Babel

Recensione: Babel

Diciamo, senza rischiare di apparire i soliti cinici disfattisti, che il bel tenebroso A. G. Inarritu non ha nella fantasia il suo punto forte.

SCHEDA TECNICA

SCHEDA DVDInsomma, che si tratti di una trilogia (Amores Perros, 21 Grammi), non assolve il regista dal crimine di inscenare puntualmente sempre lo stesso canovaccio, lo stesso intreccio e lo stesso scioglimento.
Anche lo stratagemma usato per far partire la narrazione è sempre lo stesso (un incidente d’auto).
Che Inarritiu sia ossessionato dalle coincidenze lo abiamo capito, (lo dichiara lui stesso spesso in varie interviste promozionali) ma ora… Non è che tutte le coincidenze del globo si snodino attorno ad autovetture che franano, si incidentano o vengono colpite da proiettili vaganti! Il favore di farci assistere a qualcosa d’altro ce lo poteva pure fare. E che diamine! A ciò aggiungiamo che di frequente nelle sue pellicole riappaiono gli stessi attori – muse, espressioni di una poetica dell’ambiguo e dell’ineluttabile, come ci ricorda il buon Bernal, spesso oggetto delle attenzioni della macchina da presa del messicano riccioluto e abbronzato. Il film, premio alla regia a Cannes 59, si ambienta in un polveroso Marocco, che pare confinare direttamente col Messico da baraccopoli inquadrato in una delle tre storie (parallele, of course) racconatate, e si rivolge poi ad Est, negli occhi e nelle imprese (a tratti degradanti), di una ragazzina bellina e sordomuta in Giappone, disposta ad emulare un Sharone Stone mitica e mitologica da “accavallamento di coscia selvaggio”.
Qui però, la giovine spalanca anziché accavallare. La pellicola si avvantaggia del sempre notevole Prieto, direttore della fotografia blasonato e sinceramente suggestivo, e si sposta seguendo i movimenti di una camera a mano che non concede certezze nè pause, ma filma coerente e fedele le pagine scritte dall’adorato sceneggiatore Arriaga, con cui Inarritu fa squadra da tempo. Una menzione speciale per un uomo che in quest’opera ha recitato, dimostrando che ai belli la vecchiaia regala spessore e smuove dalle paralisi dell’inespressivita’ del tipo: “mi lecco le labbra e ho fatto il mio.” Brad Pitt, signori miei, ingentilito (recitativamente parlando), dalle rughe, da’ prova di sensibilita’ e qualita’ direttamente proporzionate all’appannarsi dello splendore abbagliante da “Vento di Passioni”, e si avvicina all’idea di un attore che sa pescare moti epidermici ed emozioni, che vanno oltre lo strizzare la boccuccia a cuore, (ricordiamo come molto convincente la prova di Pitt nel ruolo di  Joe Black, che leccava il burro d’arachidi dal cucchiaio con aria da perfetto provolone). Interessante ma non eccelsa la prova della “divina” Cate Blanchett, alle prese con un ruolo non abbastanza complesso, al di sotto delle sue possibilita’. Valido l’affascinante dolore rabbioso della spigolosa Rinko Kikuchi, punta di colore e novita’ nell’iconografia spesso ripetitiva della facce amate da Inarritu.Babel: Solito film di un Inarritu autoreferenziale e sopravvalutato, che dispone di buoni mezzi senza i quali funzionerebbe molto meno. Per affezionati.La Frase: “Non ho fatto una cosa cattiva, ho fatto solo una cosa stupida.”  Adriana Barraza, Babel, 2006.  

Nota: di Roberta Monno
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