The Number 23

Recensione: The Number 23

Il film narra le gesta di un accalappiacani misantropo e asociale che si identifica nelle smanie di un detective svalvolato, raccontate in un autobiografia  che pare ripercorrere punto per punto la (noiosissima) vita del nostro acchiappafido.

Contagiato dall’ossessione per il numero 23, Walter Sparrow si convince che il libro, uno scalcinato dattiloscritto dal dubbio merito letterario, narri la sua esistenza, iniziando così una caccia serrata e ostinata al suo alter ego…. Indovinate un po’ chi è l’autore del libercolo?

Il filmetto, fin dagli ingannevoli titoli di testa, vorrebbe aggirarsi dalle parti di ben altre pellicole, quali Seven, Memento (la trovata degli appuntini sugli avambracci) e il ben più pregevole Secret Window, in una sorta di mal sceneggiato patchwork, nella vana speranza di sfruttare suggestioni visive e atmosfere narrative ben collaudate. L’iniziale montaggio alternato promette un ritmo sincopato affatto confermato col procedere della vicenda, che finisce con l’affidarsi quasi totalmente alla voce fuori campo (escamotage che di solito apprezzo)  in un’apoteosi del narratore esterno troppo, davvero troppo presente e ingombrante. L’effetto ritmico si disperde, il contrappunto scompare dissolvendosi in un appiattimento imbarazzante: sembra di leggere uno di quei  libricini  illustrati con le audiocassette… Di quelli per bambini che iniziano con la canzoncina che fa : “A mille ce n’è…“.
Anche la fotografia, ben invecchiata, sdrucita, dal sapore retrò e vagamente anni ’70, trae in inganno lasciando pensare ad un prodotto di buona qualità…è dunque spesso vero che una buona confezione non garantisce un film ben scritto… Quasi quasi mi viene il sospetto che Schumacher (grande regista ottuagenario direttore di intelligenti pellicole al cardiopalma quali Phone Boot) abbia codiretto il film con Alex Infascelli (H2Odio, Almost Blue), prode cantore del nulla italico, ma con buoni mezzi.
I collegamenti interni alla vicenda sono forzati, i passaggi stridenti, le allusioni grottesce e grossolane, mentre il libro che fa da perno allo zoppicante  racconto risulta costellato di assurdità e costrizioni, oltre che ricco di spunti scopiazzati (vedi la donna in rosso), fin dall’improbabile premessa – prologo: “Se vi riconoscete nei fatti narrati… Non proseguite!!”… Come dire… Mah!
Anche i dialoghi subiscono la condanna dell’artificiosità che ammanta tutta l’opera, e si riducono ad una serie di scambi roboanti, teatrali ed irreali. Walter Sparrow è poi un protragonista talmente patetico e ridicolo da non meritarsi neanche l’appellativo di decadente, e pare proprio che il mio buon Jim abbia scelto il progetto sbagliato per imporsi al grande pubblico come convincente attore di thriller. 
Magari avrebbe potuto iniziare col recitare proprio in un thriller e non in una pantomima, e magari dopo il minuto 25, lo spettatore non avrebbe desiderato urlare dipserato e represso, affossato in un baratro di noia e disperazione :  “Facce rideee !!!“Assurdo è poi tutto quello che contorna e gravita intorno alla storia principale: le dinamiche famigliari dovrebbero essere sconvolte e andare in pezzi a seguito dell’impazzimento totale del capofamiglia, invece rimangono quiete, stabili.
Alla povera Virginia  Madsen (la moglie Agatha) tocca interpretare una marmorea e atarassica signora Sparrow, che anziché intimorirsi (o scappare a gambe levate, o chiamare la neuro) a fronte di  un marito che le sussurra nel letto “Ho sognato che ti uccidevo come il protagonista del libro“, si limita a rispondere “Dormi amore, è solo un libro”, giusto un poco poco perplessa.
Ulteriore tortura: il girato destinato alla “spiegazione” dell’intrigo è  spropositato e sproporzionato rispetto all’intreccio stesso che, insomma, non abbisognerebbe di più di un minutino scarso per essere dipanato, ammesso che ci sia qualche ingenuo spettatore che non abbia tutto chiaro nella sonnacchiosa vicenda del grafomane assillato.
Assolutamente ridicolo poi è il melodramma finale in cui, il nostro disgraziato, si ricongiunge col principio di realta’ (aiutato da una a dir poco paziente famiglia) e intuisce, in una folgorazione che lo illumina durante un fallito (peccato!) tentato suicidio che: “Non esiste il destino, ci sono solo scelte da fare“. WOW!The Number 23: La trama si regge (si regge?
) su una dimenticanza: vi auguriamo di poter scordare, seppellire, rimuovere questa indicibile esperienza cinematografica.

La Frase: “Lei era in pericolo, ma non avevo capito che il pericolo ero io.” Jim Carrey, The Number 23, 2007.

Nota: di Roberta Monno
The Number 23

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