Le Cinque Variazioni

Recensione: Le Cinque Variazioni

Un viaggio nella psicologia di un film e di un regista. O di due?

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Le cinque variazioni è una tortura d’amore inflitta dall’ allievo Lars Von Trier al Maestro Jorgen Leth, colpevole di non riuscire a sbagliare, punibile con il remake (cinque volte) di un suo capolavoro del 1967: L’Essere Umano Perfetto. Von Trier commissiona al collega cinque viaggi intorno alla scomposizione di un progetto che nella sua primigenia fattura appare perfetto, con annesse costrizioni, limiti e ostruzioni che sfiniscono Leth, appassionato seguace delle sadiche imposizioni del mefistofelico regista di Dogville. Il film si ordina, geometrico e macchiavellico, come una caleidoscopica matrioska, una narrazione multipiano da cui trapelano miliardi di fasci di luce sopraggiunti da innumerevoli fessure lasciate socchiuse, tra cui lo spettatore può, fra una vertigine e l’altra, sbirciare. Un compendio originale e geniale in cui intenzione di messaggio e metodologia narrativa si scambiano suggerimenti in modo osmotico e non districabile: il materiale di cui il regista dispone è il frutto delle indicazioni dello stesso, che tuttavia non lo gira ma lo dirige a distanza, certo di ottenere un risultato conforme e funzionale al suo “messaggio finale”: una lettera scritta di pugno da Lars ma fatta leggere dalla bocca di Leth. Una lettera indirizzata allo stesso Lars. Quindi è Von Trier che parla a sè stesso per bocca di Leth, certo tuttavia di interpretare i pensieri e i vaneggiamenti dell’amico, che vuole “aiutare” con un progetto che lui stesso definisce pedagogico e “Salva Leth“. Un esercizio di finzione pura e suprema, un attorcigliamento edonistico, estetico e naricisistico, o un’autocompiaciuto esercizio di stile e di potere, umano e tecnico?
Le Cinque Variazioni è un operazione che va vista e rivista per sviscerarne propositi, sottotracce e sottili perversioni. Ad una prima occhiata si consacra tuttavia come superba e folgorante opera sugli scuotimenti della tecnica e della narrazione, usando l’una e l’altra come nessuno saprebbe fare in maniera altrettanto ipnotica, malvagia e masochista assieme.Von Trier gode e scava nella ricerca della deturpazione di quello che è, a suo stesso dire, uno dei suoi film – gioiello preferito (L’Essere Umano Perfetto, appunto), e da questa inflizione di dolore per sè e per il suo collega, tira fuori una mole di sequenze e di materiali che gli consentono la montatura di questo estremo gesto cinematografico, che nel monologo finale si rivela attraverso la somma menzogna: chi  è che parla?
Chi è che ascolta?
Chi finge di essere il mittente e chi il destinatario?
Ma il cinema è questo, signore e signori. Un inganno reiterato e dissimulato con la costante pretesa di verita’; tutto si gioca nell’autenticita’ della bugia, e la perdita di percezione della voce narrante e agente segna il passo in uno dei più brillanti esiti filmici degli ultimi anni.

Raccontare Leth per, sotto sotto, raccontare se stessi, i propri gusti, le propie influenze visive; “Jorgen  aveva fatto quel film a cui ti sentivi legato da una parentela strettissima; allora devo essere legato anche a Jorgen, hai pensato,  e come volevi essere castigato tu hai castigato Jorgen in un attacco personale“. Il passato cinefilo coprotagonista assieme al fruitore e al creatore, modificato nel presente dal fruitore modificato da esso.
Von Trier è quello che è anche per i film che ha visto e che ha amato,  che non si limita a “rifare”: Von Trier agisce direttamente sul loro regista, “rifa’” il regista.
Lui può.Von Trier lavora per sottrazione (ricordiamo il suo movimento minimal, Dogma), e senza l’ausilio di supplementi virtuosistici e suppellettili recitative (“Che noia questi attori!” lascia intendere spesso), si produce nel do*****entario più sceneggiato, progettato e meno reale che ci sia; eppure tutto  è realistico, e quanto filmato non è posato: è vero.
La storia e l’intento, si costruiscono da sè e si complicano cervelloticamente senza abusare di un montaggio sofisticato e lieve: cronologico e alternato assieme, di certo non alterante.
La mente di Lars e i suoi disegni sono abbastanza complicati da non richiedere altro, e la sua salda sobria e consapevole (fin troppo) mano si prefigura come arto supremo di un deus ex machina che è regista di vita, più che di fiction, almeno è questo il segnale ultimo che ci lancia, custode attento e onniscente dei mille risvolti di questo insolito progetto, ed è così che pare percepirsi e raccontarsi al cospetto del costernato Leth, generoso compagno di un viaggio ai limiti dell’inconscio e del cinema.

Le Cinque Variazioni: Abbiate pazienza e gustatevi questo monile.

La Frase: “Mi costringi ad infliggerti una punizione”: Lars Von Trier, Le Cinque Variazioni, 2003.

Nota: di Roberta Monno
Le Cinque Variazioni

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