
Data: 27 settembre 2009
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Troy
Si possono dire molte cose sul colossale Troy di Wolfgang Petersen. Il metro con cui le si scelgono dipende, in ogni caso, dal punto di vista che si intende adottare.
Di primo acchito, la tentazione di cedere al confronto è forte. Vien voglia di urlare a gran voce che Petersen, di Omero, non sa un bel niente, che non è così che il sommo narra i fatti e che Achille era un feroce e ferino guerriero, dal collo taurino e dall’enorme mole, “divo” perché divino, figlio di Teti e non di Hollywood. Affatto simile, insomma, a quel Brad Pitt quasi femmineo, tanto lucido di prestanti bicipiti quanto lucente di balsamo muliebre. Attenzione, però.
Giudicare un blockbuster a partire dall’Iliade non è forse meno empio dell’averlo girato.
Perché in fondo è questo che si rimprovera al regista. L’ardire dell’averci provato, prima ancora della disinvoltura con cui la sceneggiatura saccheggia e stravolge il poema.
Gli scarti, rispetto a quest’ultimo, non si contano. A parte l’ovvia riduzione di dieci anni di guerra a una manciata di settimane, si accumulano ritocchi, lacune, anacronismi paradossali e soluzioni inammissibili. La decapitazione della statua di Apollo ad opera di Achille, tanto per dirne una. O la tenera love story tra l’eroe acheo e la schiava Briseide, talmente appassionata da spingere Achille a setacciare Troia, ormai in fiamme, solo per ritrovarla. Peccato che, stando ad Omero, l’eroe muoia ben prima che il cavallo entri in Ilo.
L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma a quale scopo? Dire che, a conti fatti, era meglio il libro?
Forse il problema è la chiave di lettura e la via del parallelismo non conduce che a sterili amenità.
In realtà in Troy c’è poco di epico e molto di vero. In un mondo dove gli onori funebri contano più della vita, il mito sopravvive solo nel nome di chi muore per la gloria e per non essere dimenticato. Questa è l’unica speranza che rimane ad un soldato e, per realizzarla, bisogna che egli scordi l’umanità e si trasformi in fiera.
“Non ci possono essere accordi tra uomini e leoni” dice Achille a quell’Ettore di cui, poco dopo, strazierà il corpo senza pietà. Quell’Ettore che, umanamente, combatte per la famiglia e la patria e otterrà solo di lasciarle vedove entrambe. La guerra è morte e violenza senza appello, sopra di questa, prima di questa, non ci sono che meschini pretesti e false credenze.
Non è un caso che, nel film, Achille sia un soldato e non un re. I re di Petersen decidono le guerre ma le fanno combattere agli altri. Perseguono i loro fini sulla pelle dei loro eserciti. Sono biechi statisti conquistatori, come il subdolo Agamennone, o, come Priamo, ingenui sovrani timorosi degli dei.
Appunto, gli dei, i grandi assenti della vicenda. Assenti sullo schermo ma non nel poema dove, anzi, intervengono decisivi e capricciosi, salvando un Paride e uccidendo un Achille. Persino il casus belli, l’incantevole Elena, viene donata a Paride dalla stessa Afrodite, come premio per averla eletta bella tra le belle.
Nel film, però, niente di tutto questo. Gli dei non compaiono né danno prova di sé. Sappiamo che ci sono perché, per brevi istanti, abbiamo visto Teti, intenta nel più divino dei compiti terreni: quello della madre. Per il resto il cielo resta muto, gli empi restano impuniti e i devoti inascoltati, tragicamente vinti da “un amore senza scambio”. Persino il flagello inviato da Apollo, la peste che nell’Iliade fa strage di achei, diventa nient’altro che un misero trucco, sagace specchietto per le allodole troiane.
Il messaggio è chiaro: non c’è spazio per letture religiose ma solo per un’ottusa superstizione. E come potrebbe essere altrimenti? La guerra è orrore, strage, massacro. E’ il frutto più marcio e velenoso che l’uomo abbia mai partorito. Non c’è un bel niente di divino, in tutto questo, e chi lo sostiene o è un illuso o è in malafede.
Quando Troy viene presentato a Cannes, nell’edizione del 2004, l’esercito americano è pienamente coinvolto nel sanguinoso conflitto in Iraq, teatro di morti continue di soldati e civili, scatenato da intrighi economici mascherati da guerra santa.
Forse è qui che va cercata la reale importanza del film. Nella condanna di una guerra ingiusta che, sulla pellicola, la ripresa finale di Troia esprime così bene: un’inquadratura in plongèe della città incendiata, unico punto di vista di un Dio che disapprova.
La frase: “Mi stai chiedendo di guardare il tuo esercito e tremare. Ebbene, lo guardo e vedo 50.000 soldati venuti a combattere per le brame di un re!”.
Regia: Wolfgang Petersen
Sceneggiatura: David Benioff
Attori: Brad Pitt, Eric Bana, Orlando Bloom, Diane Kruger, Sean Bean
Fotografia: Roger Pratt
Montaggio: Peter Honess
Musiche: Gabriel Yared, James Horner
Produzione: Wolfgang Petersen, Diana Rathbun, Colin Wilson
Distribuzione: Warner Bros.
Paese: USA 2004
Genere: Azione, Storico
Durata: 163 Min
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Categorie: Azione, Recensioni Film, Storici, Tratti da Romanzi
Parole Chiave: Brad Pitt, Diane Kruger, Eric Bana, Orlando Bloom, recensione Troy, Sean Bean, Troy, Wolfgang Petersen








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