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Data: 22 aprile 2009
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Louise Michel


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louise-michelDalla sera al mattino una piccola fabbrica tessile in Picardia chiude, lasciando tutte le sue dipendenti sulla strada con una misera, ridicola liquidazione. Affrante, le combattive donne assoldano, su proposta della loro collega Louise, un killer per uccidere l’ex padrone ed ottenere vendetta per il trattamento ricevuto.

Trovare il vero padrone, una sorta di etereo grande capo, non sarà però un’impresa poi così agevole ed il sicario ingaggiato, tale Michel, accompagnato dalla suddetta Louise, si troverà ad affrontare, con mezzi di fortuna, spesso più o meno legali, un viaggio fino in Inghilterra, dove la missione avrà (forse) termine.

In tempi di censura della satira, in cui diktat e editti, più o meno “bulgari”, sono all’ordine del giorno, vivacchia nelle sale, distribuito dalla Fandango, “Louise-Michel”: strano. Strano perché la satira offerta dal film è feroce, crudele, di quelle acide che, provocando il sorriso, se non la risata, mortificano i nostri pregiudizi, le convinzioni e le convenzioni del nostro vivere quotidiano, lasciandoci più o meno vaghi sensi di colpevolezza nell’animo…insomma, satira assai passibile di censura. Si tratta, ad ogni modo, di un film urticante, dedicato ad un segmento di pubblico “borghese”, target perfetto per ampliare la potenza dissacrante del lungometraggio.

Forse parlare di borghesia può sembrare fuori luogo oggi. Invece in “Louise-Michel” persiste (ma anche nella nostra realtà non è mai scomparsa) una divisione in classi sociali, ma non regolate da un fattore economico: la differenza qui la fa l’approccio alla vita. Le operaie, non già per una condizione economica, comunque misera, ma grazie alle loro azionireazioni ci permettono una classificazione del loro status sociale.

Dai loro volti s’intravede il loro approccio consolidato, fisso, quasi liturgico, figlio di profonda coscienza e conoscenza di tutti gli ambiti del vivere, anche in occasione dei festeggiamenti.

Infatti è per questo che Louise si distingue da loro: anche lei, come le colleghe, consapevole di come la vita tristemente proceda, ha una sua vitalità, poco ideologica e molto fisica (vedi la cattura del piccione o del coniglio), che ce la mostra immediatamente come il faro di questa piccola rivolta d’oltralpe (sensazione fortissima nella soggettiva al bar dopo l’apertura della fabbrica vuota).

Al fianco del “faro” si pone invece Michel, un individuo non spento, ma, piuttosto, soffocato. Confuso e confusionario, vive sospeso in una sorta di realtà parallela, creata per accantonare la sua, messa in pausa in un baule.

Fin dalle prime sequenze, si capisce che è un miserabile, un buono a  nulla: i fiumi di parole sciorinati sembrano sempre un’opera di autocoinvincimento, piuttosto che un tentativo di persuasione del prossimo. Alla fine però, guidato dall’avventura, prenderà tante di quelle scelte forti da cambiare le sue prospettive di vita e riprendere quanto aveva accantonato.

Allora i proletari sono quelli che prendono scelte forti, o di tolleranza massima o anche di carattere e di rilevanza tangibile ed immediata, in netto contrasto con i ricconi e i loro metodi (notevoli e gustosissime le sequenze della morra cinese e quella del tapis-roulant del ricco inglese). Si tratta comunque di un’attitudine attiva, sempre combattiva anche nella sua dimensione più passiva. I ricconi sono, in quel poco che si vede, aridi, praticamente senza umanità: hanno un atteggiamento generico di rifiuto, non conoscono la realtà prossima che li circonda, sono alieni al mondo.

Infine i borghesi, la gente di mezzo, fra i proletari e i ricchi senza ritegno: quelli siamo noi. Molto consapevoli del mondo della finzione filmica a cui assistiamo, forse un po’ meno di quella in cui viviamo. Siamo noi quelli che devono morire sotto i colpi della presa di coscienza della nostra mediocrità, che non ci fa prender posto in nessuna delle due fazioni: siamo troppo pigri per scegliere con chi “stare”, colpiti dalla acida e brutale vitalità dei protagonisti, ma distanti dalla cattiveria dei padroni.

Altra strana sensazione a cui si assiste nel procedere del film: nel suo incredibile attaccamento alla realtà, all’attualità, al quotidiano, l’opera non riesce a non sembrare surreale.

Mentre i due protagonisti, con le loro peripezie ci intrattengono, qualcosa ci fa disconoscere anche le stringenti logiche della povertà: non c’è scena più facile, scontata, eppure improbabile, dell’acquisto di Louise di una bottiglia di whisky. Non avendo il liquore un prezzo abbordabile, la nostra lo cambia immediatamente con l’alcool puro.

Fatto amaro ed ironico, probabilmente non usuale per noi, ma non per questo assurdo, anzi, plausibilissimo. Eppure qualcosa contribuisce, mischiando temi attuali, strane occasioni e una regia non così spontanea come si vorrebbe far credere, a creare un senso di lontananza dal profilmico.

Senza imbarcarsi in discussioni metafisiche sul surrealismo di un’opera che, per contenuti teorici, potrebbe anche essere un documentario, meglio limitare il merito di questo “depaysement” spettatoriale alle capacità dei due registi, brillanti e intelligenti, direttori di una magnifica orchestra.

Ogni cosa è al suo posto in “Louise-Michel”, una commedia come se ne vedono poche.

Capace di far ridere mostrando un mondo vero eppure così distante, che nella sua triste vitalità riesce paradossalmente a commuovere dalla gioia (notevole happy ending). Insomma una strana luce brilla in questo film, una luce simile a quella di “Little Miss Sunshine”: films di satira sociale, films anche brutali, per certi versi; girati con tatto, per renderli accessibili, ma con coscienza ed intelligenza, per non smorzarne la parte critica.

Una pellicola assolutamente da vedere e, senza nulla togliere al doppiaggio italiano, da godersi possibilmente in francese.


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