L'Amico di Famiglia

Recensione: L’Amico di Famiglia

“Ci siamo seduti dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati.” Ce lo confessa Giacomo Rizzo (Geremia), protagonista assoluto e candido perdente di successo, trionfatore di una delle più belle pellicole regalateci dal cinema italiano degli ultimi anni.

SCHEDA TECNICA

SCHEDA DVDInsieme a Matteo Garrone, Paolo Sorrentino urla a gran voce che il cinema italiano non solo non è morto, ma sta benissimo ricco e pregno com’è di sensibilita’ registiche e di scrittura (Sorrentino firma soggetto e sceneggiatura), ricordando che la peninsulare settima arte nulla ha da invidiare alle glorie d’oltreoceano che spesso si arrogano la capacita’assoluta di narrare per visione, dimensione con cui i nostri artisti paiono invece molto a loro agio.

L’Amico di Famiglia si allontana di un briciolo da quel classicismo  nostrano che inscena un cinema narrativo animato da  storie e  racconti, che vedono nella distribuzione di una buona sceneggiatura il successo e il senso ultimo del film, supportato da una (solitamente valida) performance recitativa.
Il cinema italiano non è un cinema di tradizione visionaria che si cimenta in piroette ottiche (se si esclude la poetica felliniana, quasi un uni*****), e quando lo fa spesso scivola nell’emulazione frizzante del videoclip o dello spot, che per definizione cura la confezione a discapito del contenuto (vedi l’opera omnia di Infascelli Alex). Sorrentino sfida la visuale ristretta e la cultura un po’ miope dello spettatore italiano, si impone come regista di film dalla regia iper presente tralasciando forse, in qualche punto, la coerenza di sceneggiatura, e  riempiendo buchi narrativi col fascino della poesia di dialoghi che trasudano ritmo e saggezza, bellezza antica e incredibile potenza letteraria.

Strano sentir pronunciare certe perle da Laura Chiatti, che pure è stata diretta così bene da essersi calata in maniera credibile nel ruolo complesso dell’arrogante e sfrontata Rosalba, cinica e arrivista, poco vittima e molto carnefice, persino più dello stesso Geremia, usuraio “dal cuore d’oro”. Qualcuno ha conferito a Sorrentino l’appellativo di “Lynch italiano”, proprio per quel suo essere giocoso utente di geometrie azzardate, morbidi riempimenti dello schermo che assomigliano a quadri plastici e impenetrabili, eppure bellissimi e comunicativi. Un esempio è la  spavalda e surreale inquadratura che apre il nostro film (quasi una dichiarazione di poetica basata sull’immagine e  sul simbolismo): la testa di una suora che emerge a malapena dalla sabbia, seguita dal fotogramma che immortala un Fabrizio Bentivoglio (Gino, il cow boy dell’Agropontino) concentrato in una postura che lo ritrae abbarbicato su di un palo nel recinto di cavalli dove lavora, una statua appassionata e pensierosa in un “presepe vivente” western e poco ortodosso. La telecamera indugia filmandolo innamorata e noi, affamati di immagini che rinverdiscano il nostro patrimonio mnestico cinematografico, osserviamo sedotti e catturati: il film si presenta bene. La storia racconta la parabola di Geremia, usuraio ricchissimo che vive ai limiti della poverta’ e degli stenti per via di una congenita tirchiaggine che è più di uno stile di vita. è una filosofia convinta e affascinante, una fede e un diktat non trasgredibile che  impone di non sprecare nulla perché tutto ha più valore di quanto si creda, e persino un cioccolatino è merce preziosa che va conquistata e meritata.
Gino (efficacissimo e istrionico Bentivoglio) è il suo fedele amico, il cow boy sognatore e distante che sembra aver capito Geremia oltre ogni dire, e pare conoscerlo e stimarlo per quello che nel profondo del cuore possiede e non mostra.
Rosalba (una Laura Chiatti che riesce a tenere a bada il broncetto smorfieggiante) è la sciocca promessa sposa per la quale il padre (contenuto e maestoso Gigi Angelillo) si indebitera’, consegnando la sua vita nelle mani di quello che di lì in avanti sara’”l’amico di famiglia”, l’ombra onnipresente di Geremia che aspetta felpata il saldo del debito. Il montaggio sorprende e spiazza,  non dipanando delicatamente la matassa degli interrogativi che si affastellano, ma riannodando di colpo  le fila sospese della narrazione, conferendo senso ai dubbi insorti e ai quesiti irrisolti, in un effetto di velocita’ che costerna e si avvale di un ritmo che non allenta mai la presa, e alterna fatti, dialoghi e immagini in un’efficacissima triangolazione di equilibri pulita e senza sbavature.
Incredibile è poi la ricerca continua e bramosa di inquadrature dal sapore pittorico, in un estetismo virtuoso che non gira a vuoto su sè stesso, ma si conferma funzionale al racconto e all’indagine psicologica e ambientale dei personaggi, dei loro agìti, e delle atmosfere che li ammantano e che ci contagiano.

Non c’è luce in questo film, tranne nei momenti in cui Geremia osserva spiando le giocatrici di pallavolo che si librano inseguendo la palla in una sorta di volo lieve che l’uomo, dal basso della sua “notte personale”, sembra invidiare.
Le recitazioni sono a tratti teatrali, plastiche, quasi “over acted”, come dicono a Hollywood, e quasi si può sentire il regista che redarguisce i suoi interpreti ammonendoli: “Metti la mano così” o “passati il palmo fra i capelli così, lentamente”.
Eppure i chiari cenni della direzione registica non sono mai stonati o iperagiti in modo grossolano o ridicolo. Tutto, ne “L’Amico di Famiglia” funziona divinamente e si incastra con intelligenza e sapienza, per convergere in un susseguirsi di geometrie narrative originali e visionarie, lontane dagli estetismi autoreferenziali ed esibizionisti de “La Sconosciuta” di Tornatore o del pessimo “Quo Vadis, Baby?
” di Salvatores, altri noir che pur partendo con le carte in regola finiscono con l’abusare di suggestioni ricercate e si illanguidiscono afflosciandosi e deludendo per l’eccessiva furbizia che si tramuta in stoltezza.
L’immagine narrante, per Sorrentino, se ben costruita e correttamente dosata puòsostituire spiegazioni verbose, flashback o montaggi complicati.   Degna di nota la splendida pennellata linguistica di Geremia, che parla come un prevosto di campagna, un mix comico e drammatico fra un curato e un politico che si avvale della retorica per “incartare” il prossimo, e non lesina esclamazioni colorite e indimenticabili, come : “Lo svezzamento è l’anticamera del ristorante”, o la frase mantra: “Il mio ultimo pensiero, cara, sara’ per lei!”, che ricorda molto da vicino il marchio di fabbrica dell’impiegato addetto al taglio del personal
Giorgio Pasotti, che in “Volevo Solo Dormirle Addosso” di Cappuccio, ripeteva furiosamente: “La stimo molto”. Azzardata la scelte delle musiche (spesso techno), vagamente fuori tema e dal contrappunto di dubbio gusto, valore e utilita’, ottime invece le partiture country, malinconiche e adatte a sottolineare l’incessante senso di dolore e di miseria che pervade l’intera pellicola. Discutibile il finale lievemente aperto: siamo solleticati dall’idea di compatire il “povero” Geremia, “onesto” usuraio preso per il naso da chi si mostrava buono e integro (quindi ancor più perfido), e finiamo per capovolgere una prospettiva valoriale  che di fatto resta dubbia e incerta durante tutta l’opera.
Cosa pensa il regista di Geremia?
è un  personaggio giusto, un ingiusto che si merita quanto gli capita o che, in fondo, non se lo merita affatto?

La delicatezza e la discrezione con cui Sorrentino si esprime sul suo protagonista è inversamente proporzionale alla sua voglia di  dichiararci una poetica registica; sappiamo dunque come il buon Paolo ama rendere un lungometraggio e come vuole che i temi in questione vengano restituiti sul grande schermo.
Cosa, in ultima analisi, pensi del panorama umano da lui stesso ideato e inscenato non è dato saperlo, e questo, se possibile, rende ancora più affascinante il suo cinema, visivo, narrativo e tenacemente libero.L’Amico di Famiglia: Film “registico”  a tratti sperimentale. Buonissima prova attoriale. Da Vedere.La Frase: “Noi abbiamo il tanfo delle persone malate. Siamo malati, ma siamo bellissimi. Di notte, a letto, ci pare di sentire i rumori della notte; ma quelli non sono i rumori della notte; sono i rumori della nostra malattia, e allora ci sentiamo morti e perduti. E invece siamo degli angeli, degli angeli rumorosi.” Giacomo Rizzo, L’Amico di Famiglia, 2006

Nota: di Roberta Monno
L’Amico di Famiglia

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