Ratatouille

Recensione: Ratatouille

Per la serie “La rassegna delle antitesi”, il cartone animato colpisce ancora. Ed è ancora centro. Per ricordare le ultime parabole animate Pixar, dirette ai grandi quanto ai piccini, si pensi al pesciolino Nemo con la pinna atrofica che sfida le limitazioni della sua costituzione; alla famiglia di Incredibili dove il papà-ex-supereroe è troppo fuori forma per entrare nel vecchio costume-calzamaglia e tuttavia sconfigge i cattivi, al mostro Sulley di Monsters & co. che, nonostante comportamenti “bestiali” è animato da buoni sentimenti.

Sulla stessa linea, la Disney-Pixar ci presenta un topo, che si rifiuta di camminare carponi per non sporcare le stesse mani con cui mangia, è dotato di un megaolfatto da navigato sommelier, sa leggere libri di cucina e il suo idolo è il paffuto (e defunto) chef Gusteau, celebre per il motto massificante: “Chiunque può cucinare”.

Come spesso accade quando le famiglie non sanno riconoscere i talenti, l’attitudine del topo Remy è interpretata come un’anomalia: il padre-panteganone e capo-clan, riesce a trovare uno sbocco più concreto per quel dono, destinando il topino a fiutare il pattume di cui si nutre la colonia per identificarvi eventuali sostanze letali.
Ma Remy non abbandona la sua aspirazione e cerca di coinvolgere nella sua passione il fratello Emile, grosso e grasso ratto dallo spirito benigno, anche se un po’ ingenuo. Uno Shrek coi peli, si potrebbe dire, che, infatti, non distingue una fragola ammuffita da una crosta di Camembert. Nel bel mezzo di uno splendido pomeriggio spazzaturiese, la colonia di topastri è costretta a una rocambolesca fuga attraverso le fogne, inseguita da un’amorevole vecchina armata di fucile a canne mozze (vorrei vedere voi se scopriste un accampamento di ratti in soffitta!). Il destino separa Remy dai suoi compagni, ma gli riserva ben altre possibilità: lo fa arenare con la sua zattera di fortuna (il manuale di Gusteau), in corrispondenza delle cucine dell’ex-pluridecorato ristorante appartenuto allo chef, ormai declassato a quasi-trattoria a causa di una stroncatura del perfido critico culinario Ego (nomen homen). Ah, la cucina di un famoso ristorante, il sogno di Remy, gli attrezzi scintillanti, le pentole che gorgogliano e sprigionano aromi ricercati. Come resistere al richiamo?
Persino il fantasma di Gusteau (spirito-guida di Remy), uscito dal manuale, incentiva il topo ad entrare in quell’universo di sapori. In questa cucina di provetti e indaffarati cuochi, c’è un nuovo elemento: Linguini, lo sguattero scoordinato e maldestro, che si presenta subito con un disastro: rovescia parte di una sofisticata vellutata, pensando poi di rimediare al danno di nascosto, rabboccando il contenuto del pentolone con ingredienti presi a caso qua e là. La scena fa rabbrividire il nostro topo che, non sapendo resistere, va a correggere la zuppa, facendosi clamorosamente beccare da Linguini, immediatamente incaricato di eliminarlo. Ma come nella migliore tradizione Disney il carnefice ha pietà della vittima (ricordate il cacciatore-killer che risparmia Biancaneve alla morte?
) ma a un patto: dovrà insegnargli a cucinare. Lo chef Skinner, infatti, ha preso in antipatia il giovanotto e sta cercando in tutti i modi di farlo sfigurare per avere occasione di licenziarlo. Remy fa di Linguini uno stimato cuoco, collocandosi sotto il suo cappellone e governandone i movimenti grazie a un tira-tira di ciocche di capelli (insomma, qui il burattino è più grosso del burattinaio)Le vampate dei fornelli scaldano anche i cuori e Linguini s’innamora dell’unica cuoca ammessa nelle cucine del Gusteau: la volitiva e rigorosa Colette, che dopo tanta fatica e determinazione è riuscita a far parte dello staff di cuochi come unico elemento femminile. Mentre il cattivo Skinner, proprietario del ristorante (alto quanto il suo cappello da chef) sfrutta il nome di Gusteau per far fortuna nel commercio di cibi surgelati, il critico culinario Ego, dall’alto del suo ufficio a forma di bara, dichiara che si recherà presto al Gusteau per recensire la cucina dell’ormai noto Linguini.
Grazie a un testamento e a una lettera della defunta madre del ragazzo, si scopre che Linguini è figlio di Gusteau, e il legittimo erede di tutte le sue proprietà, compreso il locale. Malauguratamente, la sincerità del ragazzo lo porta a presentare Remy ai colleghi cuochi, che per tutta risposta abbandonano le cucine, lasciandolo solo col topo. Ma… colpo di scena!
L’intera colonia-famiglia di ratti giunge dalle fogne per aiutare Remy ed il suo amico umano. I ratti diventano un efficiente esercito culinario, con al comando Remy, che distribuisce mansioni e dispensa nozioni. Nel frattempo, il critico Ego (un Battiato smagrito e incurvato) si accomoda nell’elegante salone da pranzo tutto-velluto, senza scegliere nulla che compaia sul menu, ma chiedendo d’essere stupito.

Remy prepara la ratatouille, un piatto della tradizione povera francese, fatto di semplici verdure miste, che riporta il critico ai tempi dell’infanzia, quando in una casa modesta la mamma gli serviva amorevolmente la stessa pietanza.
Dopo aver atteso la chiusura del locale per avere la possibilità di incontrare lo chef, Ego conosce Remy.

La critica pubblicata sul giornale la mattina dopo è plaudente, commovente e dolce, ma offre anche una riflessione seria sullo strapotere dei critici famosi, dalle cui poche righe dipende il trionfo, o l’oblio, di colui che è esaminato. Gran finale Disney dolceamaro: il Gusteau viene chiuso per infestazione di topi (Gualtiero Marchesi doppia l’ispettore sanitario), Linguini, Remy e Colette aprono un piccolo ristorantimo fuori mano, frequentato dall’ormai non più severo Ego. Un primo piano dell’insegna del locale chiude il film: la silhouette di un topolino regge la scritta “Le ratatouille”, con la chiara allusione rat-topo. La precisione grafica del cinema d’animazione Pixar ci sorprende per la naturalezza dei dettagli e la verosimiglianza delle ambientazioni scenografiche.

Le musiche orchestrali stile vecchia Parigi di Michael Giacchino (Lost), fanno sognare anche i meno romantici, mentre il regista Brad Bird offre una splendida Ville Lumiere vista a dieci centimetri da terra, con gli occhi di un topolino.

Amore, amicizia, solidarietà e fantasia non mancano alla pellicola. Però, tanta maniacale verosimiglianza ci fa pensare, con un po’ di rimpianto, ai vecchi film Disney, alla cucina dello chef Louis della Sirenetta, che distrugge tutto per acchiappare il paguro Sebastian e servirlo ripieno.
È vero, quelle immagini oggi appaiono un po’ rudimentali, forse semplici, ma dal retrogusto finale certamente più commovente, intenso ed evocativo, come un piatto di modesta ratatouille. Per la serie “La rassegna delle antitesi”, il cartone animato colpisce ancora. Ed è ancora centro. Per ricordare le ultime parabole animate Pixar, dirette ai grandi quanto ai piccini, si pensi al pesciolino Nemo con la pinna atrofica che sfida le limitazioni della sua costituzione; alla famiglia di Incredibili dove il papà-ex-supereroe è troppo fuori forma per entrare nel vecchio costume-calzamaglia e tuttavia sconfigge i cattivi, al mostro Sulley di Monsters & co. che, nonostante comportamenti “bestiali” è animato da buoni sentimenti.

Sulla stessa linea, la Disney-Pixar ci presenta un topo, che si rifiuta di camminare carponi per non sporcare le stesse mani con cui mangia, è dotato di un megaolfatto da navigato sommelier, sa leggere libri di cucina e il suo idolo è il paffuto (e defunto) chef Gusteau, celebre per il motto massificante: “Chiunque può cucinare”.
Come spesso accade quando le famiglie non sanno riconoscere i talenti, l’attitudine del topo Remy è interpretata come un’anomalia: il padre-panteganone e capo-clan, riesce a trovare uno sbocco più concreto per quel dono, destinando il topino a fiutare il pattume di cui si nutre la colonia per identificarvi eventuali sostanze letali.
Ma Remy non abbandona la sua aspirazione e cerca di coinvolgere nella sua passione il fratello Emile, grosso e grasso ratto dallo spirito benigno, anche se un po’ ingenuo. Uno Shrek coi peli, si potrebbe dire, che, infatti, non distingue una fragola ammuffita da una crosta di Camembert. Nel bel mezzo di uno splendido pomeriggio spazzaturiese, la colonia di topastri è costretta a una rocambolesca fuga attraverso le fogne, inseguita da un’amorevole vecchina armata di fucile a canne mozze (vorrei vedere voi se scopriste un accampamento di ratti in soffitta!).

Il destino separa Remy dai suoi compagni, ma gli riserva ben altre possibilità: lo fa arenare con la sua zattera di fortuna (il manuale di Gusteau), in corrispondenza delle cucine dell’ex-pluridecorato ristorante appartenuto allo chef, ormai declassato a quasi-trattoria a causa di una stroncatura del perfido critico culinario Ego (nomen homen).
Ah, la cucina di un famoso ristorante, il sogno di Remy, gli attrezzi scintillanti, le pentole che gorgogliano e sprigionano aromi ricercati. Come resistere al richiamo?
Persino il fantasma di Gusteau (spirito-guida di Remy), uscito dal manuale, incentiva il topo ad entrare in quell’universo di sapori. In questa cucina di provetti e indaffarati cuochi, c’è un nuovo elemento: Linguini, lo sguattero scoordinato e maldestro, che si presenta subito con un disastro: rovescia parte di una sofisticata vellutata, pensando poi di rimediare al danno di nascosto, rabboccando il contenuto del pentolone con ingredienti presi a caso qua e là. La scena fa rabbrividire il nostro topo che, non sapendo resistere, va a correggere la zuppa, facendosi clamorosamente beccare da Linguini, immediatamente incaricato di eliminarlo.

Ma come nella migliore tradizione Disney il carnefice ha pietà della vittima (ricordate il cacciatore-killer che risparmia Biancaneve alla morte?
) ma a un patto: dovrà insegnargli a cucinare. Lo chef Skinner, infatti, ha preso in antipatia il giovanotto e sta cercando in tutti i modi di farlo sfigurare per avere occasione di licenziarlo. Remy fa di Linguini uno stimato cuoco, collocandosi sotto il suo cappellone e governandone i movimenti grazie a un tira-tira di ciocche di capelli (insomma, qui il burattino è più grosso del burattinaio)Le vampate dei fornelli scaldano anche i cuori e Linguini s’innamora dell’unica cuoca ammessa nelle cucine del Gusteau: la volitiva e rigorosa Colette, che dopo tanta fatica e determinazione è riuscita a far parte dello staff di cuochi come unico elemento femminile.

Mentre il cattivo Skinner, proprietario del ristorante (alto quanto il suo cappello da chef) sfrutta il nome di Gusteau per far fortuna nel commercio di cibi surgelati, il critico culinario Ego, dall’alto del suo ufficio a forma di bara, dichiara che si recherà presto al Gusteau per recensire la cucina dell’ormai noto Linguini.
Grazie a un testamento e a una lettera della defunta madre del ragazzo, si scopre che Linguini è figlio di Gusteau, e il legittimo erede di tutte le sue proprietà, compreso il locale. Malauguratamente, la sincerità del ragazzo lo porta a presentare Remy ai colleghi cuochi, che per tutta risposta abbandonano le cucine, lasciandolo solo col topo. Ma… colpo di scena! L’intera colonia-famiglia di ratti giunge dalle fogne per aiutare Remy ed il suo amico umano. I ratti diventano un efficiente esercito culinario, con al comando Remy, che distribuisce mansioni e dispensa nozioni. Nel frattempo, il critico Ego (un Battiato smagrito e incurvato) si accomoda nell’elegante salone da pranzo tutto-velluto, senza scegliere nulla che compaia sul menu, ma chiedendo d’essere stupito.
Remy prepara la ratatouille, un piatto della tradizione povera francese, fatto di semplici verdure miste, che riporta il critico ai tempi dell’infanzia, quando in una casa modesta la mamma gli serviva amorevolmente la stessa pietanza.
Dopo aver atteso la chiusura del locale per avere la possibilità di incontrare lo chef, Ego conosce Remy. La critica pubblicata sul giornale la mattina dopo è plaudente, commovente e dolce, ma offre anche una riflessione seria sullo strapotere dei critici famosi, dalle cui poche righe dipende il trionfo, o l’oblio, di colui che è esaminato. Gran finale Disney dolceamaro: il Gusteau viene chiuso per infestazione di topi (Gualtiero Marchesi doppia l’ispettore sanitario), Linguini, Remy e Colette aprono un piccolo ristorantimo fuori mano, frequentato dall’ormai non più severo Ego. Un primo piano dell’insegna del locale chiude il film: la silhouette di un topolino regge la scritta “Le ratatouille”, con la chiara allusione rat-topo. La precisione grafica del cinema d’animazione Pixar ci sorprende per la naturalezza dei dettagli e la verosimiglianza delle ambientazioni scenografiche. Le musiche orchestrali stile vecchia Parigi di Michael Giacchino (Lost), fanno sognare anche i meno romantici, mentre il regista Brad Bird offre una splendida Ville Lumiere vista a dieci centimetri da terra, con gli occhi di un topolino. Amore, amicizia, solidarietà e fantasia non mancano alla pellicola. Però, tanta maniacale verosimiglianza ci fa pensare, con un po’ di rimpianto, ai vecchi film Disney, alla cucina dello chef Louis della Sirenetta, che distrugge tutto per acchiappare il paguro Sebastian e servirlo ripieno. È vero, quelle immagini oggi appaiono un po’ rudimentali, forse semplici, ma dal retrogusto finale certamente più commovente, intenso ed evocativo, come un piatto di modesta ratatouille.

Nota: di Alice Peruzzo
Ratatouille

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