La Sconosciuta

Recensione: La Sconosciuta

Lucchetti) a rappresentarci agli Oscar 2008, come miglior pellicola italiana. La Sconosciuta di Tornatore. Ovvero, come passare dal thrillerone al polpettone in un battito d’ali.

SCHEDA TECNICA

SCHEDA DVD Il film, ambientato nella Trieste un po’ sonnacchiosa dei giorni nostri, si impone con ansiogene atmosfere inusuali e magnetiche: i tagli sono veloci senza essere sincopati, e la vicenda, che procede senza sciogliersi,  prosegue annodando sempre maggiori curiosita’ e interrogativi nella mente dello spettatore, che osserva rapito e sedotto dal fascino di un noir finalmente ben fatto (altro che “Quo Vadis, Baby?
“!), che mescola con senso della proporzione fatti e artefizi stilistici e visivi, calzanti e pertinenti al genere, impreziosendolo con eleganza.
Vedi il tematico cambio di fotografia, che si scolora nelle vicende presenti di Irena (la ricca e brava Ksenia Rappoport), signora ucraina dal passato incerto e violento, per ritingersi di calde cromature sull’arancio nei ricordi di Nello,  grande amore di Irena, archetipo del principe azzurro che ti prende e ti porta via. Non ultimo fra i dettagli degni di nota, l’importante contributo musicale di un Morricone  sempre attento e che non perde un colpo. Il film gira spedito per la prima ora, soprattutto grazie ai flashback illustrativi ben confezionati dal punto di vista del tributo all’immagine  e della narrazione, che se ne avvale in maniera preziosa ma ben calibrata.
Alcune inquadrature sono veri e propri quadri d’autore, perle di una cinepresa che non lascia nulla al caso e dettagliatamente “si inoltra”  nel viaggio della  redenzione di Irena, disperatamente alla ricerca di un posto in un mondo migliore, dove qualcuno dei suoi “tanti errori” possa acquistare finalmente un senso.
Bellissima la sequenza del furto delle chiavi alla “povera” Gina (Piera Degli Esposti): mentre le due donne sono a cinema Irena scappa verso un ferramenta per commissionare una repentina riproduzione del mazzo che le permettera’ di entrare nella casa in cui Gina lavora come cameriera, e che sorveglia da giorni senza che se ne capisca il perché.
Veloce, essenziale e prudente la sequenza non lesina attimi d’ansia che si raffigurano nel fotogramma del grosso coltellino svizzero che “taglia” lentamente l’orologio, mentre i minuti scappano e Irena sta per essere scoperta dalla sua “amica”. Così come preziosa e armoniosa è l’immagine delle decine di cameriere arroccate sulle scale a conchiglia del palazzo signorile, tutte radunate in  fila (solo apperentemente scomposte), per sostituire Gina, “disgraziatamente” caduta da quelle stesse scale.

Il film si lascia dunque guardare e apprezzare per la prima oretta, finquando il grande nodo di tensione  si scioglie, i flashback iniziano a ripetersi, le musiche allentano il loro impatto, e la vicenda di Irena appare chiara e neanche tanto originale. Ecco che dopo un po’ la polarita’ (presente – passato) si disperde e si smarriscono curiosita’ e mistero, un mistero che non viene svelato, ma che si annacqua via via che le immagini si susseguono fino a crescere e abbarbicarsi su se stesse. Un mistero e un passato che comprendiamo per forza d’inerzia, e che non rende giustizia all’energia e all’impeto della narrazione iniziale.  Il tutto si smaglia, stiracchiandosi e  diluendosi, sfiorando persino il paradosso con una conclusione che avrebbe potuto essere bruciante e beffarda, e risulta invece, fatalmente ridicola e disgraziata come la stessa Irena, non più tanto fascinosa, in finale, quanto lievemente patetica.

Ma Giuseppe si è stancato mentre girava il film?
Mi chiedo cosa non ha tenuto fino in fondo?
La scrittura?
La regia?
Il montaggio, che da scaltro e spedito picconatore di interrogativi diviene moscio, lineare e lento?

Gli attori sono tutti bravi anche se la Gerini sembra un po’ la Elsa di “Non ti Muovere“, algida e frustrata oltre che vittima di un matrimonio triste e insoddisfacente, pur brava nel lavoro.
Fossi stata io in Favino invece, non avrei accettato il ruolo di Donato, marito “complemento d’arredo” mutacico e ai margini, inutile come uomo e come personaggio nel film.
Si vede che inserire nel curriculum un film con Tornatore deve essere una bella tentazione, giacché non scorgo altri motivi per cui un attore mutevole e importante come Favino debba costringersi in un ruolo che qualsiasi comparsa avrebbe saputo interpretare, anche negli apparentemente incontrollati eccessi d’ira in cui Donato fa sentire la sua presenza in scena.

La Buy (che nel film interpreta poco più di un cameo), è poi sempre la solita semi isterica donna fragile e sensibile. Le sue corde vocali sono incapaci di produrre altro suono se non quello squittio compassionevole e incrinato che ne fanno il suo marchio di fabbrica (e si badi che a me la Buy piace e sta simpatica, ma più passa il tempo più la vedo cristallizzarsi in quelle cinque o sei espressioni sbadate, a cui ha fatto eccezione il solo personaggio di Lucia Allasco, ne “Il Siero della Vanita’”, del mio “amato” Infascelli).
Placido è preciso e puntuale nel ruolo dell’orco mostruoso, unto e violento, e non può che essere apprezzabile la sua radicale metamorfosi in “stile Stanislavskij”. Una menzione per la piccina e bravissima Clara Dossena, che nel ruolo di Tea si pappa tre quarti delle inquadrature e regge buona parte dell’intero scheletro filmico su di sè, chiamata a interpretare, con naturelazza e intensita’,  le difficolta’ di una bambina afflitta da una rara e gravissima malattia: l’assenza di riflessi.
Tea non si protegge, cade e non sa rialzarsi,  subisce aggressioni e non sa difendersi nè reagire, in un (neanche tanto dissimulato), parallelismo con Irena, donna dall’indole buona che dopo milioni di offese subite, si ritrova “oggi” scaltra ai limiti del criminale.
Irena decide di insegnare a Tea come proteggersi dal mondo, colmando le lacune di un istinto carente e deficitario, riproponendo sulla bambina (in alcune immagini abbastanza fastidiose), scherzi crudeli al confine del sadico, in modo da suscitarle quella rabbia e qulle “reazioni” che naturalmente non le apparterrebbero.  Il film gronda atmosfere gia’ annusate altrove, e accarezza il citazionismo più volte: dalle sequenze iniziali (riprese in seguito dai flashback) alla “Eyes Wide Shut”, alle immagini truci vagamente splatter alla Tarantino (efficacissime però, con cui Tornatore mostra di sentirsi ben a suo agio), alle atmosfere Hitch*****iane che “illudono” di trovarci di fronte ad un thriller dalla perfezione geometrica, che ci stravolgera’ con una soluzione impensabile e sorprende
nte.
Nulla di fatto. Resta piacevole la prima ora, ma alla luce dell’evoluzione il film è per me incompiuto e non solidamente impalcato dall’inizio alla fine, cosa che non si può certo dire della pellicola di Lucchetti, compatta e omogenea, senza sbavature nè cedimenti nel ritmo, sempre teso, sempre a un buon livello.
Che dire, alla fine se la cantano e suonano sempre loro due: Tornatore, Salvatores, Salvatores, Tornatore….La Sconosciuta: Non da Oscar. Buon principio, scadente prosecuzione, scadente finale dolciastro. Non proprio per gli amanti del thriller, meglio per i romantici.La Frase: “Lei ha proprio un bel corpo, non sembra che ha avuto un bambino!” Ksenia Rappoport, La Sconosciuta, 2006.Per L’approfondimento su Ksenia Rappoport CLICCA QUI!

Nota: di Roberta Monno
La Sconosciuta

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