Data: 17 luglio 2009Letture: 3.192
Sette anime
La seconda trasferta del regista italiano Gabriele Muccino in ambito statunitense (dopo “La ricerca della felicità”) non convince. Il gioco di ricostruzione della trama cui è chiamato a partecipare lo spettatore tiene nella prima parte del film per poi sfaldarsi inesorabilmente nella seconda a colpi di improbabili trapianti e animali letali.
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Il Ben Thomas del monoespressivo Will Smith comunica il suo dolore per due ore con una costante smorfia di sofferenza, colpevole di una tragedia che non ci è dato sapere per buon parte del film e che lo porta a essere benefattore nei confronti di sette individui per estinguere il suo debito di sangue. Il richiamo più evidente non è “Il mercante di Venezia” al quale il titolo originale (“Seven pounds” = “Sette libbre”) forse ammicca, ma il ben più recente “21 grammi” del messicano Iñárritu su soggetto di Arriaga, del quale Muccino è sicuramente debitore (incidenti, trapianti, sensi di colpa..).
Sempre i numeri sono la principale pecca di questa storia dove il conto del debito del protagonista deve essere saldato in maniera banalmente precisa forzando una razionale quantificazione laddove di razionale non dovrebbe esserci proprio nulla.
Il difficile tema del trapianto cardiaco è già stato visto in tutte le salse e questo nuovo “intervento” non aggiunge ingredienti sconosciuti a insaporire una portata riscaldata che è difficile rinnovare (qui ricorda tanto il “John Q.” di Cassavetes).
Una nota positiva è sicuramente per Woody Harrelson che come sempre non delude nella parte più complicata ossia quella di Ezra Turner, un centralinista cieco vittima designata del buonismo forzato di Thomas.
Il tema della sofferenza legata al senso di colpa è stato mostrato molte volte sul grande schermo, affrontarlo nuovamente con l’immersione nel dolore, in questo caso del protagonista, non fa altro che rendere lo spettatore immune al coinvolgimento emotivo e sogghignante di fronte a certe situazioni estreme. Il cinema ha già imparato che per fare paura non deve mostrare l’orrore, ma solo farlo immaginare. Forse è il caso che applichi un sistema analogo per la sofferenza, che è qui primariamente un disagio interiore, esteriorizzarla con il continuo abuso di espressioni tragiche e dialoghi lacrimosi rischia di annoiare e anestetizzare invece di coinvolgere e far riflettere.
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