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Data: 20 luglio 2010
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Ken Loach, il regista del popolo


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Venerdì 16 luglio, la nota rassegna di cinema itinerante nei comuni piemontesi Cinema in piazza (giunta alla sua XIII edizione) ha proposto a Torino in via San Benigno 18 il film Il mio amico Eric (Looking for Eric, 2009), ultima fatica del cineasta britannico Ken Loach, il più celebre narratore dei drammi della classe operaia, dei diseredati.


E in un momento come questo in cui la gente pare prendere progressivamente coscienza di vivere in una società capace solo di produrre in misura crescente morte e miseria, imbarbarimento e abbrutimento, ottundimento del sentire e dell’intelligenza, ci è parso in qualche modo interessante riflettere sull’opera di colui che più di altri ha individuato nel corso degli anni la traiettoria di un sistema che traballa e che per essere forse senza prospettive e destino, diventa ogni giorno più pericoloso e spietato. Kenneth Loach (Nuneaton, 17 giugno 1936) è un regista da sempre attento ai vari aspetti, umani e sociali, della realtà che ci circonda.

Alle risposte che l’uomo comune è in grado di fornire a dinamiche socio-economiche che sovrastano la sua capacità di comprensione e che esponendolo alla perdita della possibilità di una sua coscienza totale del mondo, lo conducono in modo inevitabile all’alienazione. L’impegno e la funzione sociale svolta dalle sue opere è, infatti, sostanzialmente legata ad una graffiante critica alla struttura e all’ideologia della società capitalistico-borghese che materializza al meglio il noto motto hobbesiano homo homini lupus.

Formatosi soprattutto grazie agli influssi del free cinema, il movimento cinematografico dichiaratamente di sinistra sviluppatosi negli anni cinquanta attorno ad un piccolo nucleo di giovani registi britannici capeggiato da Lindsay Anderson, Karel Reisz, Joseph Losey, Tony Richardson e oscillante tra documentarismo e sperimentalismo, ricerca della “verità” e gusto della “finzione”, egli, sin dalla sue prime prove come il docudramma realizzato per la BBC Cathy Come Home (idem, 1966) e il debutto cinematografico Poor Cow (idem, 1967), ha saputo tratteggiare con grande finezza e introspezione psicologica le vicende di persone costrette a trascinare le loro esistenze fra glorie improvvise e una miseria che non ha fine.

Storie di degrado sociale, alcolismo e disoccupazione lontane anni luce dalla propagandata immagine multicolorata ed happy della “swinging London”.

Se, infatti, Cathy e Reg, i protagonisti della prima opera (tratta da un racconto del pluripremiato sceneggiatore televisivo Jeremy Sandford) a causa della perdita del lavoro di quest’ultimo precipitano nella trappola della povertà che ne comprometterà un qualsiasi recupero (in primis psichico), Joy e i suoi amanti delinquentelli che animano il plot di Poor Cow (tratto da un romanzo di Nell Dunn), si dibattono in una dimensione esistenziale che non pare essere mai in grado di offrire loro una qualche occasione di riscatto sociale.

Opere apertamente polemiche che grazie ad uno stile dalla forte impronta documentaristica, hanno portato all’attenzione dell’opinione pubblica inglese (e più in generale internazionale) l’estremo disagio in cui vivevano ampie fette della popolazione della Gran Bretagna, in anni in cui con i laburisti al governo, politiche di rigore tentavano di coniugare le istanze di un sindacalismo agguerrito con i primi effetti di una recessione economica che sarebbe stata stroncata con vigore solo dalla Lady di Ferro Margaret Tatcher.

La quale, dando seguito al noto motto ultraliberista “Mettere in discussione l’indiscutibile”, nel giro di pochi anni privatizzò selvaggiamente ampi settori dell’industria pubblica e smantellò quasi in toto lo stato sociale del suo paese.

Loach, in tal senso, ha proseguito il suo viaggio nelle profondità del malessere che affligge la società inglese con opere come Kes (idem, 1969), un ritratto sfaccettato di un ragazzo di provincia abbandonato a se stesso e Family Life (idem, 1971), un crudele spaccato familiare che mostra la giovane Janice venire obbligata a lasciare il suo ragazzo e ad abortire “per il suo bene”, in cui il regista coglie nel vivo il disagio mentale di chi trovandosi inabissato negli egoismi e nell’indifferenza di un mondo sempre più inumano, cerca di catturare in qualsiasi modo i frammenti di vita che rimangono.

Pellicole che per il loro linguaggio audio-visivo duro, asciutto, volutamente nevrotico ai limiti dell’isteria, fecero conoscere ed apprezzare Loach un po’ in tutta Europa. Tanto che nel ventennio successivo, anche per aver rifiutato le lusinghe del Moloch hollywoodiano, il caustico cineasta di Nuneaton si è definitivamente ritagliato il ruolo di fustigatore di un sistema che sotto i paramenti della democrazia e della libertà, emargina quelli che non si piegano alle sue ferree leggi, costringendo invece all’unidimensionalità coloro che ad esse cercano di uniformarsi.

Film tv come The Gamekeeper (idem, 1980) in cui l’ex operaio George assunto come guardacaccia nella tenuta di un ricco aristocratico si trova costretto a fare i conti con il concetto di difesa della proprietà privata o pellicole che troveranno una difficoltosa distribuzione come Uno sguardo un sorriso (Looks and Smiles, 1981) che disvela la drammatica dissipazione della gioventù proletaria britannica (a Sheffield Micke, Karen e Alan condividono un destino di disoccupazione cronica che porterà quest’ultimo a scegliere il servizio militare e quindi la tragica repressione dei cattolici ribelli nell’Irlanda del Nord) o Riff Raff (Riff RaffMeglio perderli che trovarli, 1991) e Piovono pietre (Raining Stones, 1993) che rispettivamente attraverso le vicende dell’ex detenuto Steve e del disoccupato Bob mostrano come il proletariato sempre più coinvolto in una vera e propria lotta per la sopravvivenza persegua una condotta utilitaristica tesa ad ottenere, costi quel che costi, il proprio benessere, offrono tramite la lucida analisi del nostro cineasta, uno spaccato della drammatica realtà sociale inglese nel cruciale decennio in cui il thatcherismo raccoglieva i suoi frutti migliori.

Ancora con Ladybird Ladybird (idem, 1994), forte e complesso ritratto della proletaria londinese Maggie a cui i Servizi Sociali portano via i figli avuti da compagni diversi a causa della sua (presunta) inaffidabilità e con Paul, Mick e gli altri (The Navigators, 2001) che mostra tramite le vicende di un gruppo di operai che guadagnano in base alla produttività, la fase della privatizzazione delle ferrovie inglesi, Loach critica in modo aspro il nuovo assetto di una società che in nome dell’efficienza e del culto del Dio Denaro, produce una sistematica degradazione dei legami affettivi delle persone.

Con la produzione successiva, invece, anche per mettere alla prova la sua ideologia marxista fuori dai classici contesti esistenziali, l’autore inglese è parso orientarsi verso temi e soggetti (anche storici) di più ampio respiro. Si vedano a tal proposito Terra e libertà (Land and Freedom, 1995) una riflessione sulla guerra civile spagnola con occhi disincantati e politicamente critici; La canzone di Carla (Carla’s Song, 1996), storia di una rifugiata nicaraguese che si dipana tra Glasgow e il Nicaragua; Bread and Roses (Pane e rose, 2000) ambientato tra i messicani che cercano lavoro negli USA; 11 settembre 2001 (11’09”01- September 11, 2002) film corale (gli altri autori sono Mira Nair, Sean Penn, Amos Gitai, Inarritu e Lelouch) che racconta attraverso piccoli episodi le conseguenze di quel tragico giorno che ha mutato gli scenari politico-economici internazionali; Il vento che accarezza l’erba (The Wind That Shakes The Barley, 2006), pellicola che ci trasporta nell’Irlanda del 1919-22, ai tempi della guerra contro l’Inghilterra dei Lords (Palma d’oro a Cannes).

Oppure, e questo è il caso della sua ultima pellicola, Loach ha scelto il genere della favola per lanciare un messaggio sostanzialmente negativo in relazione alla possibilità di raggiungere in un futuro prossimo un’età di eguaglianza e di prosperità sociale.

Se come affermano infatti i manuali di letteratura, la favola è un genere costituito da racconti di fantasia dotati di un significato pedagogico e morale, allora Il mio amico Eric, esemplifica una massima, una verità già nota all’autore da un sacco di tempo.

La storia del cinquantenne postino inglese Eric che, abbandonato dalla moglie e malamente sopportato dai due figli che vedono in lui l’archetipo del fallimento, tenta di far uscire la sua vita dallo stato di inerzia in cui si è arenata, rifugiandosi nell’amicizia immaginaria con l’ex campione del Manchester United Eric Cantona, si propone come esempio per farci comprendere a livello esistenzialistico le ragioni della vita e soprattutto a livello storico-sociale l’irraggiungibilità del Paradiso per quella fascia di lavoratori a basso reddito che si allarga in modo sempre più inquietante.

Anche l’inserto narrativo che vede i colleghi del protagonista distruggere l’abitazione di un ricco teppistello che infastidisce il figlio del medesimo, ci fa ricadere dalla favola in una cupa, drammatica realtà dove pare vigere la massima brechtiana «Solo violenza aiuta dove violenza regna». Pur lasciandoci comunque liberi di cercare secondo altre istanze altre speranze, Loach decide quindi di innalzare ancora una volta la sua bandiera della verità, che è la bandiera di chi vuole lottare con onestà e passione contro ogni forma di ingiustizia sociale.

In tal senso la morale del film è in una delle sue immagini conclusive: Eric e il suo alter-ego calciatore si congedano l’uno dall’altro con il pugno chiuso.

Titolo: Il mio amico Eric
Anno: 2009
Durata: 116′
Genere: Commedia.
Regista: Ken Loach.
Sceneggiatura: Paul Laverty.
Fotografia: Barry Ackroyd.
Montaggio: Jonathan Morris.
Musiche: George Fenton.
Scenografia: Fergus Clegg.
Attori principali: Steve Evets, Eric Cantona, Stephanie Bishop, Gerard Kearns, Stephan Cumbs, Lucy-Jo Hudson, John Henshaw.


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