Samsara

Recensione: Samsara

Il film, realizzato in quasi 10 anni e direttamente in Tibet, Samsara sviluppa un percorso spirituale e umano molto intenso, ispirandosi alle vicende dei monaci tibetani: l’ascensione intellettuale e spirituale attraverso la purificazione dagli istinti e dalla materia.

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Un canovaccio scandito attraverso “frasi” in sovraimpressione, una sceneggiatura dettagliata e una regia centrata sul protagonista sono le scelte con cui Nalin Pan avrebbe voluto facilitare il processo di immedesimazione nel personaggio principale e nei contesti esistenziali all’interno quale si muove, ma che si rivelano non delle più felici.

«Come si può impedire ad una goccia d’acqua di asciugarsi».
Il protagonista: Tashi (Shawn Ku) è un monaco che, dopo aver passato 3 anni, 3 mesi, 3 settimane e 3 giorni lontano dalla società e da ogni possibile tentazioni materiali (un’astinenza resa con sequenze non particolarmente originali), ri-torna al “mondo” per poter dare così inzio al vero e proprio percorso di ascensione.

Tashi è continuamente tormentato “da incubi” – che rappresentano la vita dalla quale si è sottratto e sono ovviamente a sfondo sessuale (immagini oniriche di dubbio gusto, ma di sicuro effetto) – ed è sempre più dubbioso, dunque si avvia a intraprendere il cammino inverso a quello compiuto da Siddharta (il Buddha Shakyamuni, che dal mondo e dal godimento di ogni aspetto materiale della vita giunse al Nirvana e all’abbandono di ogni piacere, possesso e legame ritenuto non assolutamente essenziale, compresi la moglie Yashodara e il figlio Rhaula, che signfica “impedimento”).

La scelta del monaco appare condivisibile: infatti, chi non ha realmente vissuto la vita e si sente attratto da essa, come potrebbe affrontarla e vincerla?

«Ci sono cose che bisogna vivere per poi trascenderle».
Superati il godimento di ogni piacere e vizio (l’amore, il guadagno materiale e il piacere dell’adulterio) e l’abbandono ai piaceri carnali, il percorso di Tashi si chiude dialetticamente in una sintesi che riunisce, va oltre ogni esperienza precedente e arriva infine a una nuova e superiore prospettiva, il ritorno a casa secondo lo scontato cliché del figliol prodigo. Tuttavia, prima di rientrare nei panni del buon monaco, non potrà non affrontare il confronto con la moglie, simbolo della sfida finale che si appresta a superare (tornare indietro alla dissolutezza o procedere verso la redenzione?

«È più importante inseguire mille desideri o conquistarne uno solo?»
Infine, giunge la risposta alla domanda fondamentale posta: come si può impedire ad una goccia d’acqua di asciugarsi?, che rappresenta anche la chiusura del film e il culmine della purificazione di Tashi e che ovviamente non sveleremo.

La pellicola lunga e non sempre capace di coinvolgere, la contestualizzazione nei meravigliosi sfondi del Tibet (è stato il primo film ad essere realmente girato a quota 4000 metri), l’uso di attori non professionisti caratterizzano Samsara per i lunghi silenzi e i continui interrogativi: non è possibile svelare cosa sia Samsara è possibile vederlo, esperirlo, ma non comunicarlo, perché non si può svelare a parole, o concetti, il segreto più profondo dell’esistenza: l’insieme delle scelte che ogni individuo deve compiere per essere, o diventare, se stessi.

Samsara: Introspettivo, romantico, a tratti volgare: per chi ha un’anima (cinematografica, of course) eclettica senza troppe pretese.

Nota: di Daniele Rizzo

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