Data: 22 maggio 2009Letture: 8.302
Star Trek XI
Scritto dagli stessi autori di Transformers e Mission Impossible III, diretto da un regista alla moda, ultimo frammento di una saga che ormai da anni accusa un’indubbia stanchezza commerciale, Star Trek è un film sorprendentemente ben riuscito, con una recitazione curata, e ad una messa in scena piuttosto abile.
Pur basato sul meccanismo sfruttatissimo del paradosso temporale, l’intreccio risulta piacevole, avvincente. Inoltre, nonostante la timeline si distacchi fin da subito dal canone della saga di Star Trek, e insieme ad essa si allontanino le coordinate etiche del mondo creato da Gene Roddenberry, i personaggi emergono intatti, vitali, ineditamente sfaccettati. Kutzman, Orci e Abrams sembrano dunque aver trovato la chiave (forse il cristallo di dilitio?) per armonizzare una reazione di per sé problematica, tra le istanze fantascientifiche della Serie Classica, la pensosità e lo spessore di The Next Generation, e il lungo e incostante arco produttivo fino ai giorni nostri, e questa chiave, a quanto pare, è l’analisi intimistica dei personaggi.
Infatti se è vero che in questo film manca quasi completamente lo spirito di Roddenberry, l’esplorazione pacifica, la fiducia nelle potenzialità della società umana, l’ottimismo della scoperta scientifica, il senso di responsabilità del singolo (per esempio nei confronti della timeline), è anche vero che questo stesso film dimostra un grande affetto, una sorta di nostalgia risolta, nei confronti del mondo creato da Roddenberry, nel momento in cui si sforza di ricomporlo dopo averlo destabilizzato, almeno per quanto riguarda il futuro dei personaggi della Serie Classica.
Li incontriamo bambini, studenti, cadetti alle prime esperienze e non ancora amici, ancora sparsi qua e là per il cosmo, più esposti e vulnerabili di quanto li abbiamo mai visti. Sappiamo che ogni personaggio saprà trovare il proprio spazio e il proprio equilibrio, se l’equipaggio dell’Enterprise sarà formato nel modo che conosciamo, anche in questa timeline alterata. Più che la sorte del pianeta Vulcan, interessa riportare tutti a casa, sull’Enterprise.
D’altra parte, dispiace notare che Abrams è abile anche nel raggirarci. Modifica la timeline all’inizio dell’azione, mentre ci distrae con la rocambolesca nascita del piccolo Kirk. Quando torniamo in noi ormai è fatta, bisogna sospendere l’incredulità. Per di più, Abrams è spietato, non ci offre speranze. La vita sulla Terra non ha fascino né attrattive, è provinciale come il trailer park di The Last Starfighter, è secca come Tatooine.
E per quanto ci impegniamo con la Flotta Stellare, il futuro è nelle mani del fato, da un momento all’altro il nostro pianeta può essere inghiottito da un buco nero, per mano di un malvagio o comunque per opera di forze aliane soverchianti (un’ansia molto contemporanea, che abbiamo già visto rispecchiata nelle storie in Star Trek, dall’arrivo dei Borg in poi, e ritroviamo anche qui).
E per quanto gli eroi siano volitivi e pronti all’azione, alla fine la salvezza è portata da un deus ex machina, lo Spock venuto dal futuro. Insomma, ecco il misticismo tipico di Abrams, tutto il contrario del positivismo di Roddenberry. Eppure, questo vecchio e saggio Spock venuto dal cielo, che incontra un giovane Spock tormentato e sereno allo stesso tempo, consapevole della propria natura proprio come lo conosceremo nel futuro, anzi come l’abbiamo conosciuto in passato, funziona, funziona e riesce persino ad evocare uno degli episodi più significativi di The Next Generation, il doppio finale.
You’re not alone you know, what you were, and what you are to become, will always be with you.
In All good things il capitano Picard si sposta rapidamente sulla timeline, in modo improvviso e incontrollato a causa di una anomalia spaziotemporale, è ora giovane all’inizio delle carriera, ora anziano, ora nel pieno dell’azione. Picard impara da se stesso, dal tempo, dagli amici, quelli che aveva perso nel passato e quelli che sono ancora con lui, e così riesce infine a risolvere la situazione.
Non sei solo, sai, quello che eri, e quello che diventerai, saranno sempre con te.
Dunque Abrams si allontana da Star Trek per ritrovarlo, per riscoprirlo. Peraltro, questo film si inserisce in un filone che a ben vedere ha sempre caratterizzato lo Star Trek cinematografico: se la Serie Classica andava coraggiosamente là dove nessuno era mai giunto prima, e The Next Generation rifletteva sulla complessità dell’individuo e sulle problematiche sociali, lo Star Trek cinematografico si è sempre occupato piuttosto di rafforzare la mitologia dei personaggi, della loro amicizia, e in questo caso riesce bene, aggiungendo dimensioni nuove e sorprendenti. Diceva Spock nel terzo film, The Search for Spock, il bene di molti è più importante del bene di pochi, o di uno.
Ma Kirk vedeva le cose esattamente all’opposto, quando si trattava di un amico, e così proprio Spock veniva salvato. Lo stesso cattivo di turno, che qui si oppone prima al padre di Kirk e poi a Spock, riprende il tema della pura vendetta personale richiamando il conflitto tra Khan e Kirk del secondo lungometraggio cinematografico della saga, The Wrath of Khan.
Certo questo ripiegamento nella dimensione affettiva può essere visto come ricerca di continuità e di dialogo con la saga, ma anche come una forma di involuzione. Allo stesso modo le citazioni e gli omaggi che questo film rivolge a tutta la fantascienza cinematografica (non solo quella di Star Trek) sono simpatici, gradevoli, e funzionali al ritmo della narrazione, ma prendono anche il posto di idee nuove ed eventuali spunti dalla contemporaneità.
Rimane comunque il fatto che gli autori di questo film dimostrano di conoscere bene il campo in cui si muovono, riescono a sovvertire le regole del gioco (anche esteticamente) pur rimanendo in contatto con l’umanità dei personaggi, con un risultato fresco, di buon livello.
Insomma, possiamo stare tranquilli, realtà parallele o no, Abrams o meno, nel passato, nel presente e nel futuro, Spock e i gli altri sapranno vivere una vita lunga e prospera.
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Categorie: Fantascienza, Recensioni Film
Parole Chiave: J. J . Abrams, recensione Star Trek, recensione star trek XI, star trek xi






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Recensione impeccabile, direi
Il film è veramente schifoso! A parte la storia che è pessima è proprio “l’intimistica” dei personaggi che non funziona: Kirk è un ragazzino che urla, strepita e fa a pugni, Spock (il cui massimo è sempre stato un aggrottamento di ciglia) si innamora come un diciottenne, la sala comando dell’enterprise è completamente diversa da quella classica, il simbolo della flottta stellare è la freccia ma quel simbolo fu adottato venti anni dopo, le divise sono uguali a quelle adottate ottanta anni dopo( next generation) o al massimo molti anni dopo ( vedi episodio zoo di talos), l’Enterprise spara come in un videogioco, Spock tocca e si fa toccare da tutti ma i vulcaniani odiano essere toccati in quanto telepatici e non vogliono entrare in contatto con pensieri altrui, Ceckov appare alla fine della seconda serie per cui Kirk non poteva conoscerlo, Scott era già a bordo dell’Enterprice da vari anni e Spock lo era da undici anni, nel sesto film Spock fa istruttore per la prima volta col grado di capitano ma nell’undicesimo film lo fa col grado di comandante già da quattro anni, la forma della nave nemica è ridicola e del tutto inutile visto che, come spiegano, è una nave mineraria ed inoltre non corrisponde ad alcun modelllo romulano, nel film “bones” ha tre o quattro anni più di KIrk ma nella serie classica ne ha venti in più ed è già medico capo della flotta. Dopo un pò non ne ho potuto più di incongruenze e giochini elettronici e me ne sono andato. A proposito: ristabiliranno la linea temporale nel prossimo film?Il finale è aperto a tutte le ipotesi!!!!!!