in una teatrale messa in scena del degrado con punte di voluto macchiettismo che smorzano i toni del dramma, e conducono la pellicola verso un genere ben definito: La favola nera, senza buoni nè cattivi, con qualche vittima ma senza colpevoli, in un purgatorio dove le circostanze la fanno da padrone e nessuno prova a metterle in discussione, men che meno a cambiarle. Resta un’opera indecisa, che non sfiora gli ardori di Paura e Delirio a Las Vegas e si  consacra ad essere priva di sostanziale ironia,  risultando in più punti indigesta e claustrofobica suo malgrado, non tanto per la potenza e l’aggressivita’ di certe immagini, quanto per l’ossessivita’ ricorsiva e il ritmo claudicante.Jeff Bridges è un panzuto tossicomane troppo a suo agio con i personaggi borderline, che si aggirano dalle parti del bukowskiano Lebowsky. Forse potrebbe ambire a qualcosa di più, o quantomeno di diverso, per la sua (rispettabile) carriera.

Jennifer Tilly dal suo canto conserva un fascino naiif conturbante e decandente che la rendono elemento di precisione in un film che solleva non poche perplessita’, proprio in termini di atmosfere proposte: surreali o comiche?
Orrorifiche o oniriche?
Film di denuncia o Alice nel Paese delle Meraviglie al contrario?
Un po’ tutto, un po’ di più, in un minestrone di suggestioni che soffre l’assenza di un tratto registico deciso.

Tideland: Oppressivo film di un non brillantissimo Gilliam. Lungo.        

Nota: di Roberta Monno
Tideland – Il Mondo Capovolto

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