Persinsala

Recensione:

Mio fratello è figlio unico si inserisce in quella nutrita schiera di opere italiane che raccontano in maniera più o meno affezionata, più o meno romanzata, gli ardori e le contraddizioni del ventennio 60 70, da “La meglio gioventù” a “Lavorare con lentezza”.

SCHEDA TECNICA SCHEDA DVD Lucchetti ha concentrato la ragione del suo racconto intorno alla personalità inquieta e prorompente di Accio (Elio Germano), un giovane “libero pensatore sui generis” incapace di trovare il suo posto nel mondo e che passerà dall’esperienza in seminario, naufragata miseramente a causa dei “peccati” commessi sulla foto di un attricetta, allo squadrismo nero, alle glorie delle assemblee rosse fino a ergersi paladino degli “ultimi” attraverso la consegna di straforo delle chiavi degli alloggi comunali, in un fare anarcoide che solo alla fine del film diverrà suo e solo suo, senza partiti a cui tesserarsi nè mentori da seguire. Fin troppo ingenuo è definire questa bella pellicola un’opera sul sessantotto e dintorni. E’ piuttosto un film sulle trepidazioni adolescenziali che non sanno mai (in nessun luogo storico) dove collocarsi per prendere forma autonoma.
Accio, divinamente interpretato da entrambi gli attori che gli prestano il volto nelle due stagioni della sua vita, l’infanzia e la maturità, è uno scapigliato antieroe in cui si svelano le fragilità sincere di chi sente che “qualcosa non va e non convince”, che non smette di interrogarsi, che prova tutto e il suo contrario alla ricerca di quanto possa assomigliare al “vero” e al “giusto”.
Non veste a priori la casacca rossa di famiglia, ma non teme di cambiare idea né di riposizionarsi continuamente, giungendo alle convinzioni ideologiche auspicate dai parenti solo dopo una travagliata e rocambolesca dialettica con se stesso e il mondo esterno.
Di immutabile in Accio c’è solo il suo fisiologico amore per il latino e l’antagonismo verso una famiglia che sembra sapere sempre tutto: che colore politico indossare, a quali scioperi è giusto partecipare fino a  quali scuole frequentare, in un continuo latrato di disperazione che si protrae a tratti comico in tutto il film: “Mamma, sei ingiusta!”.
Il granitico  nucleo famigliare è capeggiato dal leader d’opinione Manrico (R. Scamarcio) il fratello maggiore che tutti osannano (soprattutto la madre, sempre immensa A. Finocchiaro) per il carisma e il fascino libero dell’operaio sinistroide vagamente intellettuale più per posa che per sostanza. Nonostante lo sguardo verdognolo e le smorfie atteggiate nel più classico Che Guevara - style Manrico risulta di fatto fermo, immobile, imparagonabile rispetto al magma di vitalità e indeciso furore che muove il fare dell’Accio pecora nera. Ed ecco che, a fronte di una vita passata da Manrico sugli spalti a tuonare il “Capitale”, sarà proprio Accio a realizzare qualcosa di concreto per i poveri della sua Latina, in un finale riappacificante dove l’ultima inquadratura, Accio adulto che sorride soddisfatto all’Accio bambino, chiude il cerchio di una vita spesa per la ricerca nell’attimo di quiete, quell’istante brevissimo in cui l’anima di un "eroe" si appaga prima di ricominciare a fremere e rilanciarsi verso nuovi conflitti. Tratto dalla novella “Il FascioComunista” Mio fratello è figlio unico scorre leggerissimo, i dialoghi sono recitati a meraviglia da attori convinti che non trascurano di salare il tutto con una dose equilibrata di ironia che non rischia di sconfinare nel macchiettismo. La cinepresa discreta mette da parte virtuosismi fotografici e di regia ad appannaggio di un racconto fatto di parole e umanità, nella migliore tradizione del cinema italiano che inscena storie parlate piuttosto che d’azione. Buona la prova di  Zingaretti,  credibile (anche per ragioni fisiognomiche) nel ruolo del fascista imperituro, così come più che buona è la disperazione complicata di Angela Finocchiaro, una madre che ama i suoi figli ma che, come spesso accade, sente di farlo nel modo sbagliato. Scamarcio rischia di intrappolarsi nel cliché del fascinoso seduttore ribelle (che di ribelle poi ha poco), ma suona apprezzabile  la scelta di un attore sulla cresta dell’onda di accettare un ruolo di secondo piano (o è una strategia aristocratica che fa molto “star blasonata” ?…mmh...) Ultima menzione per Lucchetti, innamorato dei suoi interpreti li dirige con saggezza lasciandoli più o meno tutti a briglia sciolta, in un risultato corale armonioso e ben orchestrato, ottima promessa del vivaio di registi italici Lucchetti si impegna senza strafare e mantiene alte le aspettative. Mio Fratello è Figlio Unico: da vedere, anche se non ne potete più del '68.

Nota: di Roberta Monno
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