Data: 10 maggio 2009 | Letture: 170.264
Angels in America
Il 5 Maggio e’ andata in scena nella suggestiva cornice del Teatro dell’Elfo di Milano, la prima parte di Angels in America, regia di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani.
La scommessa degli autori italiani, partorita gia’ nel 1993, ma messa in atto nel 2005, risponde a una precisa idea: “dopo l’11 Settembre, il mondo e’ diventato d’improvviso piu’ brutto, pericoloso, ma anche stranamente piu’ piccolo [..] l’espressione periferia dell’impero non e’ un luogo comune [..] Angels in America e’ diventato lo specchio di una vicenda che ci riguarda da vicino“.
In quest’ottica “le preoccupazione ecologiche venate di catastrofismo, il fanatismo religioso degli integralismi cristiani, le ombre lunghe del maccartismo [..] sarebbero riuscite a coinvolgere una platea apparentemente lontana da questi problemi“.
Per questo la pluripremiata opera di Tony Kushner (oltre ad aver vinto Pulitzer e Tony Award, e’ stata inserita tra i capolavori del Western Canon da Harold Bloom e portata sul piccolo schermo da Mike Nichols), la cui forza poggia principalmente nella caratterizzazione storica, mantiene intatta tutta la propria attualita’ e pertinenza anche in un ambiente storico, sociale e politico diverso da quello di formazione.
Rimangono intatte le condizioni della politica, della societa’ di allora (secondo Kushner “l’America di G W Bush realizza tutte le promesse di quella di Reagan [..] l’America di Katrina [..] un luogo senza rete sociale, dove sei hai i soldi ti salvi, se non li hai muori sepolto di fango“).
Angels in America continua a indagare la condizione umana, svelandone l’intimo legame con miseria e nobilta’.
Attraverso il simbolo del flagello dell’AIDS, intende denunciare la crisi della contemporanetia’ e aprire alla prospettiva di un auspicabile rinnovamento (un “patto” tra angeli e uomini: “il rifiuto della disperazione e’ un obbligo“, tuona Kushner).
La speranza, se vuole essere autentica, deve passare necessariamente dal sacrificio: basta con l’individuo-consumatore che ha reso la “cittadinanza” funzionale al raggiungimento del benessere (il frigorifero che, storicamente ha “liberato” la donna dalla condizione di casalinga, e’ la porta dalla quale entrano Mister Bugia e le allucinazioni di Harper). L’uomo deve farsi carico del proprio destino, ma in maniera responsabile; deve sporcarsi le mani per poter profetizzare un futuro migliore, degno del ritorno di Dio.
Questi uomini (nuovi) sono gli Angeli che vivono in America: “e’ per questa sua natura cosi mobile e rivoluzionaria che i conservatori e i fondamentalisti di tutto il mondo la odiano“. Se dall’America e’ nata la crisi, solo l’America puo’ risolverla, pare suggerire l’autore, perche’ solo lei, nei suoi ideali di liberta’, pluralismo e responsabilita’, puo’ avere le risorse per superarla.
L’opera di Bruni e De Capitani si caratterizza nel rispetto dell’originale, sia per scelte tecniche (gli attori che interpretano piu’ ruoli; l’estrema densita’ di scene continuamente dialogate; l’alternanza di comico e tragico), che per la messa in scena, grazie alle notevoli prove dei protagonisti (in particolare gli straordinari Edoardo Ribatto che nei panni di Prior restituisce un misto perfettamente riuscito di carisma e fragilita’, ed Elena Russo Arman, una Harper surreale e funambolica al punto giusto).
Ottima anche la scenografia essenziale di Carlo Sala, che risulta funzionale a un duplice scopo: permettere alle immagini video di Francesco Frongia le decine di cambi di ambiente (dallo skyline che domina Central Park, al panorama di Salt Lake City, dai ghiacci dell’Antartico agli interni degli appartamenti di Joe, Prior, ecc); e mettersi al servizio del giusto protagonismo della recitazione.
Ambientata negli anni 80 a New York, nel periodo di massimo “panico” per la diffusione dell’AIDS, la prima parte di Angels in America e’ caratterizzata dall’intreccio tra le storie di due gay che scoprono di avere l’AIDS (Prior e Roy, completamente diversi per ideali e condizioni di vita materiali) e le storie dei personaggi che vivono loro accanto. E’ il dramma della lacerazione che viene rappresentato.
Ecco Prior, gay Wasp, abbandonato dal fidanzato ebreo Louis che cerchera’ riparo prima in rapporti occasionali, poi nel mormone Joe che a sua volta abbandona la tossicomane moglie Harper per vivere finalmente con coscienza la propria omosessualita’.
Prior fara’ i conti fino in fondo con la malattia: dolore, sangue, abbandono, follia non lo risparmieranno, e questa “traversata nel deserto” costituira’ la via per una possibile profetica redenzione.
Fa da contr’altare l’avvocato repubblicano Roy, interpretato da Elio de Capitani che rappresenta un personaggio realmente esistito (ricordato principalmente per aver fatto parte della commissione McCarthy e per aver fatto condannare l’innocente Ethel Rosenberg).
Se Prior e’ l’uomo della speranza e dei valori (Louis non puo’ amare se non e’ in grado di resistere accanto a lui), Roy e’ l’uomo del cinismo e dell’onnipotenza disincantata che crede di avere il permesso di vivere un’ esistenza aldila’ della moralita’ e dei confini stessi dell’umana pieta’.
La distanza fra i due si rappresenta attraverso il diverso rapporto con l’AIDS: Roy la rifiuta o piu’ semplicemente la “nega” perche’ stigmatizzante e tipica di gay e drogati.
Se non e’ drogato, tantomeno Roy puo’ essere dichiaratamente omosessuale, e nell’eloquente scena del dialogo col suo medico, Roy sapra’ dar prova di cosa voglia dire usare un aggettivo qualificativo con criterio e pertinenza. “Quello che sono e’ superato dal potere che ho“, e al vertice della piramide degli attributi che qualificano “l’essere” Roy Cohn non c’e’ l’omosessualita’, bensi’ il potere dell’avvocatura, che a cascata riversa il suo effetto impermeabile su tutto il resto. “Quello che sono e’ un eterosessuale che ama fottersi i ragazzi“.
Re incontrastato del Regno del relativismo, Roy concentra in se’ una superba modernita’, che utilizza i termini del dizionario a proprio uso e consumo, e si arroga la facolta’ di decidere quale sia la “verita‘”, plastificandola a piacimento.
Prior e’ il profeta nel dolore (e quanto soffriamo nel vedere il potente e seducente Prior di Ribatto accartocciarsi scena dopo scena), Louis e’ il teorico del nulla, a suo agio fra sofismi politologi e alieni a tutto cio’ che puzzi vagamente di vita vera (personalita’ pericolosa e scivolosa oltre che foriera di sofferenze), mentre Harper e’ l’ingenuita’ della follia, anima divertente e grottesca dell’opera, assolutamente godibile nei dialoghi e nelle scenette sopra le righe.
Gli Angeli sono schegge di modernita’ che ci guardano e ci giudicano dal lontano 1985, e mentre non possiamo far altro che prendere atto del fatto che “una soluzione non l’abbiamo trovata“, diamo appuntamento alla seconda parte dell’Opera, Perestrojka, per la fine del 2009.
Categorie: Teatro
Parole Chiave: Angels in America, Elio De Capitani, Ferdinando Bruni, Recensione Angels in America, Tony Kushner














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