Indiana Jones E Il Regno Del Teschio Di Cristallo

Recensione: Indiana Jones E Il Regno Del Teschio Di Cristallo

Grandi, addirittura esorbitanti le aspettative per un film che doveva essere degno dei precedenti indimenticabili e insostituibili tre. Il detto, però, è che non c’è due senza tre, non tre senza quattro!

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SCHEDA DVDNonostante ciò Steven Spielberg ha fortemente voluto questo quarto Indiana Jones (e già si vocifera di un possibile quinto sull’onda dell’entusiasmo) riuscendo a recuperare un Harrison Ford tutto sommato in buone condizioni (61 anni), la sua vecchia fiamma (cinematograficamente parlando s’intende), Karen Allen, presumibilmente serbata in naftalina dal 1981 a oggi (non solo perché è ancora una gran bella donna a 56 anni, ma soprattutto perché, da allora, se ne sono quasi completamente perse le tracce sul grande schermo) e uno Sean Connery splendidamente intatto (soprattutto perché compare solo in fotografia: una e unica, per la precisione, sulla scrivania di Indiana Jones a ricordo del compianto padre morto due anni prima, si suppone di vecchiaia… Povero Sean!). La sala è gremita, le luci si spengono e tiro un sospiro di sollievo nel sentire che la colonna sonora per eccellenza non è stata sfiorata nemmeno con un dito: nessun lifting, nessun rimaneggiamento. E’ sempre lei, autentica, entusiasmante e attuale a dispetto degli anni che passano, regina indiscussa della serie! Non ci sono dubbi sulla matrice american-patriottica della pellicola: i russi sono i soliti sporchi sciovinisti sanguinari e cattivi, mentre gli americani, i coraggiosi patrioti buoni, pronti a morire per custodire segreti militari a stelle e strisce; e sarà proprio sulla bandiera sventolante che Spielberg, per evitare equivoci anche a chi è duro di comprendonio, si preoccupa di zoommare esaustivamente dopo appena cinque minuti dall’inizio del film. Che Indiana Jones e le sue imprese siano american(at)e lo si capisce anche da scene eclatanti come quella in cui viene azionato per sbaglio il conto alla rovescia di un missile a reazione che parte a velocità supersonica nelle lande desolate di una base segreta U. S. A., con un feroce soldato russo e Indi spiaccicati sul muso, quasi a emulare le gesta di Willy il Coyote. Per non parlare poi di quando il nostro eroe si ritrova nel bel mezzo di un’esplosione nucleare e si rifugia in un piccolo frigorifero che viene catapultato dall’onda d’urto a chilometri di distanza, dal quale esce ovviamente indenne e con ancora il cappello calcato in testa. In fondo, è anche per questo che ci piace Indian Jones: incarna un prode paladino della giustizia e della verità che non scaglia ragnatele, non ha ali da pipistrello nè vista a raggi x, ma sa comunque far sognare con imprese fantasmagoriche che non hanno niente da invidiare a quelle dei succitati eroi. Per non parlare delle trama avvicente, storicamente e archeologicamente attendibile tanto da indurre lo spettatore a chiedersi se sia davvero tutta finzione o se, oggetti mitici come l’Arca del Patto e il Santo Graal, giacciano ancora dispersi chissà dove in attesa di un Indiana Jones che li riporti alla luce. Certo è, che questa volta Spielberg si è lasciato prendere un po’ troppo la mano dai ricordi e, nel rispolverare un cast di un quarto di secolo or sono, deve essere retrocesso qualche anno di troppo (1977) riesumando anche gli esserini dalla testa oblunga e dal corpicino verdognolo di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. Effettivamente era un peccato che Indiana Jones non avesse mai avuto il piacere di fare la loro conoscenza e così, eccolo a confrontarsi con intelligenze superiori venute da un’altra dimensione, meglio definita dal professor Oxley (John Hurt), amico di Indy, come lo “spazio fra gli spazi”. Tutto il film ruota intorno al teschio magnetico di uno di questi extraterrestri che deve essere riportato al suo posto altrimenti…Altrimenti…Boh?
!?
Non si capisce esattamente cosa sarebbe successo se nessuno si fosse preso la briga di riconsegnarlo al legittimo proprietario (anche perché, in effetti, erano già centinaia di anni che la mistica creatura atendeva invano senza testa), ma possiamo senz’altro supporre che si trattasse di terribili sciagure che avrebbero colpito senza pietà l’intera società umana non fosse stato per l’audacia e lo zelo di Indiana Jones nel riconsegnare teschi smarriti. Sullo sfondo di questa nuova leggendaria avventura, a cavallo fra America del nord e America del sud, si snodano anche le vicende familiari di Henry Jones Junior alle prese con un giovane motociclista scapestrato alla Elvis (Shia La Beouf) che si scoprirà essere suo figlio, probabilmente concepito durante la ricerca dell’Arca Perduta con la sua partner dell’epoca, Marion Ravenwood (Karen Allen) e che si rivelerà presto geneticamente predisposto a condividere il destino eroico del padre. A tutti i sentimentaloni innamorati più delle doti amatorie di Indiana Jones che di quelle valorose, segnalo l’unico stralcio di dialogo vagamente riconducibile a questo suo lato romantico:Marion: “Hai avuto molte altre donne suppongo”
Indy: “Sì, ma avevano tutte lo stesso difetto”
Marion: “E quale?

Indy: “Non erano te”. Il finale non lo svelo, anche se non posso esimermi dall’affermare che contribuirà a smitizzare un personaggio da sempre icona maschia, libera e libertina alla stregua di 007, che non sarà più possibile ristabilire senza danni all’immagine.
Concludo con, a mio avviso, la summa massima dell’intero film pronunciata dal saggio professor Oxlei: Quanto della vita umana va perduto nell’attesa… E sono certa che non si riferisse a quella che è toccata a me e toccherà probabilmente anche a voi: in fila, davanti al botteghino!

Nota: di Ellebi
Indiana Jones E Il Regno Del Teschio Di Cristallo

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