
Data: 8 gennaio 2010
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Gli Abbracci Spezzati
“La sceneggiatura è più semplice di quanto poi il film non mostri.” Ed è da questa “quasi” ammissione di colpa che facciamo partire l’analisi di un’opera a cui la semplicità manca come il cacio sui maccheroni.
Il madrileno sceglie la messa in scena dell’ennesimo dramma sentimental – famigliare, scomponendo la narrazione su piani cronologici alternati (presente e passato, con un goccio di futuro sul finale), che si spiegano e si rimandano (nelle intenzioni) vicendevoli aneliti di senso, il tutto innervato del “solito” citazionismo filmico in bianco e nero (vedi Parla con Lei), che ribadisce il pur già chiaro amore di Almodovar per la settima arte.
La storia si complica e si intreccia secondo schemi visivi e narrativi già abbondantemente sperimentati nel corso della sua carriera, e ci ( ri )propone soluzioni collaudate, che si traducono in complessi rapporti parentali, agnizioni di genitorialità (bisogna informare Pedrito che è dai tempi di Guerre Stellari che il colpo di scena della serie “lui è tuo padre”, non sorprende più nessuno), sentimentalità frustrate che soffrono dell’assenza (possibilmente della morte) dell’oggetto d’amor perduto.
Insomma, tutto l’arsenale almodovariano è sistemato e pronto a dar fuoco alle polveri, senza ottenere di contro alcun botto significativo.
Gli abbracci spezzati può infatti tranquillamente definirsi l’ennesimo compendio di temi cari al Nostro, a cui però colpevolmente mancano corpo, spessore e uno stile ritmico che renda la visione qualcosa di diverso dalla pura e sterile enunciazione di “eventi”, fatti, che nel loro dipanarsi, si configurano come episodi necessari ad un’idea di cinema, inteso come “racconto di storie”.
A cui però manca un tratto, un preciso ed efficace stilema, che lasci il segno coinvolgendo le emozioni, lasciate a margine di quello che assomiglia ad un glossario di tematiche ripetute (non mancano l’omosessualità e la mala educaciòn, oltre che la prostituzione come unica chance per le donne belle e incapaci).
Almodovar si fa eco, dunque, e ritorna sui binari confusionari e poco incisivi delle oper(one) precedenti la fresca e riuscita commedia agrodolce Volver, film che aveva segnato il passo di una crescita, e aveva (di)mostrato quanto il balzo in avanti dell’evoluzione personale potesse passare attraverso un linguaggio più fresco e lieve, meno pretenzioso e insieme più poetico.
Gli Abbracci spezzati torna a “pretendere” (nel senso più arrogante di pretenziosità), e gioca a sommare eventi a discapito
di una degna indagine del “personaggio”, le cui motivazioni non sono mai eccessivamente chiare nè condivise con lo spettatore.
I moti dell’animo dei protagonisti si susseguono veloci, le dinamiche sono grossolane e tutto sembra accadere secondo cambiamenti determinati da una logica rigida, che impone alle vite di piegarsi e muoversi in una certa direzione. Senza troppe spiegazioni.
Una donna povera e bella (Cruz) si mette col suo capo vecchio ma ricco. Volendo fare l’attrice non potrà che innamorarsi del suo regista, tale Harry Caine, con cui tradirà il vegliardo marito che, dopo aver prodotto il film, la farà pedinare dal figlio (gay), che anni dopo tenterà un maldestro revival col regista di cui sopra, proponendogli una “riedizione” del film girato, ma mai definitivamente montato.
Tanta carne al fuoco che cuoce, condita da una spolverata di retorica sul legame vitale che cinge un cineasta al suo film. E’ forse questo l’aspetto che più si prestava ad un approfondimento originale di una dinamica non tanto indagata nè abusata, ma densa di spunti e foriera di possibilità espressive. Nel descrivere sbrigativamente il rapporto fra Creatore e Creatura, Almodovar ci dice che nessuno può avere l’ultima parola sul final cut di un lungometraggio, che realizza nell’atto del montaggio il suo momento più autentico e creat(t)ivo, e privare un regista di questo prezioso esercizio, equivale a sottrargli il diritto alla paternità, che può dissolversi fino al misconoscimento di un’opera che non esiste impressa su pellicola, e solo in fase di montaggio si erge, e divulga al mondo la sua verità.
Purtroppo questo aspetto del film viene relegato in fondo all’opera, dopo che questa ha esaurito il suo racconto, e congedandosi ci lascia in compagnia delle sequenze finalmente selezionate da Caine (dove esplode la sapienza fotografica del sempre notevole Rodrigo Prieto) che miscelando ironia e surrealismo, ci stuzzicano nella considerazione che forse, era quello il film che volevamo vedere.
Gli Abbracci Spezzati: Un deja Vu che lascia in bocca il retrogusto dell’inutilità.
Voto: 4,5
Regia: Pedro Almodóvar
Sceneggiatura: Pedro Almodóvar
Attori: Penélope Cruz, Lluís Homar, Blanca Portillo, Ángela Molina
Fotografia: Rodrigo Prieto
Montaggio: José Salcedo
Musiche: Alberto Iglesias
Produzione: El Deseo
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Paese: Spagna 2009
Genere: Drammatico
Durata: 129 Min
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Categorie: Drammatico, Recensioni Film
Parole Chiave: Pedro Almodóvar, Penelope Cruz, recensione gli abbracci spezzati








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