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Stampa Articolo Pubblica I luoghi immaginati: l’Emilia Romagna nel cinema di Pupi Avati su Facebook Ascolta I luoghi immaginati: l’Emilia Romagna nel cinema di Pupi Avati Data: 28 maggio 2009
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I luoghi immaginati: l’Emilia Romagna nel cinema di Pupi Avati




In occasione del nuovo film “Il fratello più piccolo”, l’Emilia Romagna propone una carrellata sui luoghi dei film di Pupi Avati per chiedersi come i posti usati nei suoi film si fossero trasformati, dal tempo alla luce, in una ricerca di un topos cinematografico.


Il regista giovane promettente e infaticabile Riccardo Marchesini, autore di film come “Bocca di rosa” (un film che parla dell’introduzione, in un inesistente paesino della bassa padana del cinema a luci rosse, in coincidenza del boom cinematografico hard core) in cui gioca abilmente su un Giorgio Triestini mefistofelico e su una Carla Astolfi esilarante ed ingenua; oppure di un film come “Gli ultimi” dove ripercorre una storica visione critica del modello emiliano a partire dall’organizzazione delle feste dell’unità negli anni ’70 (aiutato da Eraldo Turra tracimante e frizzante, Vito ed altri comici di grandissima classe espressiva).

La produzione di Riccardo Marchesini è varia e si concentra sopratutto sui documentari, ma anche su vive presenze nel territorio, attento, come sa esserlo un giovane regista come lui, a tutto ciò che è affine al cinema e alla sua divulgazione con una sua particolare predilezione per il noir.

A questo proposito è gradevole partecipare al calendario delle serate estive all’aperto del quartiere Santo Stefano a Bologna, dove Riccardo Marchesini si trova spesso in compagnia di Grazia Verasani con cui collabora nelle scritture per il suo cinema.

La Regione Emilia Romagna deve molto a Pupi Avati. Senza dichiararlo apertamente infatti, un Autore come Avati con il suo costante riferimento al dialetto, alla gente, agli scherzosi stereotipi, alla buona cucina e al buon vino, contribuisce a propagandare una Emilia Romagna sempre ricca di appeal e proposte.

Pupi Avati, che nel film di Riccardo Marchesini della durata di 60 minuti, racconta il proprio attaccamento a Bologna. Pur vivendo a Roma, Avati ha continuato a pensare a Bologna, alla sua Bologna ideale, una città che è un ricordo, come poteva essere per Fellini la suggestione di Rimini.

La poetica di Pupi Avati è alimentata dal suo ricordo di piccolo sfollato durante la guerra assieme alla sua famiglia al Sasso (che poi si trasformerà, grazie agli illustri natali dello scienziato Guglielmo Marconi, in Sasso Marconi).

Molto probabilmente nelle veglie, Pupi (diminutivo di Giuseppe) ascoltava i racconti delle persone e delle folle ed elaborava – come solo i bambini sanno fare – altre storie. Il giardino segreto di Pupi Avati bambino (per dirla con la Burnett) era costituito da ricordi e suoni di quelle serate al lume di candela, suggestionate dai racconti dei contadini, naturali elaboratori della cultura orale (all’opposto di Fellini che non ambientava mai i suoi luoghi in posti reali).

Così mano a mano che la via Emilia si trasformava, i topos di Avati si avvicinavano sempre più alla bassa padana (Minerbio, i dintorni di Ferrara…) che sicuramente per la loro difficoltà ambientale (umidità, zanzare, brume interminabili, freddo rigido) mal si conciliano con le metamorfosi dell’urbanizzazione selvaggia e lo stravolgimento del territorio.

Cesare Bastelli, compagno di ventura degli Avati dal 1973, è partito dalla sua ricerca dei luoghi avatiani con una Vespa, ed è questo narrare che mostra Riccardo Marchesini iniziando da “La manzurka del barone della santa e del fico fiorone” (ricordiamo il cammeo di Lucio Dalla, all’indomani del sanremese Paff Bom).

In un’altra sede (al festival del cinema di Bellaria) Avati ha raccontato che da quel film è iniziata la sua carriera in salita. Infatti, dopo la discesa Balsamus, che fu un flop clamoroso e spernacchiato dai più specie bolognesi, nacque il suo soggetto del “Barone della santa e del fico fiorone”. Con quest’ultimo nacque anche l’anneddoto del copione scivolato al momento giusto nella casa estiva di Tognazzi.

C’è anche l’intervista al figlio dell’oste promosso attore che era stato scelto per il suo esercizio sul dialetto bolognese con improbabile inglese (costruendo così nella loro quotidianità dialettale la natura dei personaggi in un “gramelot” improbabile).

Un altro topos del film di Avati “Le strelle nel fosso” in cui la cantilena risiede nella poetica delle strelle (stelle, nel linguaggio delle filastrocche). Il film è girato in una casa sprofondata nelle paludi di una Comacchio del ’700, con Lino Capolicchio, Gianni Cavina, Carlo Dalle Piane, senza che il regista avesse scritto nulla.

E lo sbigottimento degli attori presenti, Gianni Cavina, Lino Capolicchio, catapultati in una casa colonica in mezzo alle valli e alle zanzare che non sapevano bene cosa fare senza copione.

In un altro caso come “la casa delle finestre che ridono” e “Zeder“ la bassa padana diventa lo scenario di un brivido inquietante: Milano Marittima diventa scenario di resuscitamenti, morti e decapitazioni.

In “una gita scolastica” Pupi Avati descrive quel percorso che si snoda sul passo della Futa, come raccontato da una sua zia che nel 1910 percorse a piedi il crinale dell’Appennino assieme ai suoi compagni di scuola.

L’elenco dei topos ripercorsi a ritroso con l’occhio attento e divulgativo di Marchesini ri-apre l’Opera di Pupi Avati a nuovi livelli di lettura e la contestualizza come parte integrante della cultura padana ponendo lo sguardo su un cinema che spesso è stato letto frettolosamente.

Mentre dalla platea Christian De Sica, Vanessa Incontrada, Lino Capolicchio, Gianni Cavina, Luca Zingaretti, Sidney Rome Laura Morante hanno fatto respirare a Bologna l’aria di grande cinema di stars italiane, o almeno per una notte.


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