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Stampa Articolo Pubblica Io, loro e Lara su Facebook Ascolta Io, loro e Lara Data: 8 marzo 2010
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Io, loro e Lara




Come Woody Allen, anche Carlo Verdone sforna film molto velocemente e spesso ciò a fatto dire a più di qualcuno, che non sempre la qualità e la cura del particolare (tanto caro al suo maestro Leone) potessero definirsi all’altezza delle seppur buone e sincere idee di soggetto e sceneggiatura.




Ma questa volta è diverso.

Io, loro e Lara rappresenta a tutti gli effetti un istant movie ricco di suggestioni, di una ricerca sincera ed audace su ciò che siamo diventati, sulla follia dilagante e distruttiva che caratterizza le contraddizioni del mondo occidentale.

La figura epifenomenica del prete, che Verdone ha incarnato spesso in trent’anni di carriera, rispecchia a pieno – soprattutto in questa fase storica – l’incapacità cronica del presente di fare fino in fondo i conti con i propri limiti, con le proprie solitudini, proiettandosi simbolicamente in un universo ideale, saturo di senso comune e banalità, da cui è impossibile discostarsi né tantomeno fuggire.

Il prete e con lui la Chiesa, dovrebbero (e ciò è decisivo per l’essenza critica del film) incarnare una bussola valoriale ed etica imprescindibile su cui edificare un ordine e una stile di vita razionale e votato al prossimo, come antidoto alla dilagante decadenza nichilistica del contemporaneo.

La crisi radicale e vertiginosa del presente, che spesso e volentieri viene brandita come alibi all’assenza totale di senso civico, è però solo il punto di partenza di un’analisi più centrale e decisiva che prende di mira le mode, le manie ossessive, le allucinazioni e le schizofrenie dell’occidente, ignaro della sua fine imminente, del decentramento progressivo del baricentro mondiale verso altri lidi (Africa, Asia), dove la chiesa cattolica e il suo millenario sistema psico-sociale non ha presa.

Il prete in crisi d’identità spera di ritrovarsi in una società completamente stravolta dalla sua stessa impossibilità di giudicarsi, criticarsi a viso aperto, non riuscendo neanche a guardarsi allo specchio, a parlarsi, capire quali tensioni covano sotto l’apparente sazietà, a cogliere l’orrore indicibile dell’incomunicabilità (che con questo film diviene finalmente nazional-popolare) umana che non sembra tanto ovvia né normale.

Ed è precisamente questo il punto critico decisivo.
Verdone si serve – in questo senso molto vicino al Moretti del finale estraniante de Il Caimano e della figura tragicomica di Don Giulio ne La messa è finita – di un punto di vista esterno e in qualche modo autonomo, libero dalla stagnazione quotidiana e dal rispetto incondizionato dei costumi e delle psicologie dominanti, per riflettere sulle profonde e spesso incomprensibili trasformazioni che hanno rivoluzionato – nel bene e nel male – la nostra comunità.

E’ un film dunque estremamente complesso ed articolato, intessuto di molteplici spunti critici e polemici che sovente – dando comunque per scontato il canovaccio ilare come cifra imprescindibile del cinema verdoni ano – il regista romano non riesce a radicalizzare a pieno tutta la loro potenzialità polemica, a portarne a maturazione l’essenza destabilizzante.

Se è vero come è vero che la comicità, che va sempre ben distinta dall’ironia, riesce alle volte nel miracolo di far capire ridendo, è importante sottolineare come in questo caso, la seppur giusta e se vogliamo giustificata forzatura comica, non riesce nell’impresa titanica di risolvere in sé il dramma umano e familiare che pretende di portare alla luce, lasciando con ciò cadere nel vuoto le sue spinte dissacranti e per una volta tanto distruttive di un certo status quo, inabile com’è a ricucire la trama che aveva tessuto con tanta efficacia nelle prime battute.

Nel dramma totale di una famiglia che manifesta quella di intero organismo sociale, lo smarrimento progressivo del prete non solo rappresenta la perdita inesorabile dell’ultimo bastione di civiltà nel caos disumanizzante della precarietà contemporanea (e in questo la vicinanza con Don Giulio de La messa è finita è completa) ma la sua profonda solitudine ed afasia aggravano ancor di più la scomparsa di ogni traccia di complessità, come antidoto fondamentale alla banale mediocrità del quotidiano.

La riflessione e l’autocritica sono del tutto bandite, come fossero anonime carte in mano a un oscuro prestigiatore, condannate ormai al silenzio in una società che è in grado di sopravvivere solo in assenza di profondità. La stagnazione superficiale connessa all’immediatezza virtuale è diventata la nuova cifra del contemporaneo.

Se come asseriva Marcuse, l’uomo moderno è condannato ad essere ridotto ad una dimensione, a scontare la propria assuefazione massificante, allora solo l’esempio concreto può disarticolare il velo di Maya che lo separa – escludendolo – dalla piena comprensione dei processi storici in atto.

Il prete-Verdone non fugge dal caos incivile e barbaro in cui era sprofondato per salvarsi o per attendere una vana salvazione purificatrice (come non lo fa Don Giulio quando decide di partire per la terra del fuoco), ma per dare un esempio, indicare una prospettiva, quell’utopia concreta di cui parlava Ernst Bloch; una società etica governata dalla razionalità e dal rispetto di tutte le diversità, in primis le proprie.

C’è una sola strada percorribile per uscire fuori dall’assuefazione stagnante. Ed è questa l’unica funzione che oggi il cinema – come scienza-prassi defeticizzante – deve perseguire, se non vuole rischiare di rimanere vittima sacrificale del suo stesso apparato scenico.

Come lo specchio, anche lo spettacolo, qualsiasi tipo di messa in scena (come disse Eduardo ne Il sindaco del rione sanità) è uno scostumato,  il famoso ‘o parla ‘n faccia, l’unica cosa al mondo che quando parla dice la verità, non potendo – anche volendo – mentire, poiché riflette senza i dubbi e le reticenze della coscienza come stanno effettivamente le cose.

Ed è precisamente questo il vero paradosso del cinema. E’ un artificio condannato a dire la verità. Si intende, la verità di uno specchio che per quanto deformato, è ancora in grado di riflettere a pieno e nel profondo delle sue viscere e delle sue contraddizioni lo spazio che ci è dato di vivere.

Titolo: Io, loro e Lara
Durata: 123′
Genere: Commedia
Regista: Carlo Verdone
Soggetto: Francesca Marciano, Pasquale Plastino, Carlo Verdone
Sceneggiatura: Carlo Verdone, Francesca Marciano, Pasquale Plastino
Attori principali: Carlo Verdone, Laura Chiatti, Angela Finocchiaro, Anna Bonaiuto, Marco Giallini, Sergio Fiorentini, Giorgia Cardaci
Fotografia: Danilo Desideri


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