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Stampa Articolo Pubblica Hancock su Facebook Ascolta Hancock Data: 13 ottobre 2008
Letture: 2.850
Autore: ellebi

Hancock




Film di Peter Berg, famosissimo regista pluripremiato che impazza da anni nel panorama cinematografico mondiale… … Bugia. Ma chi è Peter Berg? Prima di andare al cinema a vedere questo film non ne avevo mai sentito parlare (sicuramente mia imperdonabile lacuna, mica che no). Ho fatto ricerche in merito e ho scoperto che…




…E’ cresciuto in un paese vicino a New York di nome Chappaqua (che in italiano suona molto, ma molto male) trasferendosi poi nel Connecticut e poco tempo dopo nel Minnesota, finendo poi per frequentare il Guthrie Theater Drama School di Minneapolis, per levare nuovamente le tende nel giro di pochi anni con destinazione Los Angeles.

Solo esaminando l’intensa vita di questo, attore da tempo (lo ricordiamo nella parte dell’agente Noah Hicks nella fortunata serie televisiva “Alias“) e regista da meno (“Cose molto cattive” e “Il tesoro dell’amazzonia“), riesco ad addentrarmi meglio nella contorta psicologia del supereroe sbandato, senza apparente fissa dimora e con tendenze auto-distruttive (nel senso che, non potendo distruggere sé stesso, essendo immortale, si accontenta di distruggere automobili) interpretato da uno spettacolare Will Smith, intenso e capace come mai prima d’ora.
E’ un personaggio inusuale perché oggi, abituata a un cinema che vomita supereroi da fumetto in ogni dove, tutto mi aspettavo di vedere tranne che un antieroe cocciuto, irascibile, gretto, depresso e dalla barba incolta.
Sarà il casuale incontro con un onesto e ottimista agente di public-relation di nome Ray, (uno scanzonato e irresistibile Jason Bateman) che lavorerà per cambiare la sua immagine, a ridargli finalmente credibilità di fronte a una Los Angeles esasperata dai suoi sporadici interventi catastrofici e devastanti.

Hancock, questo il nome del supereroe fallito, (preso occasionalmente a prestito del primo firmatario della Dichiarazione di Indipendenza), rimane affascinato dall’apparentemente normalissima famiglia di Ray, soprattutto dalla moglie Mary (impersonata splendidamente dall’affascinante Charlize Theron) e, non ricordando più nulla del suo passato, si impegnerà a mettere in pratica i consigli del suo “personal-coach” per garantirsi almeno un futuro più dignitoso.
Il film potrebbe anche finire con la riabilitazione morale e sociale di Hancock, ma la vera storia inizia adesso perché il magnetismo irresistibile che si è scatenato fra lui e Mary trova un perché nel momento in cui si scopre che anche lei è della sua stessa razza: una sorta di Wonder Woman bionda in incognito che svelerà a Hancock, strada facendo, i pezzi di quel passato che aveva dimenticato e di cui per secoli, aveva fatto parte anche lei.

Ho volutamente riassunto la trama del film in maniera quasi brutale e scarna perché questo è quello che vedrà la maggioranza delle persone che andranno al cinema: un film divertente, fantasioso e a tratti dinamico, sullo stesso piano di uno Spider Man o di un Batman qualunque.
Ma non è quello che ho visto io.
Io ho visto un film divertente, fantasioso e a tratti dinamico, dietro la cui facciata quasi banale, il regista e lo sceneggiatore riescono a celare una delle più profonde verità sull’amore che solo Platone (con il suo “mito delle metà”), Shakespeare (Romeo e Giulietta) e pochi altri hanno osato sfiorare nelle loro opere e che, tutt’ora, per la maggioranza dell’umanità rimane un mistero.
Viviamo in un mondo popolato da mediocri, inutile nasconderselo.
La maggioranza non sa nemmeno cosa sia la vera vita perché si limita a sopravvivere in un negativismo collettivo che annienta anche la più piccola speranza di un miglioramento futuro.
In mezzo a questo piattume di intenti che è diventato la norma, esistono ancora pochi esseri umani che non sono stati contagiati dal virus dell’apatia e che spiccano per entusiasmo ed energia sopra tutti gli altri, ma che finiscono presto per sentirsi diversi, emarginati e irrimediabilmente soli, condannati a non essere capiti mai, accettati forse, disprezzati sicuramente.
Questa è la condizione in cui si trova Hancock, pregevole metafora di una razza apparentemente in via d’estinzione spesso inacidita e amareggiata dalla solitudine, costretta ad accontentantarsi del meno peggio per non impazzire di aridità emotiva e sistematicamente boicottata da chi si sente minacciato da ciò che non capisce (non a caso, oggi, maggior sensibilità, maggior intelligenza emotiva e maggior talento, equivalgono spesso a maggior depressione).
Ma secondo l’inviolabile legge fisica del “simile attrae simile” (se apriamo il rubinetto di casa l’acqua va nello scarico, lo scarico va al fiume, il fiume va al mare…Acqua attrae acqua, tanto per fare un esempio), presto o tardi, “supereroe” non potrà fare a meno di attrarre “supereroe” e questo accade nel film come nella vita.
Ecco infatti comparire Mary, come se un’incontrollabile forza magnetica lo avesse attratto fino a lei.
Destino?

No: “Semplice chimica!” dirà la stessa Mary che, nel film, spiegherà anche che siamo noi gli artefici del nostro futuro e che, essendo dotati di libero arbitrio, possiamo controbilanciare le tendenze innate che ci porterebbero inevitabilmente verso certe direzioni, a favore di altre che siamo assolutamente liberi di scegliere in quanto esseri viventi consapevoli.
E lei ha scelto la lontananza dalla sua metà a favore di una vita semplice, accanto a un uomo sì normale, ma anche buono e premuroso con una tale consapevolezza da sentirsi spinta, in un ultimo disperato tentativo di difesa, a rispondere alla domanda di un Hancock dimentico del suo passato “Chi sei tu per me?” con un improbabile e quantomeno ironico “Tua sorella”.
Molti penseranno che lo abbia fatto perché Hancock è un bestione intrattabile, gretto e violento, tremendamente testardo e decisamente insofferente da cui è meglio prendere le distanze; infatti è memorabile (sia per gli effetti speciali che per la briosità dell’azione) la scena della lotta fra loro due che coinvolge addirittura fenomeni climatici tanto violenti quanto lo sono i sentimenti tirati in ballo… Scena che termina con un Hancock esausto che le chiede perdono per qualunque cosa abbia fatto in passato o qualunque persona sia stata, anche se non lo ricorda più.
Lei piange non perché si sente con le spalle al muro e nemmeno per quella che potrebbe sembrare rabbia trattenuta, ma piange perché questi ottant’anni di separazione non sono stati voluti per ripicca bensì per amore.

Tutto ha un prezzo in questo universo, niente è gratis e l’esperienza le ha insegnato che vivere appieno il loro grande amore non li avrebbe portati che a uccidersi a vicenda lentamente: tanto più invincibili se lontani fisicamente, quanto più vulnerabili se vicini l’uno all’altra.
Quando due persone sono troppo simili, il dolore di uno si centuplica nell’altro e la dipendenza emotiva diventa talmente insidiosa da sottrarre preziose energie alla vita stessa nel tentativo di proteggere la persona amata.
Non vi dirò come finisce il film, anche se la tentazione è forte… Mi limiterò a esprimere tutta la mia ammirazione per un regista, uno sceneggiatore e degli attori che hanno saputo rendere con onestà e chiarezza la più scomoda delle realtà sull’amore incastonandola abilmente in una favola da cui si può imparare tanto, mentre la maggior parte dei film odierni non fa che propinare favole mascherate da realtà che avrebbero ben poco da insegnare e molto da rimproverarsi.


La frase:
Hancock: “Noi due siamo uguali!!!”
Mary: “Scordatelo, io sono più forte”.



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4 Commenti “Hancock”

  1. Didone scrive:

    Ciao, è la prima volta che lascio un commento.L’idea dell’eroe disadattato mi aveva molto colpita, figuriamoci poi l’entrata in scena del pubblicitario che deve rimetterlo in sesto. Geniale. Purtroppo sono invece rimasta molto delusa in quanto non mi aspettavo il drammone esistenziale che supera i confini del tempo e dello spazio che ne viene fuori. Il regista secondo me ha preteso troppo: poteva scegliere tra commedia brillante alla Hitch o storia d’amore senza tempo alla Dracula, ed invece si è andato ad impantanare nella classica americanata tutta fumo e niente arrosto.

  2. Ellebi scrive:

    Grazie del commento Didone…E’ sempre bello quando qualcuno partecipa attivamente alla critica… Certo che proprio tu, con sto “nikkone” epico mi vai a criticare la parte più profonda del film!!!!
    Come avrai potuto ben capire dalla mia recensione per me l’arrosto c’era eccome!

  3. marlon78 scrive:

    Cara la mia ellebi….
    le tue recensioni danno una nota di colore o per meglio dire…sanno dare un tono in più, anche al bianco e nero!
    no, fermati! non sto criticando hancock anzi..
    mi è piaciuta infatti la tua risposta a didone e ancor di più la tua critica COSTRUTTIVA in merito alla pellicola e quanto sentimento possa davvero esprimere.
    Chi la ritiene banalità non partirà mai, in quanto non ha ancora capito come sganciare il Freno a Mano.. Marlon78

  4. Ellebi scrive:

    Grazie Marlon78! In effetti cerco sempre di dare alle mie critiche un tono costruttivo. Edificare e mai abbattere, questo il mio motto. Che poi, per carità, qualche volta ho abbattuto (solo nel caso in cui pure le fondamenta erano irrecuperabili) e altre volte sono stata abbattuta, ma fa parte del gioco.
    Continua a far visita a Persinsala che sei il benvenuto!

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