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Stampa Articolo Pubblica Generation Kill su Facebook Ascolta Generation Kill Data: 5 febbraio 2010
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Generation Kill




Inquadrare Generation Kill nel panorama degli stilemi classici della fiction di genere (Dramma, amore, avventure, guerra, fantasy, mistery), è praticamente impossibile, perciò lasciate perdere le aspettative e i preconcetti, perchè non avete visto nulla di simile, né in tv né a cinema.




Generation Kill nasce dal coraggioso tentativo di riportare in una miniserie Tv (quindi accessibile ad un pubblico vasto, per lo più giovani e famiglie) un esperimento di giornalismo “embedded”, ovvero “arruolato” alla causa della verità, della cronaca e dell’utilità sociale della narrazione (che per non perdere di significato deve far rima con diffusione).

E’ la vera storia di Evan Wright (interpretato sullo schermo da Lee Tergesen), giornalista “d’assalto” del magazine Rolling Stone, che parte alla volta dell’Iraq insieme al primo battaglione esploratori dei Marines nel 2003 (quando si pensava che la guerra sarebbe finita di lì a poco).

Wright scriverà un libro (Generation Kill, appunto), a cui la (sempre in prima linea) HBO farà seguire una miniserie di 7 puntate, curata dallo stesso Wright, affiancato da tre Marines protagonisti delle vicende: il Sergente Eric Kocher e il Capitano Jeffrey Carisalez, insieme al Sergente Rudy Reyes, che appare nella serie nei panni di se stesso.

Generation Kill si prefigura come (isolato) esempio di Serie Tv socialmente utile, posizionata nella linea di confine tra il drama (una certa sceneggiatura non manca) e il realismo da documentario, che spoglia la visione da inutili orpelli e ci restituisce una prospettiva autentica e privilegiata a fianco di questi ragazzi, anime smarrite, malate di ignoranza e ingenuità.

Quello in cui Wright ci conduce è uno spaventoso buco nero di disorganizzazione, approssimazione e disordine, in cui ragazzoni cresciuti guardando troppa Tv, sognano di essere guerrieri, eroi armati e cacciatori valorosi, che si ritrovano invece a uccidere a casaccio, senza regole d’ingaggio o di condotta che ne orientino l’azione, su di un campo di battaglia paradossale e assurdo come l’Iraq, in cui anche un bambino può essere un nemico, e le armi di distruzione di massa sono il movente di una guerra, che giorno dopo giorno appare sempre più insensata agli occhi di chi la pratica.

Eccoci fare la conoscenza del 1st Reconnaissance Battalion of the United States Marine Corps, un nugolo di soldati dalle personalità multiformi ed emblematiche. Uno spaccato di società americana che si squaderna davanti ai nostri occhi.

C’è il “capo” Brad – Iceman- Colbert (interpretato da un acerbo Alexander Skarsgard, il possente Eric di True Blood), il punto di fuga della narrazione, il protagonista. Equilibrato e più istruito dei suoi compagni, non perde mai la trebisonda e si distingue per lealtà e correttezza. C’è Trombley il pazzo sanguinario (“ma almeno è un pazzo dei nostri”, dice Brad), quello che si arruola perchè “quando esplodono i cadaveri gli viene duro”, e desidera ammazzare, lottare, far detonare il demone dell’indifferenza che alberga in lui, e se credete che non si diventi soldati anche per poter dar sfogo a pulsioni altrimenti non accettabili, beh, siete degli illusi, perchè il desiderio della battaglia e dell’adrenalina, sono spesso e volentieri fini a se stessi.

Ci sono le battute cameratesche, i rituali scaramantici (scopriamo che le caramelle Charms portano sfortuna), i vezzi e gli atteggiamenti guasconi (che spesso inteneriscono più che scandalizzare per l’inequivocabile volgarità a tinte omoerotiche). Ci sono i dettagli sull’igiene intima di uomini soli nel deserto. Ci sono gli immancabili battibecchi razziali (chi è più ultimo degli ultimi: un afroamericano, un latinoamericano o un mix senza radici?), che ci riportano alla realtà dell’esercito americano fotografato dal Micheal Moore di Fahrenheit: un’opportunità di riscatto personale ed economica per gli anelli deboli di una organizzazione sociale che manda a morire la sua generazione più fragile, e che se va bene, la trasforma in “generation kill”: assassini patentati senza più rotta né morale.

La serie, trasmessa in USA nel 2008 e in Italia nel 2009 su Mediaset Premium, non è semplice da guardare e non consente distrazioni, per via del gergo prettamente tecnico e della velocità delle battute, che spesso ineriscono dinamiche di battaglia non spiegate né pre – illustrate allo spettatore, che si ritrova catapultato in un mondo di codici e idiomi autentici, da imparare puntata dopo puntata.

Ogni episodio dura 55 minuti e non si avvale dell’ausilio di colonne sonore, che avrebbero avuto l’effetto di alleggerire sì la visione, ma modificandola nella sua missione di riconsegna del “vero”.

Ai Marines è proibito ascoltare musica, ed ecco che i soldati cantano, spesso, a bordo dei loro Humvee, dove si (ci) regalano siparietti divertenti e consolatori in cui si cimentano nell’esecuzione di brani pop o country (con una spiccata, grottesca, predilezione per Avril Lavigne).

Sono i momenti in cui si allevia il dolore, si allenta la tensione e si evade per un attimo da una situazione irragionevole, che lascia in bocca il retrogusto vacuo dello spreco, dell’errore, che non tutela dalla paura dell’ignoto, che si fa tanto più urgente quanto più è chiara la consapevolezza che un piano vero e proprio non c’è, e allora prende piede l’agnizione dell’inevitabile, misera verità.

Questi uomini vengono lanciati allo sbaraglio nell’azione come schegge impazzite e solitarie. Soli, con il peso del mondo sulle spalle, incapaci di far fronte alla più completa incompetenza dei capi, che non hanno mai colpe, ma solo meriti.

L’ultima puntata di Generation Kill si chiude con una sequenza filmata che è lezione di cinema (nel senso più ampio di narrazione per audiovisivi), che tocca il cuore e ci saluta con un interrogativo, banale ma urgente, che si sostanzia e si fa strada negli sguardi dei protagonisti e nei nostri. Di fronte ad un video amatoriale girato da un commilitone, sotto le note – per la prima e unica volta- di un brano country, la squadra si sfrangia e si chiude in un cordoglio solitario, dignitoso e insieme rassegnato e toccante.

Quanto è stupido tutto questo?


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  1. Generation Kill | Serie Tv | Persinsala.it | Videozapping a mano armata (di telecomando)

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